"Happy Feet 2", di George Miller
Nato per bissare il successo del primo episodio, Happy Feet 2 si rivela presto una pellicola convenzionale, prevedibile e priva di alcuna originalità. Riprendono temi e situazioni dal primo film, il regista non prova mai a trovare nuove strade narrative, ma dopo aver riproposto quasi la stessa trama, infarcisce tutto con una enorme dose di siparietti musicali tanto gradevoli quanto dimenticabili e arriva a strozzare il pur meritorio messaggio ecologista.
Nel 2006 Happy Feet aveva onestamente portato una ventata d’aria fresca nel panorama dell'animazione cinematografica. Lontano anni luce sia dall'autorialità dei capolavori Pixar che dalla commercialità fine a se stessa dei prodotti della Dreamworks, il film dell’australiano George Miller (autore della saga culto di Mad Max), con una grande dose di onestà, era riuscito ad abbinare semplici messaggi positivi (l’ecologismo, l’integrazione del diverso) con una messa in scena degna dei migliori musical, merito anche delle meravigliose performance canore dei protagonisti, ( il duetto di Nicole Kidman e Hugh Jackman sul midley di Prince ed Elvis era molto accantivante ) e delle meravigliose coreografie nelle spettacolari atmosfere glaciali dell’Antartide. Il film ebbe un enorme successo e arrivò addirittura a vincere l’Oscar, risultando uno dei pochi a riuscire nell'impresa di rompere il monopolio degli uomini di John Lasseter ( quell’anno presenti al Kodak Theatre con l’incompreso Cars). Era ovvio, dunque, che prima o poi se ne sarebbe realizzato un sequel, se non altro per bissarne gli enormi incassi. Nato quindi sotto la stella del profitto, Happy Feet 2 ( anche in 3D, per non sfruttare al massimo tutto l'appeal del franchise) si rivela presto un film convenzionale, prevedibile e privo di alcuna originalità. Come nella pellicola del 2006 c’è un giovane pinguino (questa volta Erik, il figlio del protagonista Mambo) incapace di integrarsi con il resto della tribù perché incapace ad esprimersi con il loro linguaggio” (mentre il padre non sapeva cantare, lui non riesce a ballare). Scappato in un’altra tribù dove incontra il mitico Sven, il pinguino volante (uno strambo Pulcinella di mare), avrà una grande lezione sul senso della vita quando vedrà il padre fare di tutto per salvare il suo branco, rimasto imprigionato dalla caduta di un iceberg. La pellicola non prova mai, neanche per sbaglio, a trovare nuove strade narrative o portare qualche invenzione, anzi, pensando che una formula vincente non debba per nulla al mondo essere cambiata, dopo aver riproposto quasi la stessa trama del capitolo precedente, infarcisce tutto con una enorme dose di siparietti musicali fini a se stessi, tanto gradevoli quanto e dimenticabili (siamo lontani dal coro di pinguini che canta Somebody to love dei Queen) e strozza il meritorio messaggio ecologista. Anche la sottotrama dei due Kryll, oltre ad essere del tutto slegata dal resto, sostanzialmente fallisce nel dare una sponda splastick alla storia. Se non è abbastanza, a mortificare ulteriormente la pellicola è, senza dubbio, l'adattamento italiano. Da un lato è comprensibile, anche se non giustificabile, la scelta di coinvolgere, per il gusto di avere dei nomi importanti da mettere in locandina, personaggi non proprio a proprio agio nella veste dei doppiatori (gli unici che si salvano sono Gigi Proieitti e Pierfrancesco Favino, due che hanno già avuto diverse esperienze in questo ambito). Dall'altro invece è veramente imperdonabile la decisione di tradurre in italiano le canzoni, tutte abbastanza conosciute.I risultati che si raggiungono, non per colpa dei cantanti, sono di una superficialità imbarazzante.
Titolo originale: Happy Feet Two
Regia:George Miller
Durata: 105'
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