"Harry Potter e i doni della morte - Parte 2", di David Yates
Un fugace sguardo riflesso nel frammento di uno specchio che per un momento sembra trasformarsi. S'instaura così un legame che più che a vederlo, porta a sentire il film. Immagine-emozione. Ma al tempo stesso, immagine immaginata, in cui lo spettatore è chiamato a completare la storia, portando con sé un'esperienza davvero vissuta
Un fugace sguardo riflesso nel frammento di uno specchio che per un momento sembra trasformarsi. Gli occhi, incorniciati da un paio di occhiali, sono quelli ben noti di Harry Potter, ma lo sguardo che ci guarda è diverso, non più quello meravigliato di un bambino undicenne davanti alla magia del cielo in tempesta nella Sala Grande di Hogwarts, bensì quello di un uomo in cui si affollano una miriade di emozioni diverse, ma soprattutto la consapevolezza di essere giunti alla fine. E così, insieme a lui, lo spettatore sa di stare per assistere all'atto finale di una storia che l'ha accompagnato negli ultimi dieci anni, anche di più se prima di essere spettatori si è lettori, crescendo così come sono cresciuti e cambiati i personaggi nel corso di sette anni. Un frammento di specchio, un piccolo pezzo come i vari Horcrux che contengono l'anima di Voldemort, che sembra però rimandare sin dall'inizio a luoghi altri, spazi dell'immaginazione che solo lo spettatore può colmare. S'instaura così, attraverso questa semplice inquadratura, un contatto inscindibile, un legame che più che a vederlo, porta a sentire il film. Immagine-emozione. Ma al tempo stesso, immagine immaginata. Il percorso che Yates delinea in questo atto finale è una sorta di scatola cinese in cui, dietro alla ricerca da detective story degli Horcrux mancanti, si cela il meccanismo creativo della storia, un atto immaginativo in cui scrittore, personaggio e spettatore si confondono. Lo spettatore è Harry. Con lui vive gli eventi mentre la macchina da presa segue da vicino il corpo di Daniel Radcliffe, tornando più e più volte proprio su quegli occhi da cui tutto nasce. Con lui vede, un voyeur invisibile che si affaccia sul passato per scoprire la verità. Con lui immagina e interpreta quell'immenso spazio bianco, luogo di transizione abbagliante, che in realtà esiste solo nella sua mente, una sorta di camera oscura al contrario da cui tutto prende vita. Ma, come dicevamo, questo Harry Potter e i doni della morte non è pura materia intellettuale, anzi, alla fine sono proprio le emozioni a prevalere. Diversamente dalla prima parte, in cui sin dai primi minuti l'azione prendeva piede con ritmo sempre più incalzante, alternandosi a momenti di fugace e ingannevole quiete, qui si parte lentamente, in maniera quasi dolorosa perché già si sa cosa ci aspetta. Il ritmo cresce, piano, preparando allo scontro finale, un crescendo che porta al climax, che colpisce come un pugno nello stomaco. Più il faccia a faccia tra Harry e Voldemort (un sempre più astratto Ralph Fiennes) si avvicina, più si moltiplicano i colpi che atterrano lo spettatore. Volti familiari che si riaffacciano su questo mondo dopo l'assenza nel primo atto. Amori che finalmente vengono coronati. E poi la battaglia vera e propria, costruita con sapiente equilibrio dal montatore Mark Day, alternando a vere e proprie scene di guerra momenti più intimi. Inevitabilmente, la morte, che stende un'atmosfera ancora più cupa e pesante su un già grigio universo. Alla fine, rimangono solo le rovine di un mondo che si conosceva e che non sarà più lo stesso. Nel bene o nel male. Un mondo che, però, non si conclude qui, come sembra alludere in maniera speranzosa l'epilogo, ma continuerà a vivere grazie all'immaginazione dello spettatore. Nuovamente, sta a lui completare la storia, portando con sé un'esperienza davvero vissuta.
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Recensione sublime!!
Inviato da Vita il 14/08/2011
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