CANNES 64 - La révèrie' del cinema, “Habemus Papam”, di Nanni Moretti(Concorso)
Il cinema non basta più. E incredibilmente, per Moretti, diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione. Per una volta quello che conta di più non sta nell’immagine, ma al di fuori dell’esperienza della visione. E “l’ultimo spettacolo” passa attraverso l’esercizio del piacere, della scelta, del libero arbitrio. Ma anche della consapevolezza che confusione e sgomento oggi, letteralmente, ci attanagliano. E la salvezza è solo (forse)…fuoricampo.

"L'analista spesso incontra sia assenza di contenitore o contenitore così danneggiato o poroso da maltenere il contenuto... Vi è dolore che non può essere sofferto, colpa che non può essere tollerata e rammarico che non può essere ricordato: tutti casi di contenuto senza adeguato contenitore. Mancando un costruttivo apparato contenitore-contenuto, l'esperienza emozionale non può reggere".
J. e N. Symington in “Il pensiero clinico di Bion”
C’è qualcosa di anomalo in quest’ultimo lavoro di Nanni Moretti - film per molti aspetti del tutto dentro le coordinate narrative e tematiche del suo cinema, ma per altri invece assolutamente al di fuori. Come se il suo cinema (il contenitore) non fosse più in grado di sostenere le sue emozioni (il contenuto). Come se inquadrare, osservare, mettere in scena “non bastasse più”. E questo è davvero inquietante, e felicemente avvincente, per un cineasta che da sempre ha fatto dell’inquadratura il suo “centro tolemaico del cinema”, dove il quadro, ciò che sta dentro l’immagine cinema è il tutto, è il cinema. Come a dire, con un concetto forse un po’ forzato ma che in qualche modo racconta l’esperienza cinematografica di Moretti, che non esiste cinema se non dentro l’immagine cinematografica. Siamo ciò che vediamo, che raccontiamo, che rappresentiamo. Il racconto, le storie, sono nel “quadro”, ed è sufficiente osservare con attenzione la maggior parte delle accuratissime (e per certi aspetti persino “ossessive””) inquadrature del suo cinema per verificare quanto alta sia l’attenzione del regista per ciò che viene mostrato ( e non solo per ciò che viene detto o come viene detto, secondo una “mitologia” morettiana che spesso scambia/confonde il regista-autore con il personaggio che mette in scena).
In Habemus Papam abbiamo invece un poderoso, imprevedibile e dolcemente impalpabile rovesciamento di questo assunto del suo cinema. Che incredibilmente diventa fluttuante, leggerissimo e “sconvolto” dall’esperienza dell’emozione (il contenuto). Per una volta quello che conta di più non sta nel “quadro”, non sta nell’immagine, ma tutto sembra portarci verso una “nuova idea…forse fluttuando…in cerca di dimora di un pensiero, un’idea che nessuno reclama…” (W.R. Bion). Per una volta, e in questo anche con la forza di sconvolgere gli assunti di base del suo cinema, quello che conta sta nel “fuori campo”. Ma un “fuori campo” mentale, non solo visivo, prettamente fotografico. Ma mai avevamo percepito in un film di Nanni Moretti, la forza e l’assoluta libertà di raccontare quello che non si può vedere, non si può mostrare, ma si può solo immaginare, tutt’al più evocare. E così la vita privata del suo personaggio psicanalista, la sua separazione con la moglie-collega, è fuoricampo, la folla aspetta “fuori” dal campo dell’azione dei cardinali la fumata bianca, i cardinali aspettano “fuori” dalla stanza papale notizie sullo stato di salute del Papa, e la sua stessa “fuga” altri
non è che un fuoricampo dal suo ruolo, dal suo ingrato e pesantissimo compito di guida, e così possiamo finalmente vedere (come solo Bellocchio aveva fatto in quella breve scena con Aldo Moro vivo a passeggio per la città, in Buongiorno, notte) un Papa così umano da confondersi “cristianamente” nella folla, uomo tra gli uomini, confuso e sgomento come qualsiasi essere dotato di buona salute mentale può essere, in questi tempi. E così il nostro Papa Melville (sì, uno dei Papà della Nuovelle Vague, certo), può liberamente assaporare la vita, come una ciambella con la crema, la stessa che gli altri cardinali non potranno mangiare perché “costretti” (insieme allo psicanalista) in una clausura che gli impedisce di avere rapporti con il mondo esterno. Ma questa libertà non è assoluta, non è totale. Perché Melville ama il teatro, da cui era stato respinto in gioventù (ma non la sorella, che lui seguiva, altro elemento “invisibile” fortissimo del “fuori campo” morettiano), ama l’attore. E l'attore può muoversi liberamente, ma solo all'interno di una struttura rigida e ben definita, di un copione. Ed è proprio mentre assiste a una rappresentazione teatrale che avviene il “recupero” del fuggitivo, corpo/anima vittima di un percorso/copione scritto da altri, che non è in grado di interpretare. Ed allora non resta che esercitare il diritto di un’ultima esibizione, l’ultimo spettacolo, l’atto finale del libero arbitrio davanti un pubblico mondiale.
Non mancheranno, immaginiamo, le interpretazioni, tra il politico e il religioso, di questo Habemus Papam, che invece colpisce soprattutto per il suo lavoro sul senso dell’immagine cinematografica (e non solo…). Oggi il contenitore non sembra più in grado di mantenere il contenuto. Il cinema, in altre parole, non basta più. O meglio non basta più la rappresentazione di quello che vediamo attraverso l’immagine, per afferrare il senso di quello che ci accade intorno, ma soprattutto dentro di noi, abbiamo bisogno di “nuovi contenitori”. Per raccontarci, oggi, abbiamo bisogno di “un fuori campo”, qualcosa che sfugge all’immagine, qualcosa che sta “fuori dalla stanza”, che appare quasi impossibile afferrare. E allora torna la commedia, il gioco, l’esercizio del piacere. Che passi attraverso un cappuccino, una brioche, una partita a scopa o a pallavolo, oppure nel vagare per le strade di un città eterna in attesa, guardando i corpi di giovani che cantano, fluttuando, appunto, come un’anima disperata ma “liberata” dal peso del mondo. Sembra impossibile liberarsi dal dolore, anche scacciandolo nel “fuoricampo” della propria vita/memoria. E forse è lì, invece, che dobbiamo rimettere le mani e la testa e il cuore in gioco, a recuperare come eravamo e in quale momento, attimo, della nostra vita, ci siamo persi. Per una volta, per sempre, fuori dal cinema.
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