"I guardiani del destino", di George Nolfi
La fantascienza di Philip K. Dick nell’America di Obama è una storia d’amore intrisa di ottimismo e politically correct: lo spettacolo del film di George Nolfi è comunque di quelli genuini e coinvolgenti, nonostante si avverta la mancanza di una messa in scena in grado di garantire scossoni forti; in questo modo, tutto è troppo controllato e tutto rimane sulla superficie
Si corre spesso, ne I guardiani del destino. Si corre per raggiungere una meta, un desiderio; per sfuggire a un tracciato che altri hanno già deciso per noi. E soprattutto, si corre per raggiungere una donna che non potrà mai essere nostra perché la Storia (quella universale) non può permetterlo. Chissà cosa ne avrebbe pensato Philip K. Dick, se avesse visto il suo racconto Squadra riparazioni venir trasformato in una storia d’amore: probabilmente avrebbe storto il naso; oppure, com’è plausibile, avrebbe fatto un’alzata di spalle senza curarsene troppo.
Perché il cinema è sempre stata poca cosa per chi ha fatto la storia del Novecento con le parole e non con le immagini. Accettiamo comunque di buon grado la contaminazione “in rosa” delle pagine dello scrittore, perché di storie d’amore non ne avremo mai abbastanza: d’altronde su un soggetto simile già Dark City di Proyas (profondamente dickiano nell’animo) sembrava aver detto tutto, quindi perché ripetersi? Nel film Matt Damon è David Norris, giovane politico in ascesa dopo la candidatura al senato; dopo aver conosciuto la ballerina Elise scoprirà però l’esistenza di un associazione segreta in grado di controllare il susseguirsi degli eventi (i guardiani del titolo), associazione che farà di tutto per ostacolare la storia d’amore dal momento che il suo destino è un altro: la Casa Bianca…
Scritto e diretto dall’esordiente George Nolfi (già sceneggiatore, tra le altre cose, di The Bourne Ultimatum), il film risulta appesantito da qualche approssimazione di scrittura di troppo (chi sono veramente i Guardiani? Da dove vengono? E perché Matt Damon impiega due minuti per credere alla loro storia senza batter ciglio?), ma in fin dei conti questo è ben poca cosa se si considera che lo spettacolo è di quelli genuini e coinvolgenti fino alla fine: non importa se sia plausibile che il personaggio accetti o meno quello che gli accade intorno, l’importante è che ci crediamo noi. Peccato però che il discorso sulla libertà di scelta sia poco più che abbozzato, e che tutto il film sembri seguire fin troppo diligentemente uno schema preconfezionato, esattamente come il tracciato già scritto dal quale Matt Damon tenta insistentemente di fuggire.
Un cinema politicamente corretto dall’inizio alla fine, senza sbavature e senza guizzi; troppo controllato per esaltare davvero - quelle corse non diventano mai fatica, sudore, lacrime - ma sufficientemente onesto per lasciarsi coinvolgere. Un film figlio dell’era Obama (al quale il personaggio di Damon ammicca in modo più che palese), nel quale la speranza per il futuro supera per dimensioni il senso di colpa per gli orrori passati: lapalissiano in questo senso – e fin troppo “scoperto” – il discorso di Terence Stamp che riassume in poche parole l’intera storia dell’umanità, oppure la morale finale sulle opportunità fornite dal Grande Paese.
Ci sarebbe da discutere, comunque, sui diversi approcci a Philip K. Dick a seconda dei momenti storici: infatti l’America impaurita di (e da) Bush jr regalava comunque prodotti nerissimi e densi come Minority Report; oggi, invece, con I guardiani del destino sembra quasi che sia il posto migliore dove vivere. E, almeno per la durata di un film, riesce quasi a farcelo credere.
Titolo originale: The Adjustment Bureau
Regia: George Nolfi
Interpreti: Matt Damon, Emily Blunt, Shohreh Aghdashloo, John Slattery, Terence Stamp
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 106'
Origine: USA, 2011
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