"Il buono, il matto, il cattivo", di Kim Jee-woon
Kim Jee-woon, nel segno di Sergio Leone, gira una sorta di manchurian pop western con qualche venatura wuxia che strizza l’occhio più al Messico di Rodriguez che al Giappone di Miike. Un’operazione riuscita solo a metà: da un lato diverte e regge benissimo la sua lunga durata, da un altro fa avvertire un po’ troppo la sua programmatica stilizzazione tenendo emotivamente “fuori gioco” lo spettatore

Sergio Leone ha decisamente forgiato l’immaginario collettivo mondiale. Dal West all’Est, dalla Monument Valley alla Cina, le sue immagini e i suoi dissacratori divertissement cinefili e (pre)postmoderni hanno fatto scuola, creato miti sovrapposti al Mito, condizionato il nostro modo di guardare: si sono fatti Immaginario appunto. E non è certo un caso che registi odierni di tutto il mondo (da Rodriguez a Tarantino, da Tsui Hark a John Woo, da Takashi Miike a Jean Pierre Jeunet) continuino a riferirsi esplicitamente a lui come ad un lontano profeta del nuovo Cinema. L’ultimo omaggio viene addirittura dalla Corea, dove l’eclettico Kim Jee-woon partorisce questo bizzarro remake in salsa kimchi de Il buono, il brutto, il cattivo (in realtà i riferimenti interni si allargano in più occasioni all’intera filmografia di Leone) e già dalla prima inquadratura esibisce in maniera cristallina il suo unico intento: divertire. Si parte ovviamente dall’assalto al treno (topos immancabile per ogni western che si rispetti), dove i tre protagonisti si lanciano alla ricerca della mappa di un misterioso tesoro sepolto nel deserto della Manciuria, con allo sfondo la guerra e l’occupazione della Corea da parte del Giappone negli anni ‘30. Scene madri a profusione: inseguimenti, sparatorie, passaggi repentini da cunicoli nascosti allo sterminato deserto, macchina da presa “aerea” che coglie tutto con piglio da pastiche postmoderno. Insomma una sorta di manchurian pop western con qualche venatura wuxia che strizza l’occhio più al Messico di Rodriguez che al Giappone di Miike, affastellando in una “calcolata anarchia” eventi e inquadrature. Un’operazione a suo molto coerente al percorso del regista, che dal noir di Bittersweet Life, all’horror psicologico di Two Sisters sino ad arrivare al violentissimo e a tratti sconcertante thriller I Saw the Devil (che cronologicamente è l’ultimo suo film: Il buono, il matto, il cattivo è del 2008, uscito solo ora in Italia) intende appunto ambire a ricodificare ogni genere introiettandone i propri personali stilemi. Ma la nota stonata di Kim Jee-woon è sempre stata quella certa freddezza di fondo con cui perpetra queste sue operazioni: come se nel passaggio per “trascinamento” il genere perdesse in “informazione”, perdesse cuore e sangue, si perdesse nei meandri di una programmata stilizzazione. E Il buono, il matto, il cattivo non è certo immune a questa sensazione di fondo, anche se risulta obiettivamente difficile non ammirare il gioco della strabordante girandola di input visivi che soprattutto nell’ultima mezzora innesca. Un’operazione riuscita a metà insomma, che se da un lato diverte e regge benissimo la sua lunga durata (130’ la versione internazionale, 139’ quella coreana), da un altro fa avvertire un po’ troppo il meccanismo sottostante tenendo emotivamente “fuori gioco” lo spettatore. Non si avverte mai, per fare due esempi (non) a caso, quel sublime/astratto deragliamento dai codici di Sukiyaki Western Django o quel poderoso impatto emotivo del ben più teorico Bastardi senza gloria…e forse è in questo che il maestro Sergio Leone ha ancora tanto da insegnare al comunque talentuoso allievo Kim Jee-woon.
Titolo originale: Joheunnom nabbeunnom isanghannom
Regia: Kim Jee-woon
Interpreti: Kang-ho Song, Byung-hun Lee, Woo-sung Jung, Je-mun Yun, Seung-su Ryu, Young-chang Song, Byung-ho Son, Dal-su Oh, Cheong-a Lee, Kwang-il Kim
Distribuzione: Tucker
Durata: 130'
Origine: Corea del Sud, 2008
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