POETICA DEI CINEMONDI – “Sucker Punch”, di Zack Snyder
Formidabile ultimo capolavoro di Zack Snyder, capace ancora una volta di costruire e distruggere mondi senza mai negare alle sue prospettive cinepittoriche l’ebbrezza di interminabili punti di fuga. Un’opera politica e coraggiosa, perfetto termine medio tra l'ultimo Lucas e i fratelli Wachowski, probabilmente il film più limpido e necessario tra quelli finora realizzati dal regista di Watchmen e 300
Sebbene saranno in molti, tra critica e pubblico, ad arricciare il naso, Sucker Punch è, molto probabilmente, quel genere di capolavoro che dovrebbe spezzare ogni indugio nel considerare Zack Snyder uno dei grandi del nostro tempo. Dopo la feconda ambiguità ideologica di 300 e Watchmen, ecco il capitolo più limpidamente anarchico della sua filmografia, probabilmente anche il più rischioso nella sua trasparenza didattica di “guerra al potere”. Una guerra che Snyder affida contemporaneamente alle sue eroine femminili e alle sue immagini, postulando un continuo rimpallo tra forma cinematografica e sentimento, entità indiscernibili in nome di un erotismo plastico e romantico forse ineguagliabile. Attingendo da un soggetto da lui concepito e sceneggiato insieme a Steve Shibuya, il regista americano elabora una partitura drammaturgica su tre livelli (il manicomio, il teatro, il sogno) in cui realtà e finzione si intersecano continuamente, senza mai confondersi del tutto. Perché è proprio in questa nettezza del discorso snyderiano, nella sua evidente tripartizione estetica e narrativa (non priva di una certa meccanicità), che l’opera esplicita la sua dimensione politica e tematica di folle "blockbuster d'autore".
Baby Doll viene ingiustamente rinchiusa dal padre nell’istituto psichiatrico Lennox House, dove vige la corruzione e viene praticata la lobotomia. La ragazza ha solo cinque giorni per fuggire dal manicomio e non ci mette molto a convincere le recluse ad attuare un mirabolante piano d’evasione. Saranno però cinque i livelli da superare per raggiungere la libertà. La danza “invisibile” di Baby Doll diventa così il passaggio dimensionale per il delirante luna
park pirotecnico delle cinque missioni da compiere per evadere dal manicomio cinquantesco, cristallo metaforico ideale in cui racchiudere la paranoie dell’America di oggi e non a caso luogo deputato di gran parte del cinema americano contemporaneo da Scorsese all’ultimo Carpenter. Un epicentro claustrofobico su cui l' Autore Snyder confeziona macrosequenze fagocitando il cinema e l’immaginario collettivo di mezzo secolo per scolpire uno spazio-tempo "privato", usando i citazionismi per ricomporre una nuova storia del cinema, capace a sua volta di negare - nonostante gli immediati riferimenti cinefili - ogni polverosa tentazione d’archivio. Fotogramma dopo fotogramma, Sucker Punch avanza senza sosta né timore referenziale verso la progettualità di una nuova politica terroristica dell’immagine digitale, perfetto termine medio tra l’ultimo Lucas e i fratelli Wachowski, in cui il regista di Watchmen esibisce una volta ancora la sua incredibile (e maliconicamente ingenua) capacità di costruire e distruggere mondi senza mai negare alle sue prospettive cinepittoriche l'ebbrezza di interminabili punti di fuga. Dietro un cinemondo che si (auto)distrugge ne succede sempre un altro e un altro ancora, in una smisurata fiducia nell’immagine e nel racconto-spettacolo come capacità affabulatoria e immersiva che farebbe impallidire i grandi avanguardisti degli anni Venti. Del resto Sucker Punch è, nel bene e nel male, quello che sarebbe potuto essere il cinema di Quentin Tarantino se al posto di Sergio Leone il regista di Knoxville avesse guardato a Epstein ed Ejzenstejn.
Titolo originale: id.
Regia: Zack Snyder
Interpreti: Emily Browning, Jena Malone, Abbie Cornish, Vanessa Hudgens
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 131'
Origine: USA, 2011
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