Roma Fiction Fest 2010 - "Stones on exile", di Stephen Kijak
Il documentario di Stephen Kijak utilizza l'esilio dall'Inghilterra della band di Jagger e Richards come metafora portante di quell'album ramingo e senza radici che è Exile on Main Street. La creazione del disco viene raccontata con un patchwork di scatti d'autore e Super8, recuperando i tempi dilatati della realizzazione: il risultato? Un anti-Shine a light scorsesiano.
Presentato come il documentario sull’esilio della band di Mick Jagger e Keith Richards dall’Inghilterra per ragioni fiscali, Stones on Exile, che approda dal festival di Cannes (era nella Quinzaine des Réalizateurs) ai piccoli grandi schermi del Roma Fiction Fest, non è, fortunatamente, il ribassamento dell’apologia del rock ‘n roll a questioni di diritto tributario.L’esilio, anzi, non appena liquidata la contingenza economica e poco mitologica delle spese fiscali, diventa nelle mani di Stephen Kijak la metafora portante di quell’album ramingo, in grado di recidere le radici britanniche per approcciare stili e influenze della black music americana, che è Exile on Main Street. Sfuggente, irriducibile a griglie teoriche e interpretative preconfezionate, e incompreso perché – come avrebbe detto Bazin – “se fosse stato capito sarebbe un segno che è venuto troppo tardi”.
Kijak racconta l’abbandono persino rocambolesco dell’Inghilterra sul jet privato, con la tribù delle pietre rotolanti al completo, mogli e figli al seguito, e l’approdo nel sud della Francia, con i membri del gruppo disseminati lungo la Costa Azzurra, a giocare ai divi bohémien, per poi ritrovarsi nella villa presa in affitto da Richards e famiglia, a suonare in scantinati umidi con chitarre perennemente scordate. Seguendo la realizzazione di alcune fra le tracce più belle dell’album (Sweet Virginia, Loving Cup, Shine a Light…) Kijak costruisce Stones on Exile come un patchwork di Super8 e fotografie, gli scatti in bianco e nero di Dominique Tarlé, stregato soprattutto dalla figura di Richards, che condivise col gruppo il soggiorno francese rubando momenti creativi e di totale abbandono, affidando poi alle parole fuori campo dei protagonisti e delle figure di sfondo (come i figli dei loro amici, al tempo bambini) il commento alle immagini, sull’onda emotiva del ricordo e i tempi dilatati della memoria.
Una struttura narrativa in contrasto con incipit e finale, affidati ai volti e ai giudizi critici di musicisti e “stoniani”, fra cui Martin Scorsese, la cui presenza chiama inevitabilmente in causa il suo Shine a Light, rispetto al quale il documentario di Kijak appare assolutamente in controtendenza: tanto più Scorsese si sforzava di governare la scena, tentando di ricondurre a una razionalità visiva il caos irresistibile prodotto dall’imprendibile Jagger – ulteriore sintomo della classicità fin troppo rigorosa del suo cinema più recente – quanto più Stones on Exile appare invece scritto e montato con lo stesso abbandono, la stessa indolenza dei giorni trascorsi dal gruppo nella villa di Nellcote, recuperandone tempi e atmosfere.
E l’asciuttezza con cui affronta per dovere di cronaca gli abusi di Richards con le droghe, concentrandosi invece sulla libertà e soprattutto la singolarità della situazione creativa fanno di Stones on Exile innanzitutto un documento sul sogno utopico di una generazione, riflesso in una creazione musicale totalmente concentrata su di sé e le proprie sperimentazioni, incurante del mercato e dei target da raggiungere.
Una visione rinfrescante nella notte di un Fiction Fest sempre troppo soffocato dal suo parterre di starlette in cerca d’attenzione.
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