CANNES 64 – “The Beaver”, di Jodie Foster (Fuori concorso)
Con Habemus Papam di Moretti forse uno dei film più toccanti (nel senso che toccano e fanno male) sul ‘nostro’ male di vivere di tutti i giorni. Un ritorno folgorante per l’attrice dietro la macchina da presa a 16 anni da A casa per le vacanze, dove c’è insieme un film su Mel Gibson, un accesissimo teenager-movie e un altro contagioso ritratto della solitudine infantile e adolescenziale
Forse tutti noi avremmo bisogno di un castoro. Capace di farci dire le parole che non escono, di tirar fuori quello che abbiamo dentro senza tenercelo e farlo ammuffire dentro di noi. Ma al tempo stesso avremmo bisogno di qualcuno capace di tirarci fuori i demoni, di vedere le cose del nostro passato che non riusciamo a far uscire dalla testa o dalle mura di casa. A 16 anni di distanza da A casa per le vacanze Jodie Foster ritorna dietro la macchina da presa con il suo terzo folgorante lungometraggio, The Beaver, che vede protagonista Walter Black, presidente di un’azienda di giocattoli sull’orlo del fallimento, soffre di una grave forma di depressione. Dopo esser stato lasciato anche dalla moglie, pensa di farla finita fino a quando trova una marionetta a forma di castoro. Da quel; momento la sua vita ha una svolta positiva sia nel lavoro sia nei rapporti familiari (tranne agli occhi del figlio maggiore) ma la presenza del pupazzo inizia col tempo a diventare sempre più invadente.
Quanti film ci sono dentro The Beaver? Soprattutto, quante vite che scorrono con impressionante soluzione di dis/continuità? Innanzitutto c’è un impressionante parallelismo tra Walter Black e Mel Gibson, più che un’interpretazione quasi una momentanea e attualissima reincarnazione dell’attore. Lo sguardo di Jodie Foster accarezza il suo corpo mentre è disteso sul letto, lo attende discretamente, lo fa muovere aspettando i suoi tempi che forse sono proprio più quelli di Gibson che di Walter Black. La tv accesa, la discesa nell’oblio, la vertigine del vuoto. Poi c’è un accesissimo teenager-movie che scorre parallelamente, la storia del figlio maggiore con la coetanea, rinchiusi nei propri fantasmi dove l’attore Anton Yelchin sembra arrivare direttamente da Charlie Bartlett e portato in un’altra famiglia, combinato con quelle illuminazioni notturne di Nick & Norah (la ragazza, interpretata dalla sempre più brava Jennifer Lawrence, protagonista di The Burning Plain e Un gelido inverno, si chiama proprio così) e le scritte sui muri che però poi hanno uno strato di carta che si può trascinare, anche materialmente oltre che visivamente con sé. Infine, anche un film sulla solitudine infantile e adolescenziale, tema già affrontato dall’attrice nel suo primo film da regista, Il mio piccolo genio, che si incrocia stranamente anche con l’opera prima di Gibson come cineasta, un'altra specie di uomo senza volto dove a prendersi la sua identità è questa volta il suo doppio, dove il figlio minore (ci) riesce a vedere quelle cose che gli altri non vedono. Il loro abbraccio prima che la madre abbia deciso di andarsene via con il resto della famiglia fa venire la pelle d’oca. Con Habemus Papam di Moretti forse uno dei film più toccanti (nel senso che toccano e fanno male) sul ‘nostro’ male di vivere di tutti i giorni. Se Jodie Foster facesse più film come regista, si sarebbe più contenti. Oppure no, va bene così.
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