RECENSIONI 2010/2011
"Vanishing on a 7th Street", di Brad Anderson (di Pietro Masciullo, del 29/07/2011)
Il Cinema, al di là di ogni discorso teorico, in questo Vanishing on 7th Street riesce ancora a palesare se stesso (ri)formulando quesiti sullo strettissimo oggi. E ciò che disperatamente rimane in vita è solo l'immagine che lotta per se stessa e per la propria sopravvivenza. Immagine che ci parla dell’indecifrabilità del nostro reale proprio attraverso la sua mancanza. Ci parla del buio di ogni senso, risucchiato anch’esso dal misterioso balckout
"Monte Carlo", di Thomas Bezucha (di Eleonora Sammartino, del 25/07/2011)
Il film di Thomas Bezucha aspira di fatto a essere una moderna favola in grado di far sognare le giovani spettatrici e gli elementi, anche narratologicamente parlando, ci sono tutti, ma la regia non è in grado di creare la magia, annegando nei cliché di inquadratura in inquadratura e non aggiungendo nulla di nuovo alla romcom
"Bitch Slap - Le superdotate", di Rick Jacobson (di Giacomo Calzoni, del 24/07/2011)
Cinema brutalmente onanista, che non riesce nemmeno a mettere in risalto la sconvolgente bellezza delle tre protagoniste perché troppo intento a guardarle da lontano, a trasformare la carne in plastica, a nutrirsi cannibalicamente delle visioni del passato. Tra Kill Bill e Death Proof, passando per Robert Rodriguez: il peggio dei tarantinismi visti sullo schermo, in un pallido simulacro del cinema exploitation e di serie B che non inventa nulla, non dice nulla e, in buona sostanza, non è nulla
"Balkan Bazar" di Edmond Budina (di Marco Mastino, del 23/07/2011)
Budina tenta di ammiccare al cinema di Kusturica, ma mette troppa carne al fuoco e, complice una recitazione e una fotografia spesso non di livello, gira un film riuscito a metà, in cui si salva solo la leggera satira politica che traspare in alcune sequenze. Budina tifa per la sua nazione e forse è proprio questa eccessiva fiducia e passione a minare il suo lavoro rendendolo troppo “personale” e poco accessibile
"At The End Of The Day - Un giorno senza fine", di Cosimo Alemà (di Pietro Masciullo, del 23/07/2011)
Il Male in At The End Of The Day – primo lungometraggio del prolifico videomaker italiano Cosimo Alemà - diventa “certo” e definito come una partita di soft air. Un horror privato di quella perturbante vertigine dello sguardo che non riesce più a dettare il tempo al genere. Eppure, nonostante ciò, il film ha improvvisi lampi di luce che denotano un notevole potenziale espressivo purtroppo qui appena intravisto
“Captain America – Il primo vendicatore”, di Joe Johnston (di Carlo Valeri, del 22/07/2011)
La versione cinematografica dell’ultimo eroe Marvel si limita a illustrare la genesi di un corpo all’interno di un mondo che rimane in superficie. A scapito del 3D non si entra mai in profondità di campo e il complesso figurale si rivela troppo debitore di un’iconografia cinefila senza mordente
"Harry Potter e i doni della morte - Parte 2", di David Yates (di Eleonora Sammartino, del 15/07/2011)
Un fugace sguardo riflesso nel frammento di uno specchio che per un momento sembra trasformarsi. S'instaura così un legame che più che a vederlo, porta a sentire il film. Immagine-emozione. Ma al tempo stesso, immagine immaginata, in cui lo spettatore è chiamato a completare la storia, portando con sé un'esperienza davvero vissuta
“Per sfortuna che ci sei”, di Nicolas Cuche (di Sara Orazi, del 14/07/2011)
"Ken il Guerriero - La Leggenda del Vero Salvatore", di Toshiki Hirano (di Sergio Sozzo, del 12/07/2011)
L’elemento chiave dell’ultimo lungometraggio di questa serie di film dedicati alle gesta epiche del successore della Divina Scuola di Hokuto è mostrarci la debolezza di Ken: è un Kenshiro inedito, che impiega tutta la prima ora del film per capire che il tentativo di mantenere un animo umano pur all’interno di un’infernale epoca postatomica non può essere confuso con l’ingenuità di sfuggire ripetutamente al proprio destino di Salvatore
"Big Mama - Tale padre, tale figlio", di John Whitesell (di Maurizio Encari, del 12/07/2011)
Una black comedy a tutti gli effetti, con i suoi pregi e i suoi difetti: dialoghi spesso esagitati, che fecero la fortuna di Eddie Murphy e oggi quella di Lawrence, una volgarità leggera e ricca di luoghi comuni, e due protagonisti legati da un profondo rapporto, in questo caso di parentela. Ma se si toglie il trucco, dietro l'apparenza rimane ben poco per cui un amante del cinema possa gioire, se non fan accanito dei due interpreti principali
"In viaggio con una rockstar", di Nicholas Stoller (di Emanuele Di Porto, del 11/07/2011)
In viaggio con una rockstar è lo spin-off del bellissimo Non mi scaricare, che quattro anni fa si fece segnalare come una delle commedie più significative dello stile di Judd Apatow. Qui, Jonah Hill rappresenta in modo radicale l'impaccio di un trentenne mortificato dall'inedito pragmatismo femminile; Russell Brand ripropone il suo idolo sfiorito del rock. Presi singolarmente, i due personaggi funzionano: è il team up che fallisce. I due non si contaminano come nello splendido Funny People...
"L'Erede", di Michael Zampino (di Pietro Masciullo, del 11/07/2011)
La cosa che colpisce di più di questo buon esordio è la voglia matta di far percepire sensazioni e suggestioni solo per mezzo di immagini: attraverso calibrate scelte di regia (il brevissimo e tenebroso incipit, ad esempio, è una scintilla di cinema che non si dimentica) che dialoghino fertilemente con l’immaginario comune. Piccolo segnale di un cinema italiano “decentrato” e vitale
“Il ventaglio segreto”, di Wayne Wang (di Francesca Bea, del 10/07/2011)
Wayne Wang non ha paura di sbilanciarsi con il suo cinema abitato da corpi la cui densità scortica lo sguardo fino a far male. Corpi meravigliosamente eccedenti e dolcemente melanconici che bruciano dal desiderio di essere amati, di amare, di sopravvivere al potere espropriante della realtà
"Ancora tu!", di Andy Fickman (di Eleonora Sammartino, del 09/07/2011)
You Again non fa altro che consolidare il mito delle High School americane, sfruttandolo fino alla fine tra stereotipi e rivalità di vecchia data. Ma grazie alla comicità fisica degli attori, l'ennesima storia americana si trasforma in un qualcosa di diverso, un racconto fatto masse, materie tangibili, che però non riescono sempre a prevalere, sommerse dalla parola scritta che le lega a un'immagine nota, a volte fin troppo. Con uno scontro epico Jamie Lee Curtis vs. Sigourney Weaver
"L'albero", di Julie Bertuccelli (di Simone Emiliani, del 09/07/2011)
Tratto dal romanzo di Judy Poscoe, la regista di Da quando Otar è partito...realizza un dramma sull'elaborazione del lutto con derive fantastiche. Un diario di formazione a tratti anche troppo metaforico (l'albero come oggetto di reincarnazione) ma che risulta comunque particolarmente riuscito nella contaminazione con la natura e nel mostrare una famiglia incapace di vivere il presente. La prova della Gainsbourg è maiuscola. Film di Chiusura di Cannes 63
"Dreamland" di Sebastiano Sandro Ravagnani (di Valentina Gentile, del 08/07/2011)
Dreamland è l’esordio al cinema (?) di Sebastiano Ravagnani, giornalista e autore televisivo. Sfacciatamente orribile, ha un effetto inconsapevolmente esilarante. Sfiora il situazionismo circense e il sublime post-romantico: pura estasi sperimentale, ancor più sorprendente perché serendipica. Il dubbio viene, ma è improbabile che si tratti di una beffa anarcoide
"The Conspirator", di Robert Redford (di Simone Emiliani, del 07/07/2011)
Uno dei risultati più alti di Redford regista, la camera verde di una nazione, quasi la versione al femminile di Fino a prova contraria esempio di un cinema civile ed etico che ritorna direttamente dagli anni '70, di assoluta trasparenza, oggi impossibile da riproporre anche da parte dei più giovani cineasti statunitensi migliori, ma anche struggente melodramma familiare che ritorna sui luoghi di Gente comune
"Benvenuti a Cedar Rapids", di Miguel Arteta (di Emanuele Di Porto, del 06/07/2011)
Il nome di Miguel Arteta era legato ad un piccolo ed inedito gioiello come Youth in Revolt con Michael Cera. Questa volta, il regista si dedica ad una storia alla Frank Capra, che però non ha lo stesso respiro di un classico come Flash of Genius. Qui, Ed Helms oscilla tra il suo personaggio in The Hangover e gli insegnamenti di un cretino perfetto come Steve Carell. La mano di Alexander Payne, qui produttore, si fa sentire: una parabola dagli angoli più piccoli e dimenticati del paese...
"This is Beat - Sfida di Ballo", di Robert Adetuyi (di Maurizio Encari, del 01/07/2011)
Tralasciando perciò qualche breve excursus sentimentale, è come assistere a uno di quei tanti show televisivi, soprattutto trasmessi su emittenti straniere, dove bande di ballerini e breakdancers si danno filo da torcere per vincere un copioso montepremi in denaro.This is beat è proprio questo, una derivazione dal mondo dei talent show che però nella sua incarnazione cinematografica ha ben poco senso di esistere
NO DIRECTION HOME - “Giallo/Argento”, di Dario Argento (di Carlo Valeri, del 01/07/2011)
Oggi i film di Dario Argento vanno probabilmente visti come work in progress abbandonati alla frammentarietà di un discorso artistico che alla concretezza di una weltanschauung idealistica preferisce la singola unità dell'atto, l'accelerazione improvvisa, lo squilibrio. E Giallo fa a pezzi la grammatica e la Logica del cinema per recuperare la flebile scintilla di un gesto che è sempre più disconnesso dal Sistema
“Hypnosis”, di Simone Cerri Goldstein e Davide Tartarini (di Fabrizio Attisani, del 29/06/2011)
Ogni volta che si pensa di aver trovato un prezioso antidoto al cinema normativo e istituzionale del MiBAC, del Fus e dell’interesse culturale nazionale, si rimane inevitabilmente delusi: il duo Goldstein & Tartarini sarà anche tecnicamente preparatissimo ma l’adesione al genere è soltanto formale e il naturalismo forzato della recitazione ingenera un effetto di ridicolo involontario che stempera qualsivoglia situazione di tensione. Peccato
Ci chiamano macchine – “Transformers 3”, di Michael Bay (di Sergio Sozzo, del 28/06/2011)
Lo sguardo di Bay questa volta è decisamente ad altezza uomo (ancora una volta a conferma della natura "carnale" di uno strumento come il 3D), e infatti per gran parte del film i personaggi “in carne e ossa” non fanno che guardare in alto, alzare gli occhi al cielo: dopo l’astrazione estrema del secondo episodio, Transformers 3 cerca di farsi Uomo. La regia di Bay è più concreta e rimanda all'action di lamiera prodotto sotto Bruckheimer, e il risultato è che questo terzo tassello sembra quasi un film. Purtroppo?
"Un tuffo nel passato", di Steve Pink (di Eleonora Sammartino, del 26/06/2011)
Steve Pink vira dalla parodia dello spirito degli anni '80 alla riflessione sul fallimento americano, ma è nello sfruttare le caratteristiche dei buddy movies, delle gag e soprattutto la colonna sonora che il film risulta vincente. Sono le innumerevoli gag a portare avanti il film, distraendo lo spettatore, divertendolo e donando forza a una trama che, altrimenti, soffrirebbe in alcuni punti.
"Michel Petrucciani - Body & Soul", di Michael Radford (di Simone Emiliani, del 25/06/2011)
Riemerge dall'archivio la figura del grande pianista francese Michel Petrucciani che ha la particolarità di mostrarlo come se fosse ancora vivo. Il regista di Il postino però si mantiene in superficie non approfondendo sia i lati oscuri della sua personalità sia l'istinto del suo talento. Per conoscere il personaggio questo documentario è più che sufficiente. Per approfondirlo ed entrarci più in confidenza, ci voleva un'altra marcia.
“13 Assassini”, di Miike Takashi (di Aldo Spiniello, del 25/06/2011)
Miike dà vita a uno dei suoi film più classici, muovendosi nel pieno rispetto dei topoi del genere: nel linguaggio, nei toni, nella tipizzazione dei personaggi, nel recupero di tutta una tradizione iconografica. Anche quando ‘critica’, attinge al cinema. Ma questa classica compostezza, a un certo punto, rientra prepotentemente nei binari del cinema di Miike, che regala nella seconda parte un’ora di sanguinaria battaglia, in cui la fisicità dei combattimenti sembra depurarsi in una ricerca dell’astrazione, o meglio in un figurativismo esibito
"When you're strange", di Tom DiCillo (di Carlo Valeri, del 24/06/2011)
Di Cillo persegue un'aderenza ai fatti, una semplicità drammaturgica scandita da una fascinazione nei confronti dei materiali d'archivio - alcuni davvero notevoli - che sotto traccia allontanano il racconto dei Doors dalla dimensione epica, per recuperare un'intimità sfumata e dolente
“The Conspirator”, di Robert Redford (di Leonardo Lardieri, del 24/06/2011)
Redford, da regista, è ormai interessato relativamente alla ricerca dello stupore narrativo e visivo, ma è un padre idealizzato che sostiene la parola, il suo peso ideologico, ma anche il suo storico fallimento. Quando allora scorgi l'uso del campo/controcampo, della purezza a volte asettica dell'immagine, cresce ancora più forte la sensazione che voglia entrare nella pluralità di quelle voci enunciatrici, rinunciando ad indicare "semplicemente" il passo e facendo svanire lentamente la sua presenza, alla ricerca spasmodica di un dialogo mai avviato
"Cars 2", di John Lasseter e Brad Lewis (di Emanuele Di Porto, del 24/06/2011)
Cars 2 è un sogno proibito di John Lasseter: quello di fare uno spy-movie e di immedesimarsi in un agente segreto. Finn McMissile ha quel carisma e quella personalità che sono sempre mancati agli eroi della Pixar: è un Buzz Lightyear che non viene messo davanti alle sue crisi di identità. Il film insegue un piacere ludico da coltivare nell'atmosfera dei tipici temi pixariani: Cricchetto ruba il ruolo di protagonista a Saetta McQueen. L'auto da corsa è già troppo amata e famosa per subire il fascino della superspia...
"Isola 10", di Miguel Littin (di Elio Ugenti, del 21/06/2011)
Il regista cileno Miguel Littin riesce ad iscrivere un documentario all'interno della finzione raccontando la drammatica deportazione di molti fedelissimi del presidente Allende nel campo di prigionia installato sull'Isola di Dawson nel 1973. Il film è ispirato al racconto autobiografico di Sergio Bitar, il prigioniero "Isla 10"
“Venere nera”, di Abdellatif Kechiche (di Aldo Spiniello, del 20/06/2011)
Vénus noire è un film che, portando all’estremo il metodo di Kechiche, ne mette a nudo i limiti. Come già ne La schivata e Cous Cous, siamo di fronte a un cinema ossessivo, che tiene incollato lo sguardo sui corpi e sui volti, sui dialoghi e sui gesti. Un cinema che ricerca l’intensità nella durata. Ma stavolta l’intensità, la passione, la sensualità scompaiono per lasciar posto a una sensazione di freddezza disarmante
"The Hunter", di Rafi Pitts (di Francesca Bea, del 19/06/2011)
La cattività che Rafi Pitts racconta nel suo ruvido e rarefatto atto di denuncia è uno stato permanente ed espropriante che non risparmia nessuno. Non solo la sconfitta di Ali, anche i due poliziotti che lo hanno arrestato sono entrambi perduti all’interno di un sistema imploso, dove a dominare è solo la legge della prevaricazione che oppone l’uomo a l’uomo, in un labirinto di morte che non ha vie d’uscita
"I guardiani del destino", di George Nolfi (di Giacomo Calzoni, del 19/06/2011)
La fantascienza di Philip K. Dick nell’America di Obama è una storia d’amore intrisa di ottimismo e politically correct: lo spettacolo del film di George Nolfi è comunque di quelli genuini e coinvolgenti, nonostante si avverta la mancanza di una messa in scena in grado di garantire scossoni forti; in questo modo, tutto è troppo controllato e tutto rimane sulla superficie
"Priest - Il prete", di Scott Charles Stewart (di Riccardo Moglioni, del 19/06/2011)
Seconda collaborazione, a distanza di un anno, fra Paul Bettany e il regista Scott Stewart, dopo il discreto Legion. Stewart decide di ambientare tutto in un futuro ormai senza speranza, figlio della guerra infinita fra uomini e vampiri, ma costruisce scenari mal delineati; rende troppo astratti i connotati di una città, ultima roccaforte del genere umano, che si presenta allo spettatore come un puzzle di luoghi sconnessi l’uno dall’altro
“L’ultimo dei templari”, di Dominic Sena (di Francesca Bea, del 16/06/2011)
Il non-set de L’ultimo dei Templari è lo spazio scenico dove le infinite macerie del Cinema implodono al passaggio dello sguardo, lasciando dietro di loro un universo azzerato. Come i villaggi inghiottiti e svuotati dal male oscuro di emanazione satanica che cancella il mondo con il suo messaggio di morte. E’ proprio in questo paesaggio perduto che, dopo più di un decennio, Dominic Sena ritrova Nicolas Cage
"Libera Uscita", di Peter e Bobby Farrelly (di Marco Grosoli, del 15/06/2011)
I Farrelly continuano a fare (divertentissimi) salti mortali sul crinale tra una regia cristallina come poche nella Hollywood odierna, e il basso-corporale scatologico che li ha resi (riduttivamente) celebri. Stavolta, la loro rincorsa del paradosso è così spinta che siamo dalle parti del... racconto morale. Sì, morale, come i racconti di Rohmer. L'accostamento sembrerà paradossale, ma in fondo l'adulterio scientemente programmato come riconferma del matrimonio è proprio lo schema dei contes moraux.
“Bronson”, di Nicolas Winding Refn (di Aldo Spiniello, del 12/06/2011)
A Refn non basta comprimere il corpo del suo protagonista, quasi fosse un gas sottopressione. Lo teatralizza, proiettando la realtà furiosa della sua carne nello spazio 'astratto', o meglio 'ideale' della rappresentazione. Duplice discorso, dunque: la violenza del singolo contro la violenza istituzionale, ma anche la violenza come arte, istinto che cerca la via dell'espressione e della sublimazione. Due discorsi, in ogni caso, dichiaratamente cerebrali
"Le donne del 6° piano", di Philippe Le Guay (di Pietro Masciullo, del 10/06/2011)
Philippe Le Guay (già sceneggiatore di successo per Nicole Garcia) non possiede né l’ironia sferzante di Bertrand Blier né tantomeno la furia postmoderna di François Ozon, rimanendo costantemente confinato in un limbo periferico in cui si respira la classica aria consumata del museo. E il film appare come una riflessione fuori tempo massimo sui meccanismi sociali e (cosa ben più grave...) sui modi di racconto cinematografico all’interno del genere “commedia”
"London Boulevard", di William Monahan (di Pietro Masciullo, del 09/06/2011)
Esordio alla regia di uno dei più apprezzati giovani sceneggiatori su piazza (William Monahan - The Departed, Nessuna Verità, Fuori Controllo), questo London Boulevard mutua l’impianto registico dai crudi noir metropolitani anni ‘60/’70 (di John Boorman e Mike Hodges tanto per rimanere in Inghilterra, poi ovviamente Friedkin e Scorsese…), ma in un modo così tremendamente calcolato da asciugare quasi totalmente la sana empatia con i caratteri che rimane materia fredda e macchinosa
"X-Men - L'inizio", di Matthew Vaughn (di Eleonora Sammartino, del 08/06/2011)
Un intreccio, quello tra storia e mito attraverso il filtro della cultura popolare e dei media, tra discorsi di Kennedy alla nazione e uno stile che ricorda i film di spionaggio anni '60. Ma arrivati a circa metà film, si vira verso un'altra dimensione. Più che mutanti, questi X-Men sono degli umani con le loro colpe, sentimenti e sbagli ed è proprio grazie a questo aspetto che Vaughn riesce a fondare il mito di X-Men.
"Four Lions", di Christopher Morris (di Riccardo Moglioni, del 06/06/2011)
In tempi dove il terrorismo è sempre più attuale, affrontare una tematica simile, con tale irriverenza, basandosi principalmente sull’effetto di una comicità demenziale esilarante e spiazzante al tempo stesso, è sintomo di sconfinata audacia. Lo spettatore non può che rimanere basito, ride di cuore istintivamente, ma non se si ferma a riflettere per un secondo; il regista tira avanti per la sua strada, con il coraggio tutto british di prendere aspramente per i fondelli un mondo insensato. Lasciando a noi, dopo averci consegnato tutto il materiale, il compito di ragionarci su. Una volta finito di sbellicarsi
"ESP - Fenomeni paranormali", di The Vicious Brothers (di Luca Marchetti, del 06/06/2011)
Il film dei The Vicious Brothers, nonostante diversi spunti intelligenti, si riduce ad essere l'ennesimo film-spavento che punta all’effettaccio pur di far saltare lo spettatore sulla sedia. Eppure trovate coraggiose e destabilizzanti ce ne sono, ma forse la mancanza d'esperienza ha costretto i realizzatori a rivolgersi al già visto, senza azzardare nulla
"La polvere del tempo - The Dust of Time", di Theo Angelopoulos (di Simone Emiliani, del 05/06/2011)
Il film fa parte del secondo anello di una trilogia dedicata alla storia del popolo greco in cui si ha l’impressione che l’opera del maestro greco si alimenti essenzialmente con i residui del passato. Il suo simbolismo accerchia, non lascia respiro e ormai si ha proprio l’impressione che Angelopoulos, non si sa quanto involontariamente, faccia la parodia ad Angelopoulos. Dalla 59esima Berlinale
"Nauta", di Guido Pappadà (di Pietro Masciullo, del 04/06/2011)
L’impianto filosofico e la spinta panteista verso la riscoperta dell’uomo nella natura devono essere tematiche molto sentite dal regista, ma il tutto appare poggiato su una sceneggiatura fragilissima e costellata da meccanismi di causa/effetto francamente troppo ingenui. E allora Pappadà si affida immediatamente alla sua ottima perizia tecnica che rende lodevole il progetto Nauta soprattutto dal punto di vista produttivo
"Paul", di Greg Mottola (di Emanuele Di Porto, del 02/06/2011)
Il cinema di Greg Mottola non abbandona mai il terreno del ricordo. I suoi esordi cinematografici avevano il sapore agrodolce degli springbreak vissuti da estraneo e dei primi baci desiderati. Paul omaggia i pomeriggi passati a vedere Navigator e DARYL in videocassetta. Il suo limite è quello di dedicarsi ad un pubblico che si riconosca nei protagonisti, quei quarantenni che parlano tra loro in Klingon e sognano di andare a Roswell. Tuttavia, il regista non tradisce mai un percorso autoriale segnato dalla nostalgia.
"Garfield Il supergatto", di Mark A.Z. Dippè (di Eleonora Sammartino, del 02/06/2011)
Nonostante il plot molto scarno, Garfield – Il supergatto sembra offrire uno spunto interessante: l'incontro-scontro tra mondo dei fumetti e quello dei cartoni animati. Tuttavia, lo spunto rimane tale. Dippè preferisce privilegiare la semplicità, puntando tutto su un 3D pompato come i muscoli di Garzooka, ignorando del tutto la possibilità offerta, a differenza di altri film d'animazione contemporanei
“Zack & Miri – Amore a …primo sesso”, di Kevin Smith (di Sergio Sozzo, del 01/06/2011)
Il film, del 2008, sembra chiudere una probabile trilogia con Jersey Girl e Clerks II, ovvero il tentativo di un cinema il più possibile tenero e intimista, unplugged, in cui mettersi completamente a nudo senza però rinunciare alle sferzate e alle provocazioni. E’ anche il film in cui la formula grunge di Kevin Smith mostra però più la corda. Eppure questo imbarazzo ancora una volta segna la cifra di una pellicola assolutamente sincera e timidamente personale
“Tutti per uno”, di Romain Goupil (di Sara Orazi, del 31/05/2011)
“Cirkus Columbia”, di Danis Tanovic (di Roberto Rosa, del 29/05/2011)
Tanovic riesce ancora una volta, come nel suo fortunato esordio No man’s land, a raccontare il dramma della guerra attraverso una chiave di lettura metaforica, con le piccole vendette familiari che si sovrappongono alle grandi vendette della storia. Il tutto, come sempre nel cinema balcanico, alternando continuamente il riso alle lacrime
"The Housemaid", di Im sang-soo (di Simone Emiliani, del 28/05/2011)
Remake di un classico del cinema coreano del 1960, il film rispetto all'originale preferisce privilegiare la componente cinefila piuttosto che la torbida passionalità. C'è qualche momento di tensione ma la tendenza è solo quella di attraversare i generi senza sfociarci dentro. E del noir restano solo dark-lady inanimate. Da Cannes 63
“Corpo celeste”, di Alice Rohrwacher (di Simone Emiliani, del 28/05/2011)
Sospeso tra documentario e finzione, il film difetta nella caricatura di certe situazioni (l'arrivo del vescovo) e personaggi (la figura di Santa) ma si tratta comunque di un film sentito, girato dalla Rohrwcher con un istinto quasi materno nei confronti della giovanissima protagonista e che si risolve in un finale riuscito che lascia dentro quell'inquieto malessere. Dall'ultima Quinzaine des Realisateurs
“Et in terra pax”, di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (di Pietro Masciullo, del 27/05/2011)
Lo spazio della marginalità urbana è come un paesaggio univoco che unisce tutte le metropoli del mondo. Le accomuna con simili storie di violenza e solidarietà, istinti primitivi e lotta per la sopravvivenza, vita e morte. Il film di Botrugno/Coluccini parla proprio di questo: di come delle giovani vite possano crescere e interagire in un contesto che pare votato deterministicamente al concetto di violenza endemica. 15 minuti di applausi alle Giornate degli Autori di Venezia 67
"Una notte da leoni 2", di Todd Phillips (di Carlo Valeri, del 26/05/2011)
Questo secondo capitolo si spinge oltre, raddoppiando le derive iconoclaste e sottoponendo fino al limite del consentito i corpi dei suoi protagonisti al trattamento di una ironia violentissima con conseguenze mai così nette a livello etico e anticonformista. In questo Todd Phillips è davvero uno dei pochi registi americani ad aver tracciato in questi anni non soltanto una precisa poetica d’autore, ma un discorso netto, spassoso e spietato allo stesso tempo, sulla dualità dell’uomo e su una instancabile lotta con le norme sociali
"Il dilemma", di Ron Howard (di Emanuele Di Porto, del 24/05/2011)
La personalità di Ron Howard è troppo ingombrante per la commedia americana. Il regista cerca di costringere Vince Vaughn e Kevin James dentro ad un tema e finisce per sprecare quasi del tutto il magnetismo del loro legame virile. I due si liberano a fatica e si concedono solo nelle battute finali, quando l'attenzione del cineasta per il meccanismo della confessione è ormai stata appagata. Il dilemma purtroppo non riesce mai a lasciarsi andare fino in fondo
“The Beaver”, di Jodie Foster (di Simone Emiliani, del 21/05/2011)
Con Habemus Papam di Moretti forse uno dei film più toccanti (nel senso che toccano e fanno male) sul ‘nostro’ male di vivere di tutti i giorni. Un ritorno folgorante per l’attrice dietro la macchina da presa a 16 anni da A casa per le vacanze, dove c’è insieme un film su Mel Gibson, un accesissimo teenager-movie e un altro contagioso ritratto della solitudine infantile e adolescenziale
"Pirati dei Caraibi: oltre i confini del mare", di Rob Marshall (di Simone Emiliani, del 20/05/2011)
Stavolta l’avventura è senza sorprese, il ‘nuovo Bounty’ ha smarrito Depp quasi reincarnazione di Clark Gable, canaglia romantica che qui gioca di sottrazione solo con i residui dei precedenti episodi e anche il regno oscuro è poco buio. La messinscena macchinosa del regista di Chicago incrocia l'armatura pesante di Bruckheimer. Nella sua rigidità, restano soprattutto gli assordanti rumori
“Il ragazzo con la bicicletta”, di Jean-Pierre e Luc Dardenne (di Aldo Spiniello, del 20/05/2011)
“The Tree of Life”, di Terrence Malick (di Sergio Sozzo, del 18/05/2011)
Terrence Malick è colpevole d’aver girato The Tree of Life, e la colpa è quella d’aver tentato di dare forma all’implasmabile lutto di cui facciamo finta di non accorgerci da quando la vita cammina su questa Terra, ma che sempre c’accompagna. La ricerca della perfezione ha portato come unica conquista il poter ascoltare un vinile di Mahler mentre si pranza: e il cinema di Malick sembra infestato dalla terribile condanna di non avere adesso più ormai nient’altro da (lasciarci) immaginare
“6 giorni sulla Terra”, di Varo Venturi (di Annarita Guidi, del 18/05/2011)
Se gli attimi in cui il tempo prende un’altra forma – anticipazioni, regressioni, déjà vu – non fossero proiezioni? Se le entità e gli oggetti intorno a cui l’inconscio torna a scavare non appartenessero a noi? Se il confine tra religione e scienza non fosse mai esistito? In esclusiva in anteprima per i lettori di Sentieri selvaggi la recensione di 6 giorni sulla Terra, pellicola che racconta le alien abduction sulla base delle ricerche di Corrado Malanga. Dal 3 giugno nelle sale italiane.
"Con gli occhi dell'assassino", di Guillem Morales (di Stefano Perosino, del 15/05/2011)
"Un perfetto gentiluomo" di Shari Springer Berman e Robert Pulcini (di Valentina Gentile, del 14/05/2011)
Commedia e romanzo di formazione, omaggio ad una New York eccentrica e innocua, Un perfetto gentiluomo deve molto a Kevin Kline e alla sua presenza fascinosa e imprevedibile. Notevoli anche le performance di Paul Dano e di Patti D’Arbanville. Interessante e per niente scontata la scelta di fare una commedia senza sesso, così come la punta di sarcasmo verso un certo tipo di ambienti progressisti
"Beastly", di Daniel Barnz (di Eleonora Sammartino, del 14/05/2011)
Ennesima rivisitazione della favola settecentesca di La bella e la bestia, Beastly tenta di attualizzare la storia portandola nella New York dei giorni nostri. Ma Barnz è in grado di creare una favola solo per la generazione Gossip Girl, tra estetica da videoclip e superficialità dei personaggi. Neanche Vanessa Hudgens-Belle lo salva
"Uomini senza legge", di Rachid Bouchareb (di Leonardo Lardieri, del 14/05/2011)
Il regista francese di origini algerine riporta sullo schermo gli anni che precedono l’indipendenza dell’Algeria, partendo dalla strage di Sétif nel 1945, ad opera delle truppe colonizzatrici transalpine, che provocarono 45.000 morti tra i civili. Tre fratelli, costretti a lasciare il loro Paese, per i tumulti indipendentisti, sono pronti a combattere sul suolo “nemico”, per la libertà. Corpi, sballottati dalla storia, senza mai far scorrere nelle vene degli stessi sangue e materia
"Red", di Robert Schwentke (di Giacomo Calzoni, del 12/05/2011)
Quando vuole, il cinema americano si ricorda di essere ancora tra i migliori produttori di commedie al mondo: Red è un piccolo miracolo di equilibrio tra i generi, aiutato da un cast in stato di grazia che da solo vale la visione; una romantic-comedy travestita da film d’azione, un viaggio attraverso gli Stati Uniti dove il motore di tutto è l’amore e dove tutti sembrano divertirsi un mondo. Compreso lo spettatore, per una volta
“Hai paura del buio”, di Massimo Coppola (di Pietro Masciullo, del 09/05/2011)
Massimo Coppola è fin troppo consapevole di inscriversi in territori ultrabattuti dal nostro cinema, ed ha l’intelligenza di utilizzare tutta questa sovrastruttura preesistente come una sorta di acquario dove far nuotare due esistenze “attualissime”. Da Venezia 67
“Tatanka”, di Giuseppe Gagliardi (di Leonardo Lardieri, del 09/05/2011)
È la vicenda di Clemente Russo, campione di boxe, cresciuto nel casertano, tra furti d'auto, rapporti con la malavita e 8 anni di prigione per coprire l'amico di sempre. Tutto sembra vero, troppo vero, chiuso nel laboratorio di un sottile tessuto di sensazioni, di parziali presenze e non totali assenze, disposte in un ritmo, un intreccio di ritmi, che in ultima analisi è l'essenza del film. Ma ciò di cui si sente maggiormente l'urgenza è sentirsi succubi delle astrazioni, delle rivolture e delle tortuosità dell'invisibile. In un avamposto del nulla, percorso da carovane di fantasmi
"Machete", di Robert Rodriguez & Ethan Maniquis (di Simone Emiliani, del 08/05/2011)
Concepito come estensione del finto trailer di Planet Terror, quest'ultima pellicola del regista messicano è coerente con un cinema che utilizza i personaggi principali, gli spazi e la materia come giocattoli multiuso. Già basta il volto segnato e apparentemente immobile ad accendere uno dei film più divertenti del cineasta, che si compone di ritagli senza per fortuna avere quell'intellettualismo di Soderbergh
"Malavoglia", di Pasquale Scimeca (di Pietro Masciullo, del 08/05/2011)
I veri protagonisti del film di Scimeca sono il mare e la musica. Elementi fluttuanti, liquidi, non confinabili. L’uno immodificabile nella sua spietata bellezza, l’altra continuamente modificata dalla volontà umana. E forse è questo uno dei motivi del proporre un’attualizzazione così spinta del classico della letteratura verghiana: vedere quanto di nuovo si può immettere per far risaltare ciò che non cambierà mai. Da Venezia 67
"Il primo incarico", di Giorgia Cecere (di Simone Emiliani, del 07/05/2011)
Un gran bel film quello di Giorgia Cecere, di terra e d'aria, fisico e decadente, che fa sentire il cuore della Puglia come Winspeare e Rubini e, grazie anche alla bravura della Ragonese, realizza uno dei recenti migliori ritratti femminili senza andare mai sopra le righe o correre il rischio di essere compiaciuta
“Senza arte né parte”, di Giovanni Albanese (di Sara Orazi, del 07/05/2011)
“Fast & Furious 5”, di Justin Lin (di Sergio Sozzo, del 06/05/2011)
La messinscena compatta e fieramente old school improntata dal regista per questo quinto episodio replica in monoliticità e granitica solidità al massiccio e tesissimo scontro di muscoli e testosterone che anima la vicenda. A farne le spese sono per forza di cose le ben poche sequenze incentrate sui virtuosismi dei motori rombanti, tra cui un memorabile inseguimento finale posto a conferma che quello che conta stavolta è la “pesantezza” dei fattori chiamati in causa, nelle sequenze a quattro ruote come nelle sfide tra i personaggi
"Come l'acqua per gli elefanti", di Francis Lawrence (di Simone Emiliani, del 06/05/2011)
Forse con Richard LaGravenese alla regia (qui solo sceneggiatore) sarebbe potuto essere un altro film. Il formalismo del genere sentimentale, con le luci della fotografia di Prieto che intrappolano le azioni facendole diventare quasi quadri da cornice, genera qui solo lacrime preconfezionate con numeri da circo attraversati solo fugacemente. Con tre attori in parte come Christoph Waltz, Robert Pattinson e Reese Whiterspoon il rimpianto aumenta
"Noi, insieme, adesso. Bus Palladium", di Christopher Thompson (di Sergio Sozzo, del 02/05/2011)
Storia di rise and fall di un ingenuo rockettaro ribelle col volto e il carisma di Arthur Dupont, star della tv francese visto da noi in Ex di Brizzi, decisamente prevedibile come l’armamentario di poster e lp di Pink Floyd, Sonny Boy Williamson e Lou Reed che adorna le camere dei protagonisti. Resta soprattutto una grande freschezza e leggerezza nel cast di giovani attori, tutti bravi e belli ma forse un po’ troppo puliti
"Angèle e Tony”, di Alix Delaporte (di Silvia Fanasca, del 01/05/2011)
Ciò che lega i due protagonisti è il dolore, la solitudine ed il senso di colpa, ma soprattutto il desiderio di riscatto che sembra essere il vero e proprio motore della vicenda. Il loro lento innamorarsi è ripreso dalla regista prestando particolare attenzione ai più piccoli segni di apertura, i sorrisi fugaci, le occhiate timide. E’ grazie a questi piccoli “indicatori emozionali” che ci si rende conto di quanto Angèle e Tony stiano vivendo sentimenti sempre più intensi. Dalla Settimana della critica di Venezia 67
"Il sesso aggiunto", di Francesco Antonio Castaldo (di Riccardo Moglioni, del 01/05/2011)
Decidere di trattare un argomento così complesso, così crudo, è un intento nobile e rimarchevole: decidere di produrre e dirigere una storia come quella de Il sesso aggiunto è anzi un atto quasi eroico. Seppur con troppe falle nella realizzazione, l'esordio di Castaldo rimane un ottimo progetto. Impreziosito dalle musiche del maestro Nicola Piovani
"Notizie degli scavi", di Emidio Greco (di Elena Di Nardo, del 30/04/2011)
Le ambizioni del regista si smarriscono lungo la strada, risucchiate da un andamento zoppicante, incerto. Tutto avviene e non lascia traccia, ma il pubblico non risulta mai davvero coinvolto, perchè non vi è accenno ai moventi interiori che possano aver generato il contatto tra i due personaggi del film. Da Venezia 67
"Diciottanni - Il mondo ai miei piedi", di Elisabetta Rocchetti (di Eleonora Sammartino, del 30/04/2011)
Quello che, forse, vorrebbe essere uno studio psicologico si rivela in realtà un film debole a causa di una sceneggiatura scialba e non equilibrata, tra la superficialità nella caratterizzazione dei personaggi e uno sviluppo del plot che non indovina i tempi giusti, oltre alla regia di una mano che deve ancora trovare la propria voce
“I baci mai dati”, di Roberta Torre (di Roberto Rosa, del 29/04/2011)
Ancor più che nei suoi lavori precedenti, la Torre ci propone un racconto corale tutto al femminile, ed in questo, certo, il lavoro può dirsi riuscito, grazie soprattutto ad un ottima galleria di personaggi/interpreti capaci di caratterizzare perfettamente alcuni prototipi femminili contemporanei, per le quali è necessario addirittura un miracolo (vero) per riscoprire la normalità affettiva
"Source Code", di Duncan Jones (di Giacomo Calzoni, del 29/04/2011)
Secco come un B movie e semplicissimo nello sviluppo, nonostante le premesse da meccanica quantistica: Source Code è il passaggio verso nuovi mondi e nuove Storie, verso quell'eterno fuoricampo dove le ombre (il cinema) vivono e si muovono. E tra echi di Philip K. Dick e Ricomincio da capo fa capolino la meravigliosa poetica di Scala al Paradiso di Powell & Pressburger, dove la Morte si rifiuta e si lotta incessantemente per il diritto alla vita e all'amore. Fosse anche solo per la durata di un film
"Thor", di Kenneth Branagh (di Carlo Valeri, del 28/04/2011)
Cineasta troppo frequentemente dilaniato dalle proprie ambizioni barocche e letterarie, il modesto Branagh stavolta ci sorprende con un'opera potente e schizofrenica, più affascinante che riuscita. Quasi una messa in gioco della doppia anima di un cinema che forse solo ora comincia a mettere seriamente in comunicazione la diversità dei "materiali"
"Winnie The Pooh - Nuove avventure nel bosco dei 100 acri", di Don Hall e Stephen J. Anderson (di Maurizio Encari, del 28/04/2011)
Un'avventura dal sapore fiabesco ma al contempo ricca di passaggi divertenti e originali, che manderanno in visibilio i nuovi e vecchi fan del piccolo orsetto: animato rigorosamente in maniera tradizionale, il film recupera in pieno tutte le atmosfere sognanti e fanciullesche made in Disney, aggiornandole ai giorni nostri con una maestria inaspettata. E con Zooey Deschanel in colonna sonora...
“Faccio un salto all’Avana”, di Dario Baldi (di Aldo Spiniello, del 27/04/2011)
"World Invasion - Battle: Los Angeles", di Jonathan Liebesman (di Emanuele Di Porto, del 25/04/2011)
Ancora prima di essere un film di fantascienza, World Invasion è un war-movie in piena regola. Il taglio da blockbuster viene abbandonato: più che a Roland Emmerich, il film guarda ai nuovi esperimenti di District 9 e di Monsters. Tuttavia, conserva un fascino eroico tutto hollywoodiano, che richiama l'ingenuità di b-movie come The Earth vs. the Flying Saucers. La camera a mano cambia le prospettive: la verosimiglianza non è più affidata al realismo degli effetti speciali, ma alla credibilità degli esseri umani.
“Goodbye Mama”, di Michelle Bonev (di Francesco Puma, del 23/04/2011)
Simbologie d’accatto, sceneggiatura scombussolata, fotografia stucchevole, colonna sonora sbordante, recitazione da oratorio: il tutto per un lacrima–movie con pruriti proto–autoriali che narra (si fa per dire) la mielosa storiella di due sorelle che s’industriano a prelevare la loro nonna malata di Alzheimer dal succitato ospizio–gulag
“El cantante”, di Leon Ichaso (di Sergio Sozzo, del 23/04/2011)
Lo spazio del film è, ovviamente, quasi tutto per Marc Anthony, marito della Lopez e campione della salsa contemporanea, che rivisita qui nel ruolo di Hector i classici del repertorio di Lavoe interpretandoli con passione e trasporto. Ma J Lo non è però tipo da farsi mettere in un angolo così facilmente, e tra monologhi in bianco e nero e scene madri melodrammatiche, cattura la nostra attenzione anche semplicemente muovendo i fianchi di rosso fasciati al ritmo della salsa
"L'altra verità", di Ken Loach (di Simone Emiliani, del 22/04/2011)
Dopo il lampo di Il mio amico Eric, il regista inglese mostra una perdita d'intensità che attanaglia già da tempo il suo cinema. Qui, teso a seguire la scrittura di Laverty, si rifugia dentro improbabili trame thriller e in confessioni video sul PC che appaiono quasi come la parodia di Redacted. Forse il cineasta vorrebbe ancora indignarsi ma non sembra averne più la forza. In concorso a Cannes 63
"Cappuccetto rosso sangue", di Catherine Hardwicke (di Fabiana Proietti, del 22/04/2011)
Per una luna nuova persa la brava Catherine Hardwicke trova una luna di sangue, avendo così modo di firmare il suo ideale seguito di Twilight e di riappropriarsi di uno stile visivo sottrattole dalla saga di Bella e Edward. Ma nonostante le sue impennate visive e una sensuale Amanda Seyfried il film è vittima di un plot debole, a metà tra romance e whodunit, con un occhio rivolto a Twilight e l'altro a In compagnia dei lupi di Jordan, rispetto al quale mostra ancor più i propri limiti di scrittura
“Faster”, di George Tillman Jr (di Sergio Sozzo, del 18/04/2011)
E' proprio questa caratterizzazione profondamente esistenzialista, questo disincanto quasi hard boiled, dove si uccide e si muore più per onorare un appuntamento con il destino che per reale bisogno o necessità, a catturare l’attenzione in questo nuovo lavoro del regista del modesto Notorious, con un tono e un’atmosfera da ballata blues da delta del Sud tutta terre desolate bruciate dal sole secco e strade polverose di provincia
"Limitless", di Neil Burger (di Fabrizio Attisani, del 17/04/2011)
Neil Burger, convinto di poter rappresentare un mondo ipercinetico e una finanza drogata con una messinscena a sua volta schizofrenica e dopata, sfodera l’armeria pesante: contrasti cromatici, lenti deformanti, effetti digitali, soggettive e cineprese virtuali. E a un certo punto trasforma il suo film in un techno-thriller con ambizioni nolaniane. Robert De Niro fa il verso a Gordon Gekko, mentre Bradley Cooper è divo intelligente capace di passare da spiantato a yuppie senza esibizionismi e preservando contemporaneamente il proprio magnetismo e la sua credibilità come interprete
“Se sei così, ti dico sì”, di Eugenio Cappuccio (di Sara Orazi, del 16/04/2011)
Piero Cicala è un uomo in più come il Tony Pisapia sorrentiniano, si è adattato a vivere in cattività come il polpo che tiene prigioniero in un acquario, lasciandosi invecchiare prima del tempo perché il tempo delle scelte e delle opportunità è irrimediabilmente trascorso. Emilio Solfrizzi è sorprendente nel portare sul proprio volto i segni del malessere e della sconfitta, nel fondere comico e tragico, fragilità e dignità in piccole sfumature fatte di gesti stanchi e sofferti, di sguardi disincantati e di silenzi.
"Rio 3D", di Carlos Saldanha (di Eleonora Sammartino, del 16/04/2011)
Più che un contenuto evidentemente scoperto, Saldanha privilegia la forma, ricreando vivacemente un'ambientazione a lui familiare e rivisitando la struttura tipica del musical classico, di per sé forte, in un contesto del tutto inusuale. Coreografie degne di un Busby Berkeley in Technicolor e 3D comprese
"A sud di New York", di Elena Bonelli (di Riccardo Moglioni, del 15/04/2011)
Rispolverare un genere morto e sepolto come il musicarello poteva essere una trovata interessante. Qualche nota positiva, tante perplessità. Sicuramente però, c’è da dire, può raggiungere il pubblico per cui è stato pensato. Semplice, positivo, diretto in particolar modo a chi è giovane e ha un sogno nel cassetto
"Scream 4", di Wes Craven (di Fabiana Proietti, del 15/04/2011)
Wes Craven e Kevin Williamson realizzano un film “da vivere e non da guardare” in cui tuffare questi teenager 2.0, dando coscientemente meno peso all’orchestrazione visiva delle sequenze e puntando invece, in quanto sequel, su un perfetto balance tra innovazione e tradizione, valore dell'originale e necessità del rifacimento, confrontandosi con la nuova era del classico lanciata dalla trilogia di Scream e un diverso referente teorico: L'occhio che uccide di Michael Powell
La révèrie' del cinema, “Habemus Papam”, di Nanni Moretti (di Federico Chiacchiari, del 14/04/2011)
Il cinema non basta più. E incredibilmente, per Moretti, diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione. Per una volta quello che conta di più non sta nell’immagine, ma al di fuori dell’esperienza della visione. E “l’ultimo spettacolo” passa attraverso l’esercizio del piacere, della scelta, del libero arbitrio. Ma anche della consapevolezza che confusione e sgomento oggi, letteralmente, ci attanagliano. E la salvezza è solo (forse)…fuoricampo.
“C’è chi dice no”, di Giambattista Avellino (di Leonardo Lardieri, del 11/04/2011)
Si scopre alla fine poi trattasi di una storia vera, ambientata a Firenze, presto insabbiata, in cui si fanno i nomi dei corrotti e dei corruttori, attraverso intercettazioni video lanciate su internet. Il film però si dimette dal prendere posizione: vorrebbe annuire alla commedia graffiante e sgraziata, ma poi si ritrova costretta a giustificare ogni tentativo di deriva sociale e visiva che trasbordi dal sistema. La rabbia e l’indignazione non tracimano, anzi resta un vago ricordo di quelli che dicono no… sì ma a chi e per cosa?
"The Next Three Days", di Paul Haggis (di Carlo Valeri, del 11/04/2011)
Bellissimo terzo film del regista di Crash e Nella valle di Elah, dove la concezione fideistica (e fatalista) del mondo secondo Haggis, con tutti gli incastri e le casualità che si porta dietro, sposa quasi con ostinazione malata la tenerezza del melodramma famigliare, il ricongiungimento del nucleo sociale americano (madre, padre, figlio) da cui ripartire per la creazione di un nuovo mondo, altrove. Con tutta la fatica necessaria (cinematografica, fisica, sentimentale, persino razionale) per meritarsi una "seconda possibilità"
“Ju Tarramutu”, di Paolo Pisanelli (di Roberto Rosa, del 10/04/2011)
"Rasputin", di Louis Nero (di Valentina Gentile, del 10/04/2011)
Vita, morte e miracoli di una delle figure più misteriose e inquietanti del Novecento; Rasputin è un film coraggioso e ambizioso, in cui la storia è affidata ad una visione nuova e coinvolgente. Un film completamente fuori dalla moda e dalle mode, a metà tra docu-drama, biografia, ma soprattutto pittura e video-arte. Prodotto e distribuito dall’indipendente L’Altrofilm
"Fughe e approdi", di Giovanna Taviani (di Pietro Masciullo, del 09/04/2011)
La memoria privata, che si mescola alla memoria Storica, che si mescola alla memoria di un microcosmo sociale molto particolare. Questo è l’intento principale della regista Giovanna Taviani (figlia di Vittorio), che nel suo documentario dedicato alle isole Eolie configura una mappa dettagliata del contesto cinematografico in primis, ma anche storico/culturale del meraviglioso arcipelago siculo. Da Venezia 67
“Drive Angry 3D”, di Patrick Lussier (di Francesca Bea, del 08/04/2011)
"Lo stravagante mondo di Greenberg", di Noah Baumbach (di Emanuele Di Porto, del 08/04/2011)
Greenberg - il ritorno alla regia di Noah Baumbach, fidato collaboratore di Wes Anderson, vanta una straordinaria performance di Ben Stiller, perfettamente calato nel ruolo di un uomo di quarant'anni paralizzato tra ansie e rimpianti. Dopo quella di Adam Sandler in Funny People di Judd Apatow, è un'altra potente interpretazione/confessione, sorretta da una scrittura scaltra e consapevole.
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