TORINO 28 - "Cyrus", di Jay e Mark Duplass (Festa Mobile)

Proprio come in Baghead i Duplass orchestrano continue sciarade: mettono in scena situazioni e sentimenti per poi ribaltarli, insinuando continuamente il dubbio sulla autenticità di quello che noi spettatori stiamo guardando. Una piccola vertigine teorica sulla natura dello sguardo insomma, che in questo film trova il suo principale referente proprio in Cyrus, eletto ben presto a protagonista incontrastato della scena. Uno sguardo comico e mostruoso insieme

Cyrus, di Jay e Mark Duplass

Esponenti di un cinema indie a suo modo istituzionalizzato, tra le vetrine festivaliere di Sundance e Tribeca, i fratelli Duplass sbarcano in Europa trovando finalmente anche una distribuzione in sala. Cyrus, il loro terzo lungometraggio, si presenta subito come un'opera di passaggio nella loro filmografia. Passaggio da un cinema teso ad esaltare esteticamente la povertà di budget e di mezzi, eleggendola intelligentemente a materia stessa del loro narrare – come in Baghead, mise in abyme divertita e divertente del loro piccolo laboratorio cinematografico – ad un cinema che si fa pian piano più complesso e ricco. Ed è proprio su questo crinale che continuano ad operare i Duplass: rimanendo da un lato fedeli alla loro turbolenta messa in scena da cinema veritè (macchina rigorosamente a mano e continui zoom a sottolineare i sussulti emotivi dei protagonisti) e dall’altro riscoprendo le tradizionali tematiche cassavetesiane del cinema indipendente sponda newyorkese, ossia il porre in continuo primo piano le debolezze e i sentimenti dei personaggi/attori inquadrati.

Ecco che veniamo catapultati nel tormentato mondo di John (un immenso John C. Reilly, capace di creare continue interfacce emotive solo con piccolissimi movimenti del volto) che dopo essere stato lasciato dalla moglie, ormai da sette anni, non riesce ancora a trovare una pace sentimentale. Risorge dal suo torpore conoscendo Molly (la sempre bella Marisa Tomei) che gli ridà speranza e calore, ma l’intoppo più duro (e dai risvolti comico/surreali) sarà rappresentato dal figlio ventiduenne di lei, Cyrus appunto (Jonah Hill), che farà di tutto per impedire il loro amore. Il film diventa così un interessantissimo ibrido, dove il cambio di registro – anche recitativo – da commedia a tragedia viene continuamente inscritto addirittura nella stessa inquadratura. Proprio come in Baghead i Duplass orchestrano continue sciarade: mettono in scena situazioni e sentimenti per poi ribaltarli, insinuando continuamente il dubbio sulla autenticità di quello che noi spettatori stiamo guardando. Una piccola vertigine teorica sulla natura dello sguardo insomma, che in questo film trova il suo principale referente proprio in Cyrus, eletto ben presto a protagonista incontrastato della scena. Il suo è uno sguardo innocente e inquietante nel contempo, comico e mostruoso. Sguardo che nasconde abissi di dolore mascherato da gelosia e ossessione materna, in un personaggio che appare come parente strettissimo della galleria di “mostri” che popola l’universo filmico di Todd Solondz. Una infantilità esibita e impugnata come un’arma (straordinaria l’inquadratura di Cyrus che chiama John impugnando un grosso e minaccioso coltello, con cui sta preparando semplicemente un sandwich) tesa a mascherare un male radicato e profondissimo, di una ingenuità ancora più profonda: l'ingenuità della paura. Cyrus diventa così l’ennesimo ragazzo americano senza padre dominato dal sentimento della paura, vero e proprio deus ex machina della nostra società occidentale.

 

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