CANNES 64 – “Polisse”, di Maïwenn Le Besco (Concorso)
Sprigiona un’energia contagiosa il terzo film da regista di Maïwenn Le Besco, talentuosa attrice francese dal fascino singolare: le dichiarate ed edificanti buone intenzioni che ne costituiscono la ragion d’essere rendono inclini a perdonare una troppo evidente grossolanità di fondo, e l’inadeguatezza dello sguardo, a volte troppo piatto, della regista è puntualmente riscattata dalle strepitose e muscolari performance di tutto il cast, tra cui il nostro Riccardo Scamarcio
Sprigiona un’energia contagiosa il terzo film da regista di Maïwenn Le Besco, talentuosa attrice francese dal fascino singolare: nonostante le dichiarate ed edificanti buone intenzioni che ne costituiscono la ragion d’essere rendano inclini a perdonare una troppo evidente grossolanità di fondo, il film molto spesso si lascia andare a ingenuità che più che far sorridere fanno storcere il naso. L’esempio più eclatante è la sequenza in cui i poliziotti protagonisti, detective del distretto parigino Bpm (Brigade de Protection des Mineurs), dopo aver rastrellato un campo rom portando via tutti i bambini presenti stipandoli in un autobus, assistono all’improvvisa gioia dei piccoli che si mettono a ballare scatenati tra i sedili del mezzo a ritmo di un brano dance-pop, esprimendo con la danza la felicità per la loro nuova condizione di libertà.
Sono tutti evidentemente profondamente buoni gli sbirri di Polisse, ognuno di loro seguito con lo stile ‘sporco’, sballonzolante e documentaristico che ci si aspetta nella quotidianità del proprio mestiere, e nell’intimità della propria vita privata: anche se il taglio assume da subito ritmi e stilemi adatti a schermi magari più ‘piccoli’, così come viene a galla una sorta di mini-serialità interna alle vicende sentimentali e ai casi da risolvere, allo stesso modo va detto che in più di una sequenza il film lascia pensare ad esempi ‘alti’ della cinematografia di casa – quantomeno un’attenzione “alla Cantet” al linguaggio spurio del melting pot stradaiolo-giovanile di Belleville, e un paio di lunghissime sfuriate senza tregua in bocca a personaggi femminili incazzati degni del miglior Kechiche.
L’inadeguatezza dello sguardo della regista, che appiattisce purtroppo alcuni brutti momenti come la sparatoria nel centro commerciale e l’assurdo suicidio finale, è allora puntualmente riscattata dalle strepitose e muscolari performance di tutto il cast: soprattutto la compagine femminile sorprende per la potenza schiettissima delle interpretazioni (l’altra estenuante sequenza in cui tutte le poliziotte si lasciano andare in pista da ballo in discoteca è forse un regalo di Maïwenn alle proprie attrici), mentre tra i piedipiatti spicca il gigantesco e bravissimo Joeystarr (attore tv ma soprattutto stella del rap francese), volto, fisico e voce cavernosa da polar d’altri tempi, nel ruolo classico del poliziotto intemperante e violento ma dal cuore d’oro.
Sviluppare tutte queste figure è un piccolo miracolo in cui riesce a mantenersi l’equilibrio del film, ma l’ansia di raccontare di Maïwenn purtroppo più d’una volta la spinge all’esagerazione: venire a sapere che il Capitano del distretto ha problemi ad avere un figlio con la moglie, la quale si scopre soffrire d’anoressia, è francamente un po’ troppo per l’immancabile scena di litigio a tavola tra lo sbirro che non racconta a casa le brutture che vede sul lavoro, e la consorte che ne lamenta la costante assenza nella vita domestica.
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