"At The End Of The Day - Un giorno senza fine", di Cosimo Alemà
Il Male in At The End Of The Day – primo lungometraggio del prolifico videomaker italiano Cosimo Alemà - diventa “certo” e definito come una partita di soft air. Un horror privato di quella perturbante vertigine dello sguardo che non riesce più a dettare il tempo al genere. Eppure, nonostante ciò, il film ha improvvisi lampi di luce che denotano un notevole potenziale espressivo purtroppo qui appena intravisto

Giocare. Parola ripetuta costantemente in questo giorno senza fine: giocare con la vita, con le armi o con il cinema tutto. C’è una sorta di fusione istantanea e consapevole tra gioco e guerra nel primo lungometraggio di Cosimo Alemà: Guerra perenne, per buoni e cattivi, come retroterra culturale ormai quasi irrinunciabile. E allora ci scopriamo immediatamente in compagnia di un gruppo di sette ragazzi che si sta avviando verso un bosco isolato a provare l’esperienza del soft-air, “aria compressa”, divertimento con le armi alla ricerca di sensazioni forti. Quel posto nasconde però un ex carcere militare abitato da nostalgici torturatori, che ingolositi dalle nuove presenze non tarderanno a iniziare la loro personale e sanguinosa caccia all’uomo. Situazione archetipica per eccellenza, quindi, che riesce a stanare nitidi fantasmi tutti Europei: la tragedia dei Balcani e le pulizie etniche perpetrate per anni come nuovo e terribile rimosso del vecchio continente. Ma questo Male - seppur meritoriamente mai contestualizzato - diventa certo e definito nella sua antropomorfizzazione da rudere del recente passato. Un male fin troppo “guardato” e incapace ormai di “guardare”, proprio perché privato fatalmente di quella perturbante vertigine di uno sguardo che ha fatto scuola. In fondo l’horror più riuscito ha sempre preso forma in quella secca tensione tra azione e reazione, tra visto e non visto, relegando qualsiasi significato nelle pieghe del film. Qui invece si intraprendono troppi rivoli di riflessione (la guerra, la memoria, l’amore, il femminile come Natura vendicativa) facendo perdere il prezioso tempo al genere che si sfilaccia stancamente. Eppure, nonostante ciò, il film ha improvvisi lampi di luce: scene montate e musicate sorprendentemente - come il tentativo di occultarsi sott’acqua della protagonista Lara – concepite quasi come piccoli film nel film (irrompe qui la radice da “short movie” del giovane regista di videoclip?), che fanno intravedere un notevole potenziale espressivo. Anche e soprattutto nell’uso della Red Cam, mai sfruttata così bene in Italia. Che poi At the end of the day viaggi su cine-territori già largamente battuti, questa è cosa ampiamente messa in conto: ai referenti classici (dal new horror di Hooper e Craven passando doverosamente per il tranquillo week end di Boorman) si aggiunge l’ultima deriva del torture inaugurato da Hostel. E il punto in comune con tutto questo pesante retroterra diventa proprio la concezione perturbante del Bosco, visto come perdita delle coordinate razionali metropolitane e discesa negli inferi delle pulsioni più represse. Ma se nei due più interessanti horror italiani degli ultimi anni, Il Bosco Fuori e Shadow, era proprio questa sospensione della razionalità (sia pure con declinazioni molto diverse) che ne decretava il fascino, qui invece c’è una sottile volontà di non affondare troppo il colpo. Come in una partita di soft air appunto. Come se il regista e gli sceneggiatori avessero scelto coscientemente di rimanere prudenti e fruibili ad ogni costo, smorzando di molto l’impatto spettatoriale di un film che rimane come un pasto gustato a metà. Ci si alza dalla poltrona ancora affamati quindi, ma consapevoli anche che in quel bosco prima o poi si ritornerà: perché Cosimo Alemà dimostra comunque di possedere un occhio registico dal respiro non comune nell’attuale panorama italiano. È lecito attendersi, in futuro, opere più incisive e coraggiose di questa.
Regia: Cosimo Alemà
Interpreti: Stephanie Chapman-Baker, Sam Cohan, Valene Kane, Neil Linpow, Monika Mirga
Distribuzione: Bolero
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