VIII ASIAN FILM FESTIVAL - "Blood Ties", di Chai Yee Wei


Un angelo vendicatore che si aggira per la città. Un corpo cinema dall’identità ambigua (contaminata) viene “inseguito” dal regista attraverso una messa in scena che fonde estetiche da roboante videoclip a distorsioni cromatiche e fotografiche che a tratti ricordano lo Tsukamoto più sperimentale. Ma questi interessanti presupposti non sono assecondati da una infrastruttura forte di sceneggiatura che renda credibili i dilemmi morali che evidentemente si vorrebbero evocare

Blood TiesGiocare con i generi. Decostruire i meccanismi narrativi e di messa in scena consolidati per ricomporli a proprio piacimento. Questo sembra essersi preposto come obiettivo principale l’esordiente regista singaporegno Chai Yee Wei in Blood Ties. E questo è forse un indizio probante della ormai solida maturità di una cinematografia (quella di Singapore nel caso particolare: pensiamo alle straordinarie e seminali contaminazioni di immagini del cinema di Royston Tan). Ma dato ormai per scontato che la nuova generazione di registi asiatici sa “maneggiare” il meccanismo cinema con una padronanza strabiliante, è giusto alzare il tiro e aspettarsi di più. È giusto non accontentarsi di una novità visiva che innegabilmente intasa gli occhi. Blood Ties sembra catalogare una serie di temi ricorrenti di tanto cinema honkonghese e coreano dell’ultima decade: dalla centralità della famiglia come centro propulsore di ogni dolore fisico e interiore (i legami di sangue del titolo), alla vendetta privata come purificazione di un passato incombente; dal tradimento come peccato originale da vendicare con violenza cieca, alle derive sociologiche sulla condizione del lavoratore medio in una metropoli. Il tutto condito con venature da horror spirituale nella storia del detective Shun ucciso dalla malavita locale e reincarnatosi, il settimo giorno, nel corpo della sorellina tredicenne che ha assistito al delitto. Corpo che diverrà “arma” della sua terrena vendetta. 
Quest’angelo vendicatore vestito di bianco che si aggira per la città, un corpo cinema dall’identità ambigua (contaminata) capace di annientare ogni nemico con la sua sola presenza, viene “inseguito” dal regista attraverso una messa in scena che fonde estetiche da roboante videoclip a distorsioni cromatiche e fotografiche che a tratti ricordano lo Tsukamoto più sperimentale. Ma questi interessanti presupposti non sono assecondati da una infrastruttura forte di sceneggiatura che renda credibili i dilemmi morali che evidentemente si vorrebbero evocare. Personaggi e caratteri unidimensionali che poggiano solo sulle loro certezze e che hanno annientato, bypassato ogni dubbio sulle azioni che compiono. In questo modo la violenza a tratti insostenibile del film non trova un adeguato retroterra che la bilanci, apparendo spesso fine a se stessa e immotivata. Se nel cinema di Park Chan-wook il tema della vendetta violenta viene posto nel cuore pulsante di dilemmi morali, di struggimenti interiori che strutturano un percorso di redenzione fondato proprio sul “dubbio” sottostante ogni azione umana, qui sembra rimasto solo l’involucro di tali dilemmi. Un involucro da ricostruire tra continui flashback e flashforward che faticano a giustificarsi a vicenda. Il tutto appare pertanto spropositatamente sbilanciato. Incapace di reggere la miriade di questioni che pur si vorrebbero tirare in ballo per mezzo di immagini curatissime nella loro programmaticità. Immagini che comunque ci segnalano un occhio registico che merita di essere seguito con attenzione nei suoi sviluppi futuri.
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