"Fright Night", di Craig Gillespie
Fright Night sembra dare finalmente una risposta degna alla necessità di rinnovamento del genere, incarnando in pieno un processo di riscrittura e risemantizzazione. Parole e macchina da presa. Ironia e spettacolare paura. Il referente più prossimo di questa pellicola non è il film con Chris Sarandon dell'85 di cui è il remake, bensì la serie Buffy – The Vampire Slayer e non a caso, visto che la sceneggiatrice è proprio Marti Noxon, già dietro a tanti degli episodi del serial
Vampiri 2.0. Lontani sono i tempi in cui “il signore della notte” abitava gotici castelli dell'Est e dormiva in ornate bare. In un'epoca in cui la comunicazione passa irrevocabilmente attraverso le immagini in rete, anche una figura classica del cinema e, prima ancora, della letteratura doveva aggiornarsi per stare al passo con i tempi. E di certo, l'update ideale non corrisponde alla faccia sempre tormentata e traslucente di Edward Cullen. Fright Night sembra, invece, dare finalmente una risposta degna a tale necessità, incarnando in pieno un processo di rinnovamento o, meglio ancora, di riscrittura e risemantizzazione. Le fonti alla base di questo remake sono varie. Innanzitutto, il film originale dell'85, vero e proprio cult per gli appassionati del genere. In molti ricorderanno la storia del vampiro della porta accanto che miete vittime nel vicinato, finché un teenager e un esperto televisivo di vampirologia, concentrato simbolico di tutta la produzione Hammer (a partire dal fantomatico nome di Peter Vincent), mettono fine alle sue scorribande notturne. La storia del remake è la stessa, ma molto è cambiato in poco più di venticinque anni. A partire dalla location, non più un'anonima cittadina di provincia simbolo dell'America tutta, ma i sobborghi di Las Vegas, non-luogo spettacolare in cui giorno e notte si scambiano i ruoli. Una scelta che ben asseconda le esigenze del plot e che il regista, Craig Gillespie, valorizza con il suo occhio, teso a coglierla nei momenti di passaggio o nella sua natura più spettacolare, ben incarnata dal personaggio di Peter Vincent (un istrionico David Tennant), ora mirabolante showman nei casinò. Ma il referente più prossimo di questa pellicola non è il film con Chris Sarandon, bensì la serie Buffy – The Vampire Slayer e non a caso, visto che la sceneggiatrice è proprio Marti Noxon, già dietro a tanti degli episodi del serial. L'autoironia è, forse, ciò che meglio contraddistingue la sua scrittura, quel non prendersi troppo sul serio da parte dei personaggi che dona leggerezza alla storia, mescolandola al tempo stesso con una forte carica horror e suspense. È questo gioco di rimandi interni e strizzatine d'occhio allo spettatore, che dà il via a una diversa lettura del mito
del vampiro e dell'ammazzavampiri. Noxon frulla con la sua penna tutto l'immaginario contemporaneo sull'argomento, dando nuovo significato a simboli e immagini mentali. Il vampiro non è più un essere romantico, ma uno smaliziato delinquente (che tanto ricorda Spike anche nel furbo sorrisetto) che si diverte a giocare con il suo cacciatore. È il gioco del gatto e del topo, in cui i confini si fanno labili, in una lotta che riesce a tenere sul filo lo spettatore, anche grazie alla chemistry tra Colin Farrell e Anton Yelchin. Così come, nell'epoca di Facebook, non può più esistere l'innocente e virginale fanciulla da salvare, anzi, in questo caso, è spesso proprio Amy (Imogen Poots) a guidare Charley, ad armarsi di paletto e acqua santa e combattere con tenacia. Ma se il film funziona non è solo per la sceneggiatura, bensì per lo stretto legame che s'instaura tra scrittura e regia. Tanto quanto Noxon gioca sulla pagina scritta, Gillespie tenta di ri-creare le immagini servendosi proprio delle nuove tecnologie. Sintomatico il fatto che non sia più uno specchio a permettere l'agnizione del vampiro, ma uno schermo della videosorveglianza o quello più piccolo e istantaneo di un cellulare. Una mise en abyme dei personaggi, una visione indiretta, che si accompagna alla ripresa di immagini più topiche nei momenti salienti, dallo spettacolare inseguimento nel deserto al bacio del vampiro, che però si caricano di una nuova potenza proprio grazie a questo contrasto. È la visione diretta che colpisce uno sguardo non più abituato e che lo cattura, affascinato. Parole e macchina da presa. Ironia e spettacolare paura.
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Tom Holland for ever...
Inviato da kurtzio il 28/08/2011
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