“L’ultimo dei templari”, di Dominic Sena
Il non-set de L’ultimo dei Templari è lo spazio scenico dove le infinite macerie del Cinema implodono al passaggio dello sguardo, lasciando dietro di loro un universo azzerato. Come i villaggi inghiottiti e svuotati dal male oscuro di emanazione satanica che cancella il mondo con il suo messaggio di morte. E’ proprio in questo paesaggio perduto che, dopo più di un decennio, Dominic Sena ritrova Nicolas Cage
Dalle lande desertiche dell’Antartide di Whiteout alla violenza inospitale dell’Europa medievale de L’ultimo dei templari (il titolo originale è il ben più calzante Season of the Witch). Nel suo moto di rivoluzione intorno al Cinema, dove l’apparente spostamento in avanti non è altro che un movimento che continua a tornare su se stesso, Dominic Sena si spinge ancora più lontano, in un tempo e uno spazio a prima vista così distanti dall’immaginario solidamente americano che, fin da Kalifornia, ossessiona il suo sguardo. Siamo nel XIV secolo della fanatica caccia alle streghe e del fragore metallico delle pesanti armature votate a combattere, in cambio della remissione dei peccati, le crociate di una chiesa cristiana che ha smesso di servire Dio. Eppure nell’epopea eretica di Nicolas Cage e Ron Perlman, i due cavalieri che rinnegano il loro tempo e s’inerpicano, come stranieri, lungo le strade (del cinema) infestate da oscure presenze che si confondono con secolari superstizioni, qualcosa non torna. E’ la palese esibizione dell’artificio messa in atto - anche se non del tutto consapevolmente - da Sena che, sotto le mentite spoglie del malinconico omaggio, tenta di fagocitare i generi del cinema fino a svuotarli di senso. L’horror, il fantasy, il buddy movie, il road movie sono tracce ormai distorte che continuano ad intersecarsi lungo il film senza portare da nessuna parte. Così come il tema della colpa, che rimbalza da un personaggio all’altro, in un gioco senza fine dove tutto quello che resta è lo spaesamento dell’immagine. Attraverso l’abuso di sequenze girate in assenza di un set grazie al green screen, Sena porta fino all’estremo l’accecante nullificazione operata dall’impero del bianco in Whiteout. Non a caso la maschera dell’appestato trasforma il volto trasfigurato di Christopher Lee da icona in simulacro. Il non-set de L’ultimo dei Templari è lo spazio scenico dove le infinite macerie del Cinema implodono al passaggio dello sguardo, lasciando dietro di loro un universo azzerato. Come i villaggi inghiottiti e svuotati dal male oscuro di emanazione satanica che cancella il mondo con il suo messaggio di morte. E’ proprio in questo paesaggio perduto che, passato più di un decennio da Fuori in 60 secondi, Dominic Sena ritrova Nicolas Cage. Di film in film, quella di Cage è una presenza funeraria che, sempre più, mette in scena la sua assenza. Il suo crociato pentito, che nell’ennesima inversione di prospettiva de L’ultimo dei templari baratta con parecchi secoli d’anticipo il tempo della Chiesa con il tempo del Dubbio, è in una perenne e quasi monacale fuga mundi, come il John Milton di Drive Angry. Ecco perché Dominic Sena gli affianca l’iper-matericità di Ron Perlman, un doppio necessario capace di fermare nella carne le tracce del passaggio di Nicolas Cage e, dunque, svelarle allo sguardo. Alla fine la luce trionfa sulle tenebre proprio per sua mano, ma il cavaliere Cage si porta ancora addosso la sua maledizione e continua ad essere un’ombra che si allontana negli interstizi oscuri del cinema.
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