VENEZIA 68 – “Un été brûlant”, di Philippe Garrel (Concorso)
Corpi, fantasmi, dolori, morte, sentimenti. Sono gli archetipi del cinema di Philippe Garrel, che sembra ripetere quasi, in continuazione, lo stesso identico, meraviglioso film, J’entend plus la guitare, complice quel Marc Cholodenko, ormai abitale sceneggiatore dal 1989 del cineasta francese. Un été brûlant è un film sulla perdita, degli amori, degli amici, dei propri cari. E sulla necessità di preservare dentro di sè un ricordo che non sia malinconico, ma portatore di energie nuove, dinamiche, creative
A volte l’effetto di un film travalica la visione sullo schermo. E ci lascia segnali incomprensibili, che sembrano casuali o “coincidenze” ma che, per dirla con il Carl Gustav Jung di A dangerous Method di Cronenberg, non lo sono affatto: “Le coincidenze non esistono”. E allora quella visione “dal vivo”, di Louis Garrel e Monica Bellucci che escono dal Palazzo del Cinema della Mostra di Venezia, dopo la conferenza stampa del film, con l’attrice con lo sguardo pensieroso rivolto in avanti, e il figlio del regista che quasi le volta le spalle, avvolto su se stesso, al telefono con il volto verso il finestrino… sembra quasi un’immagine del film, un attimo “fantasmatico” rubato a una pellicola che pare davvero fantasma. Come la Roma dipinta da Garrel, irriconoscibile per chi non vive all’Appio Latino, come il padre/nonno Maurice Garrel, che, scomparso nel giugno scorso, ricompare qui sul letto di morte del nipote, a rifare la scena di un altro film.
Corpi, fantasmi, dolori, morte, sentimenti. Sono gli archetipi del cinema di Philippe Garrel, che sembra ripetere quasi, in continuazione, lo stesso identico, meraviglioso film, J’entend plus la guitare, complice quel Marc Cholodenko, ormai abitale sceneggiatore dal 1989 del cineasta francese. Ma, come dicevamo, sembra. Perché le storie sono simili, i personaggi sono simili, gli ambienti, spesso, sono simili. Ma cambia ogni volta il punto di vista, ed è come se con gli anni quell’intensità empatico/emozionale che caratterizza il cinema di Garrel, tendesse non tanto a raffreddarsi quanto a ricomporsi sotto dei “colori emotivi” più marcati, meno tenui, più definiti. Non è un caso che questo film segna il ritorno al colore di Garrel dopo oltre un decennio di biancoenero (Le vent de la nuit, 1999), e che i colori siano gli elementi forti di tutto Un été brûlant. Colori delle pareti che sembrano ogni volta denotare uno stato d’animo, colore dei vestiti dei protagonisti, o dei dipinti del protagonista, Frédéric (Louis Garrell), nella realtà opera dell’italiano Gino Diomaiuto.
Ed ecco che Garrel sceglie per la scenografia (sua? Perché da nessuna parte risulta il nome dello scenografo?) delle associazioni di colori che emanino la passione dei corpi (verde e rosso, blu e giallo, grigio e rosso, marrone e rosso ruggine), mentre per il film chiede al direttore della fotografia Willy Kurant che ci sia una forte dominante di blu, forse di tutti i colori quello maggiormente associato a un’idea di dolcezza, di calma, di silenzio. Il silenzio della bellezza contro il rumore del caos (della vita). Ma di questo caos si nutre tutto il cinema di Garrel che disegna un meraviglioso (auto)ritratto di un’amicizia, colta sul fatto del reggere (e sostenere?) le derive dell’amore. Che è quello di Frédéric per Angèle, una Monica Bellucci che ci viene ritratta proprio all’inizio come una dea di un dipinto ottocentesco, meraviglioso “insert” specchio per le allodole giornalistiche in attesa di un film erotico, catapultate dentro il dolcemente pornografico (cioè “inguardabile”, insostenibile) gioco di amori, amicizie e legami tra Frédéric e Paul, Paul ed Elizabeth, Angèle e Paul, ecc….
L’amore arriva, poi svanisce, poi resta dentro. E se Frédéric “non la dipinge più”, come gli rimprovera Angèle, non è perché non l’ama più, ma perché il suo amore è passato da una fase contemplativa a quella dell’empatia, dei vasi sanguigni comunicanti, oltre la superficie dello sguardo ammaliato e sedotto. Ma di questa contemplazione interiore Angèle non si accorge, oppure non gli basta, ed eccola lasciarsi andare – dopo un magnifico ballo premonitore con uno sconosciuto – alle attenzioni di Roland, che la porterà via con sé.
Un été brûlant è un film sulla perdita, degli amori, degli amici, dei propri cari. E sulla necessità di preservare dentro di sé un ricordo che non sia malinconico, ma portatore di energie nuove, dinamiche, creative. Quando abbiamo perso la persona che amavamo, gli amici più vicini, i propri genitori, restiamo solo e dispersi, e non c’è film, o romanzo, o storia e racconto capace di riportarceli in vita. Eppure possiamo ancora ridisegnarli con il cuore e con gli occhi, trattenerli, anche se solo per un attimo, ancora con noi. Ed eccolo quell’altro “insert” del film, con Maurice Garrel preso da un altro film e rimaterializzato nel nuovo. Come se fosse ancora lì, il padre/nonno, capostipite di un percorso artistico che Philippe sembra voler plasmare sul corpo di Louis.
E quando i nostri figli parlano con i nostri padri, improvvisamente qualcosa ci cattura, ci prende per mano, come se qualcosa di magico ci cogliesse tutt’a un tratto. Ed è bello, allora, ritrovare i nostri amici perduti, vedere le loro creature in una carrozzina, e accettare questo flusso infinito della vita, non più (solo) come fonte di inesauribile dolore, ma anche come unico e gioioso dono. E in quel momento l’amicizia ritorna al centro del discorso amoroso… perché “un amico è qualcuno per il quale si è disposti a donare la propria vita” (Philippe Garrel). Appunto, un unico e gioioso dono.
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Uno dei film più belli di questa 68° edizione!
Inviato da Pietro il 07/09/2011 -
complimenti per l'articolo, mi ha commossa, come sempre. e non ascolti le stupidaggini che hanno scritto sulla recensione del film di greggio... non sanno piu' leggere! e forse non sanno piu' vedere i film. ma che vengono a fare su sentieri selvaggi? Posso dire loro di andarsene altrove senza incorrere nelle ammende della redazione? Lasciateci questi articoli, che forse sono per pochi, per chi li sa apprezzare. come il cinema di Philippe Garrel. grazie.
Inviato da Dina M il 03/09/2011
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