"Non avere paura del buio", di Troy Nixey
È disseminato di segni, il primo lungometraggio del fumettista canadese Troy Nixey. Segni di cui è impregnata la materia, che si offrono come rappresentazioni tangibili e raggiungibili di ciò che invece è distante e inavvicinabile. La casa stessa in cui la protagonista del film, sorretto dalla sceneggiatura di Matthew Robbins e Guillermo del Toro, è costretta suo malgrado a trascorrere le sue giornate, diventa allora il luogo fisico in cui paure inconsce e sinistri desideri prendono forma
Il cerchio non si chiude. Al suo posto, una spirale, da disegnare su un foglio di carta con matite colorate, da tracciare su un vetro appannato con le dita, da percorrere lentamente fino a raggiungerne il centro, occhio spalancato sul baratro oscuro del proprio destino. E così, come altri prima di lei, anche Sally intraprende il proprio viaggio attraverso i lunghi corridoi della propria mente, attratta dal buio che si fa via via più denso, dalle ombre che diventano più cupe, come i desideri inconfessabili nascosti nel profondo del suo cuore.
È disseminato di segni, il primo lungometraggio del fumettista canadese Troy Nixey. Segni di cui sono piene le pareti (gli affreschi di Blackwood sui muri della cantina), segni incisi sul legno (come l’albero sulla porta d’ ingresso della casa), segni impressi sulla carta (come le ultime, angoscianti opere dello stesso Blackwood, come i disegni apparentemente fantasiosi della piccola Sally), segni sui vetri (le vetrate colorate della biblioteca), segni sul terreno (il cerchio di funghi in giardino). Segni di cui è impregnata la materia, che si offrono come rappresentazioni tangibili e raggiungibili di ciò che invece è distante e inavvicinabile.
La casa stessa in cui la protagonista di Non avere paura del buio, sorretto dalla sceneggiatura di Matthew Robbins e Guillermo del Toro, nonché remake dell’omonimo film per la TV del 1973, è costretta suo malgrado a trascorrere le sue giornate, diventa allora il luogo fisico in cui paure inconsce e sinistri desideri prendono forma, senza però prendere il sopravvento. Le inquadrature non si fanno infatti mai asfissianti o claustrofobiche, mantenendosi al contrario spaziose ed ariose, seguendo spesso i movimenti circolari della macchina da presa (ancora una volta la spirale). Durante le scene notturne, l’oscurità non scende mai inesorabile e totalizzante, lasciando invece trapelare la luce esterna che, seppur livida, permette ancora di riconoscere i contorni di persone e cose, sintomo questo, della lucidità con la quale Sally si muove, ancora in equilibrio, seppur precario, entro percorsi obbligati.
Le stanze della casa, i corridoi, i pavimenti, non fanno che accoglierla, avvolgendola, senza però farla prigioniera. I suoni, quasi onnipresenti compagni delle immagini, più che concorrere alla creazione di pathos e ansia, contribuiscono ad ispessire la materia filmica, rendendo più evidenti e robusti i binari entro i quali le traiettorie del destino di Sally si inscrivono.
Quando però un desiderio, seppur terribile, abbandona i territori della fantasia per vestire i panni della realtà, tutto cambia. L’assenza di luce si fa più greve, il ritmo più frenetico, il fondo del baratro più vicino. Quelle che apparivano come ombre, sono ora entità riconoscibili, con un corpo e una voce. E allora l’incanto si rompe, la tensione si dirada e il cerchio si spezza.
L’orrendo omicidio della madre si è compiuto, il legame tra padre e figlia è ristabilito e il buio non fa più paura.
Titolo originale: Don't Be Afraid of the Dark
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bentornata!
Inviato da arcimboldo il 31/01/2012
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