“Arthur e la guerra dei due mondi”, di Luc Besson
Il cinema è una terra di passaggio che continua a ritornare su se stessa perché non può compiersi mai del tutto e, nel momento in cui sembra andare avanti, si spinge invece di lato, storia dopo storia, cortocircuito dopo cortocircuito. Arthur non è poi tanto diverso da un Parnassus dallo sguardo adolescente e, mentre aspetta insieme ad Adéle di salpare sul Titanic (ma prima di partire c’è sempre un’altra avventura da vivere), ci dice che il cinema potrà esistere solo finché si continuerà a raccontare la sua storia. Ancora una volta
L’ormai non più tanto piccolo Arthur sembra essere giunto al capolinea della parabola della sua educazione sentimentale. Dopo aver lasciato per la prima volta il cortile di casa per andare a combattere la sua battaglia nel mondo degli adulti (la guerra dei due mondi si gioca non solo nel set giocattolo della sua stanza, ma anche là fuori, nello spaventoso mondo “reale”), l’eroe bessoniano ha imparato che bisogna prendere i “grandi” per quello che sono, ossia un incurabile guazzabuglio di imperfezioni e insicurezze. Non solo, Arthur ci ha infine mostrato che lo spietato Maltazard, anche quando alto più di due metri, non è altro che un povero diavolo che mette a ferro e fuoco tutto ciò che incrocia il suo cammino, solo nel tentativo di nascondere le ferite lasciategli dalla vita dietro una maschera posticcia che può mutare il volto ma non il cuore. Del resto, fin dal primo capitolo, tutto in Arthur gira intorno ad una questione di affetti, basta guardare il figlio del malvagio M, quel Darcos salvato da una dichiarazione di solidarietà e amicizia che, dopo un’illustre storia da cattivo, diventa il nuovo paladino, pur se un po’ maldestro, di quest’ultimo capitolo della trilogia arthuriana. In fondo, come dice nonna Mia Farrow, la morale di quest’avventura non è forse che tutti hanno bisogno di supporto e incoraggiamento per poter andare avanti nella vita?
abbonda di riferimenti sull’importanza dello sguardo, dalle straordinarie capacità mimetiche dei giganteschi Bogo-Matassalai, che conoscono il segreto dell’invisibilità dei corpi e diventano tutt’uno con il set, all’occhio ritrovato dalla mamma di Arthur, che si scopre capace di leggere l’”apese” e, finalmente, di vedere formiche giganti. E ancora, da quella fata morgana che si rivela essere ben più reale di un miraggio, alla centralità del saper/poter vedere, che questa volta non riguarda solo Arthur, ma prima di tutto il cinema stesso. Si perché, dopo aver superato il rito di iniziazione nel secondo capitolo della saga, e, non a caso, aver perso qui il ruolo di vero protagonista, Arthur deve ora imparare a vivere, con tutto lo stupore di uno sguardo che non ha smesso di credere alle favole, un’altra storia (im)possibile del cinema. Una storia dove George Lucas è un giornalista che cerca uno scoop e trova invece il suo Darth Veder e il corpo militare dei Liberatori non può che prendere letteralmente vita da quell’immaginario di celluloide che l’ha creato. Non siamo poi così lontani dalla sublime stratificazione di Toy Story 3, basti pensare alla scena dell’assalto del treno ad opera di Darcos e, in parte, da quel magnifico viaggio nel tempo di Super 8, con La guerra dei mondi (del cinema) che echeggia già nel titolo di Arthur 3 e un’invasione aliena di zanzare giganti che provengono da un altrove nascosto sotto il giardino di casa. Per Besson il cinema è una storia che continua a ri-vedersi, questo ci ha raccontato Adèle e l’enigma del faraone, è una terra di passaggio che continua a ritornare su se stessa perché non può compiersi mai del tutto e, nel momento in cui sembra andare avanti, si spinge invece di lato, storia dopo storia, cortocircuito dopo cortocircuito. Ecco allora che Arthur non è poi tanto diverso da un Parnassus dallo sguardo adolescente e, mentre aspetta insieme ad Adéle di salpare sul Titanic (ma prima di partire c’è sempre un’altra avventura da vivere), ci dice che il cinema potrà esistere solo finché si continuerà a raccontare la sua storia. Ancora una volta. Maltazard non è uscito definitivamente di scena. Anche se ora da prigioniero, è di nuovo nella credenza della cucina di Mia Farrow e aspetta solo di puntare il suo sguardo verso una nuova via di fuga.Distribuzione: Moviemax
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