VENEZIA 68 – “Kotoko”, di Shinya Tsukamoto (Orizzonti)
Visione doppia, diplopia, il corpo e lo spirito solcano due mondi paralleli, di strabica visionarietà. Shinya Tsukamoto e Cocco (pop star giapponese) ancora insieme, dopo Vital del 2004. Opera, per certi versi, strepitosa perché sorprendente: per la ricerca di una rinnovata identità e dell'essenza della passione, per un cinema che svela l'organicità che ci decompone. Ma resta sempre cinema fatto di pittura a inchiostro digitale, dove questa volta la sensibilità cromatica e le tecno-immagini si fondono per poi dilatarsi. Denaturato o rivitalizzato?
Visione doppia, diplopia, il corpo e lo spirito solcano due mondi paralleli, di strabica visionarietà. Shinya Tsukamoto e Cocco (pop star giapponese) ancora insieme, dopo Vital del 2004. Se allora Cocco aveva composto la colonna sonora, ora è la protagonista. Madre affetta da un grave disturbo psichiatrico che la proietta in una percezione doppia della realtà, vede le persone moltiplicarsi, i corpi assumere sembianze minacciose. L’isteria che ne consegue la fa sprofondare in una patologia schizofrenica, fatta di comportamenti violenti su se stessa e verso gli altri. Per tale ragione, perde l’affidamento dell’unico figlio e l’arrivo casuale di uno scrittore innamorato di lei (interpretato dallo stesso regista), sembrerebbe riaccomodare la situazione. Ma è solo l’inizio di un nuova, tragica e tormentata “separazione”. Il film che non ti aspetti, o meglio che avresti magari immaginato potesse emergere, prima o poi, dalle fulgide attrazioni metafisiche fibrillanti energia magnetica, tra la carne e il sintetico. Stavolta non c’è metallo (con)fuso nei brandelli dei processi cognitivi primari, ma un magico e conturbante legame Vital(e), testimone di quel rapporto metacinematografico tra regista e attrice. Anche le torri fumanti del 2004 si sdoppiavano nella percezione di piste sotterranee, architetture occulte, portatrici di malefici o di promesse che la corporeità rimetteva in moto per un paradossale miracolo divino. Dopo quelle torri è frattura tra il presente irrisolto e la profonda consapevolezza di sé e dell'altro. Il futuro è già alle spalle, (con)gelato per una volta (ancora), in attesa del ritorno nevrotico e devastante di "cyberg/vision" dell'uomo tutto di un pezzo... di ferro. Le ossessioni di sempre si dilatano e si rimescolano nei tagli inflitti sulla propria carne, con frammenti inaspettati e geniali di un’opera indipendente americana. La paternità di questo cinema resterà comunque il frenetico attrito materico, ma la maternità si fa costante metamorfosi. Quel corpo femminile è ancora un’enorme macchina da guerra destinata a seminare morte e distruzione, chissà però in quale dei mondi possibili. Sonorità cacofoniche e metalliche si assopiscono, come quel blu della prima sequenza al mare, con una bambina che balla leggera sulla spiaggia e un urlo che smorza l’incanto. L'"uomo di ferro" della saga "Tetsuo" lascia il passo agli sfregi permanenti e sanguinanti di anime da ritrovare. Il senso dello spazio e del tempo si "normalizza" (come d’altronde Tsukamoto aveva già sperimentato in Gemini). Questa volta però è ancora di più la sospensione a dominare la scena: le apparenze, le apparizioni, le "opacità narrative", tengono scacco e immobilizzano l'immaginazione sulle tensioni del vivere. È uno Tsukamoto più profondo o semplicemente i suoi pezzi sono disseminati in ogni angolo? A volte sembra rallentare per poi ripartire prepotentemente: spigoloso e sinuoso in alternanza. Cinema alla ricerca di una rinnovata identità e dell'essenza della passione, cinema di lotta tra uomo e habitat, cinema che svela l'organicità che ci decompone. Ma resta comunque cinema fatto di pittura a inchiostro digitale, dove questa volta la sensibilità cromatica e le tecno-immagini si fondono per poi dilatarsi. Denaturato o rivitalizzato? Semmai, mostro fluttuante più che mutante, capace ancora di poetiche decomposizioni... e fantastiche riconciliazioni.
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