“Miracolo a Le Havre”, di Aki Kaurismäki
Giocando su un’ironia sorniona e stralunata, che poggia sulle ormai solite immagini statiche del suo cinema, sui ritmi compassati, quasi catatonici, sui cromatismi vintage e sull’illuminazione dichiaratamente irrealista, Kaurismäki sembra ritrovare il piglio dei suoi momenti migliori, in cui riesce a costruire l’immagine e, attraverso essa, la carne di un mondo assolutamente personale. E, soprattutto, disegna personaggi unici, indolenti e umanissimi. Aki Kaurismäki Gran Premio Torino 2011
A quasi vent’anni di distanza da Vita da Bohème, Aki Kaurismäki ne riprende uno dei personaggi, Marcel Marx (anche allora interpretato da André Wilms) e lo proietta dalla Parigi notturna e (sempre) decadente al grigio piovoso di Le Havre. Dal centro alla periferia, ma sempre viaggiando ai margini, quasi di soppiatto, addosso ai muri (dello schermo). Messe da parte le aspirazioni da scrittore, oggi Marcel sbarca il lunario come lustrascarpe, ma pur sempre mantenendo una signorilità segreta e una vocazione bohèmien. A prendersi cura di lui c’è la devota moglie Arletty, e poi, a seguire, l’umanità variopinta che lo circonda: il ‘collega’ thailandese che si finge cinese, i vicini, il bar "La madame", dove bere un goccio in compagnia di marinai e fannulloni. A interrompere il collaudato ménage della famiglia Marx due avvenimenti inaspettati e diversamente ‘eccezionali’: la grave malattia di Arletty, che cerca di tenere nascosta al marito la verità, e lo sbarco di un giovanissimo immigrato clandestino che si lega a Marcel nella speranza che lo aiuti a raggiungere la madre a Londra. E così tragedie personali e drammi della contemporaneità si uniscono nell’universo sentimental-politico di Kaurismäki, entrando in frizione con la profonda atemporalità del suo cinema. E’ tutta in questa dicotomia l’anima di Le Havre, già concentrata nel cognome Marx, omaggio politico e cinefilo al tempo stesso. Ma se il riferimento all’attualità si risolve nell’umanesimo naïf del regista finlandese mai del tutto convincente, ben più vivo e appassionato è il ritratto della città portuale, altro luogo abitato da beoni stravaganti e dal cuore d’oro. Luogo molto particolare, perché interamente filtrato e ricostruito attraverso un immaginario che trova nel cinema il suo nutrimento principale. Una città di provincia, sonnolenta, notturna, monotona e uggiosa, ma affascinante e densa di umori e odori, che pare venir fuori da un film di Jean Gabin, dallo sguardo di un Carné. Un mondo ancora umano fatto di bicchieri di vino bianco e di calvados. E, poi, la baguette e i formaggi, l’uovo a colazione, la pioggia, le nuvole, il vento e i gabbiani, il buon senso e la concretezza degli umili, la mitologia del fallimento… Giocando su un’ironia sorniona e stralunata, che poggia sulle ormai solite immagini statiche del suo cinema, sui ritmi compassati, quasi catatonici, sui cromatismi vintage e sull’illuminazione dichiaratamente irrealista, Kaurismäki sembra ritrovare il piglio dei suoi momenti migliori, in cui riesce a costruire l’immagine e, attraverso essa, la carne di un mondo assolutamente personale. E, soprattutto, disegna personaggi unici, indolenti e umanissimi, solidali perchè esiliati, vividi nonostante (o grazie) alla caratterizzazione, sanguigni e reali malgrado l’antinaturalismo degli interpreti, magnificamente complici: i soliti compagni di viaggio, Wilms e Kati Outinen e il grande Jean-Pierre Darroussin nei panni di un commissario Monet in impermeabile e borsalino neri. Titolo Originale: Le Havre
Regia: Aki Kaurismaki
Interpreti: André Wilms, Jean-Pierre Léaud, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Elina Salo, Blondin Miguel
Origine: Finlandia/Francia/Germania
Distribuzione: Bim
Durata: 103'
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