LA VERSIONE DI HOOVER - "J. Edgar", di Clint Eastwood
Opera segnata da incessanti attraversamenti spazio-temporali, dove la metamorfosi (e il disfacimento) dei corpi diventa rispecchiamento morale di un’anima costantemente prosciugata da una psicosi individuale (Hoover) e collettiva (l’America), incastonata all'interno di quello che scena dopo scena si configura come incubo mentale in continua oscillazione tra la menzogna sessuale del protagonista e quella ideologica del Novecento americano
Qualcosa sta cambiando nel cinema di Clint Eastwood, più o meno da Flags of our fathers in poi. Eccezion fatta per Gran Torino e Letters from Iwo Jima, ovvero i capolavori che in un modo o nell’altro hanno messo d’accordo quasi universalmente critica e pubblico, il percorso filmo grafico eastwoodiano pur rimanendo fedele a un controllo della forma forse anche impropriamente definito “classico” assume delineazioni teoriche sempre più interessanti, che alla perfezione dell’opera compiuta sembrano preferire itinerari maggiormente sfumati e concettuali, in un percorso diastolico che traghetta la Storia verso l’Idea e viceversa. Da questo punto di vista – complice anche la sceneggiatura del giovane premio Oscar Dustin Lance Black (Milk) – l’ultimo J. Edgar prende spunto dal discorso eastwoodiano espresso con estrema lucidità in Flags sulla contraffazione storica, sull’ambiguità del documento ricostruito che diventa memoria, lì incarnato da una “falsa” immagine che lavorava su un percorso fordiano di svelamento della “menzogna dell’immaginario”, qui esplicitato dalla confessione autobiografica di Hoover che traina la narrazione e che libera l’operazione da ogni passiva equidistanza. È come se Eastwood con questo suo ultimo film ammettesse l’impossibilità di ogni forma di neutralità espressiva, ideologica, mediatica, persino sentimentale, per arrendersi alla soggettività percettiva di un mondo che è sempre e solo la “versione di qualcuno”. J. Edgar si presenta così come un falso resoconto storico, dichiarato espressamente in una delle scene più intense del film, ovvero il confronto dialettico tra Hoover e il collega e amico Tolson, quasi la radiografia cupa di una confessione in bilico tra pubblico e privato che racconta tutta una serie di allestimenti mediatici compiuti dal protagonista per dare forma a un’idea di nazione ossessiva in evidente correlazione con il Nelson Mandela del sottovalutato Invictus, anche in quel caso personaggio dalla grande abilità manipolatoria e rappresentativa capace di pianificare l’evento ancor prima del suo verificarsi.
Allo stesso tempo J. Edgar – come Hereafter e Changeling, è un’opera di incessanti attraversamenti spazio-temporali, dove la metamorfosi (e il disfacimento) dei corpi (scanditi da un make-up che anziché percorrere una strada mimetica, evidenzia il proprio artificio) diventa rispecchiamento morale di un’anima costantemente prosciugata da una psicosi individuale (Hoover) e collettiva (l’America), incastonata all'interno di quello che scena dopo scena si configura quasi come un incubo mentale in continua oscillazione tra la menzogna sessuale del protagonista e quella ideologica del Novecento americano. Eccoli allora i cinquant’anni di storia americana visti attraverso gli occhi e i ricordi Edgar J. Hoover, illuminato e ambiguo Direttore dell’FBI dal 1924 al 1972: dalla rivoluzione bolscevica e il suo retaggio nell’America socialista della seconda metà degli anni ’10 combattuto strenuamente e per tutta la vita dal protagonista, al gangsterismo della Grande Depressione, fino ai controversi anni ’60 dei Kennedy e dei Luther King. Nel percorrere questo mezzo secolo di Storia americana Eastwood, come del resto già aveva fatto in Changeling, attraversa parallelamente il Cinema, in un’operazione che al citazionismo esplicito preferisce l’immersione entropica dentro tanti diversi mondi cinematografici che sfumano uno sull’altro compenetrandosi sempre nella revisione storica di Eastwood/Hoover. Ne viene fuori tutta una serie di rispecchiamenti che attingono dai grandi cineasti del passato (senza dubbio il Citizen Kane di Welles emerge sia nella struttura a puzzle che nell’attenzione drammaturgica verso la vecchiaia del protagonista, e ancora nei flashback raccontati sotto diversi punti di vista che a loro volta rimandano alla pluralità percettiva di Rashomon), o da suggestioni quasi azzardate (il trucco dell’attempato del bravissimo Armie Hammer rimanda in modo particolare a quello di Keir Dullea invecchiato in 2001 Odissea nello spazio, come anche i ripetuti stacchi di montaggio per analogia paiono avvicinare la fantascienza storica di Eastwood a quella del film di Kubrick), sotto molti punti di vista si connette con opere contemporanee con le quali instaura un dialogo a distanza dal sapore comparativistico-universale, così alcuni tic di Di Caprio paiono ricordare il suo Howard Hughes in The Aviator, mentre l’intera sezione filmica dedicata alla rivoluzione tecnologica dell’Fbi e alla caccia ai famosi gangster delle rapine in banca (John Dillinger, Babyface Nelson, George Kelly) è una diretta costola del magnifico Nemico pubblico di Michael Mann, di cui viene ripresa in modo quasi letterale la sequenza di Hoover in tribunale e l'idea portante dell'Fbi in quanto motore della modernizzazione americana. È qui che Eastwood porta il proprio discorso di politica dell’immaginario su un territorio di contaminazione non più classificabile, inedito e a suo modo estremamente rivoluzionario in quanto dichiarazione esplicita dell’assoluta compenetrazione tra cinema, documento e (ir)realtà. Titolo originale: id.
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Leonardo di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Lucas
Distribuzione: Warner
Durata: 137'
Origine: USA, 2011
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complimenti per la recensione estremamente acuta e interessante.
Inviato da giulia carluccio il 07/01/2012 -
dai Clive cazzo!
Inviato da nongio il 07/01/2012 -
A me più che farmi venire in mente 2001 di Kubrick, mi è parso il remake romantico de "I soliti idioti"
Inviato da Davide Tanganelli di Iacine il 06/01/2012
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