RomaFictionFest 2009 - "The forgotten woman", di Dilip Mehta
Presentato nella sezione “Factual”, il documentario riprende il viaggio iniziato da Dilip Mehta in Water della sorella Deepa: l’India delle vedove, abbandonate, umiliate e costrette all’esilio. Opera preziosa, di rara intensità e che non cede mai all’autocommiserazione, è un monito al cambiamento, un atto d’amore verso le donne, una dichiarazione della loro importanza assoluta nella nuova India
Si parla sempre più spesso, da diversi anni, del miracolo economico indiano. Si parla di un Paese in crescita, con una classe dirigente sempre più competitiva. Si parla di nuove generazioni tecnologizzate, poliglotte e cosmopolite, e delle loro solide aspettative. Ma di quel 72, 2% della popolazione indiana che vive nelle campagne, nelle zone sperdute dove le tradizioni locali dominano imperturbabili da secoli, di quella percentuale così alta sul miliardo e 130 milioni di abitanti che popolano l’ India, si parla sempre troppo poco e in modo troppo frettoloso. Del fatto che proprio in nome della tradizione e della religione si commettano ogni giorno crimini atroci qualcosa si sa, ma non tanto da sradicare la convenzione ipocrita di molti occidentali che pretende di “rispettare” la diversità culturale accettando norme e comportamenti semplicemente inumani.
Dilip Mehta ha deciso di continuare il percorso iniziato da sua sorella Deepa con “Water”. Un viaggio nelle viscere del suo immenso Paese, per mostrare al mondo la realtà delle donne indiane.
Secondo i testi sacri Hindu la donna non ha valore senza un uomo al suo fianco. Nelle zone rurali, dominate da una concezione della famiglia patriarcale, una figlia femmina è un peso. Spesso viene data in sposa giovanissima, come un “regalo”. A volte il suo destino è segnato alla nascita.
Una sposa, giovane o vecchia che sia, se perde il marito non ha molta scelta. A meno che non sposi un eventuale fratello celibe del defunto marito, sempre a patto che la famiglia di lui sia d’accordo, le è proibito risposarsi. Perde ogni diritto e ogni proprietà. Non può indossare abiti colorati, né altri simboli da donna sposata come il bindi, il piccolo punto rosso sulla fronte, o i braccialetti tintinnanti. Le vengono tagliati i capelli.
Sebbene da diversi anni sia fuori legge il sati, il rito secondo il quale le vedove venivano bruciate vive sulla pira funebre del marito, il trattamento riservato a migliaia di donne indiane è ugualmente spietato. E spietata è la superstizione radicata che le vedove siano portatrici di sfortuna e che in alcuni casi siano esse stesse la causa della morte dei loro mariti. Vengono allontanate di casa dopo essere state private di qualsiasi mezzo di sostentamento. Se sono anziane e hanno dei figli adulti e teoricamente in grado di aiutarle, sono quasi sempre ignorate, cancellate per sempre dalla loro vita precedente.
Mehta racconta la vita delle donne che si esiliano nella città sacra di Vrindavan, dove per un pugno di riso e uno di lenticchie al giorno, vivono i loro ultimi anni cantando inni sacri a Krishna. La macchina da presa entra nei miseri ashram dove si accalcano le vite di centinaia di donne, per lo più anziane. Ritrae i loro volti pieni di rughe, le loro schiene innaturalmente curve. Ascolta le loro storie e registra i loro lamenti.
Torna poi a quell’India apparentemente emancipata, urbanizzata, alla classe medio-alta, alle donne che possono spendere soldi e tempo per vestirsi e pettinarsi all’occidentale. Le storie di un gruppo di vedove di guerra benestanti rivela quanto l’appartenenza sociale sia assolutamente determinante per la dignità delle donne, per il loro destino. Nessuna di loro è stata costretta a finire i suoi giorni elemosinando davanti a luoghi sacri. Eppure le loro voci raccontano delle stesse superstizioni, delle stesse ingiustificate discriminazioni subite dalle vedove rurali.
Ma l’intento documentaristico non si ferma davanti al semplice sgomento. Mehta incontra la Dottoressa
Mohini Giri, a sua volta vedova, che da anni aiuta e dà rifugio alle vedove di Vrindavan.
Mohini Giri, a sua volta vedova, che da anni aiuta e dà rifugio alle vedove di Vrindavan.Incontra nel Rajasthan Ginny Shrivastava, canadese da più di trent’anni in India, che alla morte del marito indiano ha deciso di dedicare la sua vita a cercare di combattere l’assurdo trattamento riservato alle donne rimaste vedove.
Con la fermezza e il rigore del suo essere direttore della fotografia (ha curato anche la fotografia nei film della sorella), Mehta fa del suo lavoro un documento prezioso, un’opera essenziale che non cede mai all’autocommiserazione. Le immagini sono nitide, pure, le inquadrature lunghe e il montaggio attento a non tagliare le cose “sgradevoli” come le liti improvvise e per futili motivi tra le donne dell’ashram, la loro follia perturbante e a volte prepotente.
Il suo è lo sguardo di un uomo che sa che nel suo “promettente” Paese non può esserci futuro senza le donne. E’ il Paese che ha eletto Prathiba Patil, una donna, come suo tredicesimo Presidente. Lo stesso che da pochi giorni ha depenalizzato l’omosessualità tra applausi e clamori internazionali. Eppure la donna dimenticata è da qualche parte, nascosta con le mani sul volto. E’ arrivato il tempo di guardarla negli occhi.
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