"Enter the void", di Gaspar Noé

Il libro dei morti (tanto per restare nello stesso campo concettuale del regista...), quello egizio pero', affermerebbe che non tutti gli esseri umani hanno anima. Difficile in generale capire chi ce l'ha, facile la certezza che il protagonista di Noé, questo piccolo spacciatore che il regista fa morire in un cesso di Tokyo, questo fratello cosi' amorevole da iniziare la propria sorellina alle pasticche non solo faccia rimpiangere persino i morti di Danny Boyle, ma soprattutto non abbia anima ne' co(no)scienza

enter the void - cannes 62 - gaspar noeAllucinato? Se accettiamo che le allucinazioni possano (ancora) essere rappresentate con fiori carnivori, occhi inanimati, cristalli e neuroni e sinapsi immersi in colori sintetici allora si', Enter the void e' quel film allucinato che piacerebbe tanto al suo regista. Provocatorio? Chi ha ancora voglia di sapere che la provocazione e' evidentemente un segreto di pochi, rimarra' deluso (o, per ottimismo, divertito) da questa estenuante fatica (per il pubblico) dell'argentino Gaspar Noe'. Che nella sua povera ricerca di autorialita' ci aveva pure avvisato: Enter the void, entra(te) nel vuoto. 
Oscar e Linda sono fratello e sorella, vivono a Tokyo da stranieri, accomunati da un doloroso precedente. Oscar fa lo spacciatore e Linda la spogliarellista. Oscar si fida di chi lo circonda e paga con la morte. Ma, avendo promesso a Linda di proteggerla per sempre, non riesce a staccarsi dalla terra. Il resto sono quasi tre ore di soggettiva del morto che volteggia su luoghi e situazioni metropolitane. Soggettiva pure uditiva, perche' il protagonista parla con se stesso (non si sa ne nella mente o a voce alta, pero' da morto smette). Sorvolando sulla presuntuosa superficialita' (che mai in questo film potrebbe farsi splendida superficie) con cui vengono affrontati temi da niente come le proiezioni astrali o le esperienze extra-corporee, sulla tristezza di quell'insistere su luoghi comuni edipici o made in Giappone, comuni tanto da essere diventati occidentali (scene multiple di sesso nel Love hotel, slip usati annusati), e sorvolando persino sulla tremenda prevedibilita' visiva (chissa' dove mai andra' a finire quella soggettiva che per tutto il film continua a infilarsi in oggetti dalla forma tonda...), non resta che notare il sostegno di tutto il film, fragile e risibile come una comica contraddizione: esiste una soggettiva di qualcosa che non esiste? Il libro dei morti (tanto per restare nello stesso campo concettuale del regista...), quello egizio pero', affermerebbe che non tutti gli esseri umani hanno anima. Difficile in generale capire chi ce l'ha, facile la certezza che il protagonista di Noe', questo piccolo spacciatore che il regista fa morire in un cesso di Tokyo, questo fratello cosi' amorevole da iniziare la propria sorellina alle pasticche non solo faccia rimpiangere persino i morti di Danny Boyle, ma soprattutto non abbia anima ne' co(no)scienza. Perche' a questo regista non interessano neanche da lontano i suoi protagonisti e la loro storia, se non come pretesto per indugiare su finti incubi e superflui dolori.


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