Roma Fiction Fest 2010 - "Afghanistan, sur le piste des dollars", di Paul Moreira
Il documentario di Moreira è senza dubbio un buon prodotto televisivo. Ed ha il merito di portare alla luce il lato oscuro degli aiuti umanitari. Tuttavia viene il sospetto di trovarsi di fronte ad un tipo di giornalismo un po’ furbetto, di stampo prettamente televisivo, alla perenne ricerca dell’agognato scoop. Non importa tanto registrare la verità dei fatti, confrontare le versioni e/o cercare una spiegazione più o meno profonda
Settembre 2008, Parigi. Alla Conferenza Internazionale di sostegno all’Afghanistan, la Comunità Internazionale decide di stanziare 18 miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese. Paul Moreira decide di seguire questi soldi e di scoprire dove siano finiti ad oltre un anno di distanza. Ci porta quindi a Kabul, dove la costruzione di diverse scuole s’è fermata ai maestosi cartelloni che ne ritraggono il progetto avveniristico. Dietro di essi le ragazze seguono le lezioni all’aperto, stringendosi sulle poche panche a disposizione sotto le intemperie. Il quartiere di Shirpour è un altro luogo interessante; zona abitata prevalentemente da case modeste, negli ultimi tempi si sta trasformando in una distesa di enormi ville pacchiane come giostre, che stanno letteralmente fagocitando tutto ciò che trovano sul loro cammino. La rabbia dei poveri abitanti di Shirpour, molti dei quali anziani ex-combattenti, esplode davanti alla macchina da presa.
Le mega ville in questione sono le nuove magioni dei nuovi, nuovissimi ricchi afghani. Personaggi poco chiari e legati al potere, signori della guerra o giornalisti il cui silenzio è stato pagato profumatamente. Amici degli amici le cui fortune economiche sono esplose da un giorno all’altro, senza spiegazioni coerenti. Moreira intervista Ramazan Bashardost, ex ministro afgano ora deputato indipendente molto critico con il governo Karzai e con le numerose Ong presenti nel suo Paese colpevoli, secondo lui, di arricchirsi con i soldi della Comunità Internazionale a scapito degli Afghani. Una di queste Ong, l’italiana Intersos, è protagonista del documentario. L’Intersos nel 2002 viene selezionata per la realizzazione di un progetto di riabilitazione e ampliamento dell’ ospedale “Khair Khana” di Kabul. Il progetto è stato monitorato dall’UNOPS e finanziato dalla Cooperazione Italiana. I lavori sono finiti nel 2003. Al momento delle riprese del documentario il “Khair Khana” era in condizioni disastrose; pezzi mancanti, sale operatorie con le mura cascanti, pavimenti sventrati. L’Ong, interrogata da Moreira a Roma, si è dichiarata assolutamente ignara di quanto successo dopo il completamento dei lavori e l’inaugurazione (alla quale era presente l’on. Margherita Boniver, allora Sottosegretario del Ministero degli Esteri).
Moreira non crede, o non vuole credere, a questa spiegazione. Intersos ha, in seguito all’uscita del documentario, diffidato legalmente il giornalista, accusandolo di aver nascosto le prove della buona fede della Ong che pure gli erano state fornite.
Aldilà della querelle tra le due parti in causa, il documentario di Moreira è senza dubbio un buon prodotto televisivo. Ed ha il merito di portare alla luce il lato oscuro degli aiuti umanitari. Tuttavia viene il sospetto di trovarsi di fronte ad un tipo di giornalismo un po’ furbetto, di stampo prettamente televisivo, alla perenne ricerca dell’agognato scoop. Il gioco è simile a quello, molto in voga anche in certe trasmissioni tv nostrane tipo “Le Iene”, in cui si sferra l’attacco a sorpresa, contando sull’ovvia, umanissima destabilizzazione del “nemico” del momento. Non importa tanto registrare la verità dei fatti, confrontare le versioni e/o cercare una spiegazione più o meno profonda. E, nonostante sia innegabile il giro d’affari illeciti legati alle missioni umanitarie, risulta un po’ strano, o per lo meno ingenuo che un documentario prodotto da Canal+ riesca, tra le centinaia di Ong che affollano Kabul, a trovarne solo una, per lo più francese, che risponda a criteri di rettitudine.
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