"Quando la notte", di Cristina Comencini
Ancora un altro romanzo della regista, esempio di una dipendenza parola-immagine specchio di uno sguardo borghese dove i problemi individuali sono i problemi del mondo, che parla senza ascoltare e trascina nel baratro anche attorti come Claudia Pandolfi e Filippo Timi, e che ci vuole dire anzi imporre quanto è profondo. Probabilmente lo è, siamo noi che non lo capiamo
Il (neo)melodramma di Cristina Comencini. Come La bestia nel cuore, anche Quando la notte è tratto dal romanzo omonimo scritto dalla regista (mentre la sua pièce teatrale Due partite è stata portata sullo schermo da Enzo Monteleone), tutti esempi questi letterari-cinematografici strettamente dipendenti, quasi specchio di uno sguardo borghese che vede fuori solo dal suo punto di vista, dove i problemi individuali diventano i problemi del mondo. Dietro c’è poi un’operazione marketing ben precisa: si scrive la sceneggiatura, poi si pubblica il libro, poi si fa il film e con l’occasione si rilancia il libro. Fin qui nulla di male. Ma qui la dice lunga su un’ispirazione sempre più autocompiaciuta di un cinema che più che personale è solo soggettivamente invasivo, che parla senza ascoltare, che si impone trascinando nel baratro anche attori come Filippo Timi e Claudia Pandolfi. Lei è Marina, una giovane donna che ha scelto di trascorrere una vacanza in montagna assieme al suo bambino piccolo. Il suo vicino di casa è Manfred, una guida alpina chiusa, introversa, a tratti sprezzante. Sono vicinissimi e separati. Ma una notte accade qualcosa nell’appartamento di Marina e l’uomo porta il bambino ferito in ospedale.
La struttura vorrebbe essere quella del dramma psicologico e smascherare pulsioni incontrollabili, attraverso dialoghi che si spacciano come rivelatori e invece finiscono per rasentare il ridicolo, come nel caso dell’incontro dei due protagonisti dopo diversi anni dove Manfred gli dice che lei gli ha lasciato come ricordo una gamba malconcia. Quello della Comencini è un film così chiuso narcisisticamente nella sua scrittura, quasi come se ci si dovesse confrontare ogni volta, che è incapace di vedere anche quelle che possono essere le scene potenzialmente più forti da un punto di vista cinematografico, come quelle di Manfred che va a passo spedito con il bambino di Marina sulle spalle o l’incidente in montagna, dove i brevi frammenti di tensione sono subito annullati da un cinema che vuole essere rassicurante, che lascia galleggiare su una superficie incolore le difficoltà della maternità, il passato rimosso, scivolando solo in facili analogie come quelle di Manfred e il bambino di Marina, che attiva il passato attraverso il flashback contaminandolo con una dimensione onirica (il sogno di Marina che parte da una foto di famiglia) che vuole emozionare con l’incrocio di due funivie con una che sale e l’altra che scende, dove il luogo muta attraverso le stagioni ma appare sempre uguale a se stesso. Mentre la Pandolfi subisce passivamente l’effettivo grigiore di un’opera mai capace di avere anche il ben che minimo sussulto, Timi ha dentro di sé ancora le tracce del Mussolini di Vincere. Negli sguardi, nelle parole. Quelle tante, pronunciate perché sintomo di un cinema che vuole essere sensibile e profondo. Magari lo è, siamo noi che non lo capiamo.
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