"L’era legale", di Enrico Caria
L’era legale è un falso documentario con cui l’autore si è divertito a scomporre e reinventare una realtà amara. Il film, che si avvale di molteplici e illustri complicità, è un oggetto filmico di un certo interesse e il suo pregio maggiore è quello di una creatività che si esprime in una sperimentazione che va oltre la contaminazione. Si ha però l’impressione che utilizzi un umorismo di facile presa teso a volere fare divertire ad ogni costo e a non fare dispiacere nessuno.
Il film di Caria è un puro divertissment. Non ha la forza del falso d’autore, perché, giustamente, si prende poco sul serio, non è un film di assoluta denuncia perché è troppo superficiale, non è un documentario perché gioca con la cronaca, invece che affondarci pienamente le mani, non è una fiction perché non ne possiede le caratteristiche. È un falso documentario con cui l’autore si è divertito a scomporre e reinventare una realtà amara. Su queste premesse L’era legale è quindi un piacevole e simpatico, misuratamente geniale, oggetto filmico di un certo interesse più per il suo contenitore che per il suo contenuto.
Il film è costruito attorno alla (falsa) figura di Nicolino Amore, nuovo Masaniello, ex galeotto con il pallino della cultura e sindaco per caso con il suo movimento In alto, né al centro, né a sinistra, né a destra, ma in alto. Amore diventa sindaco di Napoli e poiché la costituzione federalista ha concesso poteri straordinari ai sindaci, lui liberalizza la droga a Napoli. La camorra è stroncata e Napoli diviene una città modello dove perfino i lavavetri rilasciano la fattura.
Gli intenti di Caria, che tra l’altro vanta nel suo curriculum anche una collaborazione con Le iene, sono sufficientemente chiari, quelli cioè di utilizzare l’umorismo per affrontare una dura e complessa realtà sociale come quella di Napoli. Il suo film è quindi realizzato come un vero documentario sull’ascesa di Nicolino Amore. Aiutato dalla molteplici complicità, a cominciare da quello di Patrizio Rispo, il noto volto della soap Un posta al sole e poi quella dei suoi cittadini, ma soprattutto quella di personaggi pubblici come il Procuratore Nazionale Antimafia Grasso, il senatore Ferrante, il rappresentante del movimento anti racket Tano Grasso e poi ancora Vincenzo Macrì magistrato antimafia e quindi Renzo Arbore e la stessa Rossellini che produce il film, L’era legale cattura l’attenzione dello spettatore anche grazie a queste presenze, le cui parole serie, vengono inserite in questo contesto surrealmente divertito.
Sono queste le ragioni che ci inducono a ritrovare il lato piacevole del film nella creatività che si esprime in una sperimentazione che va oltre la contaminazione, in una commistione tra vero e falso che possiede, indubbiamente, una propria immediatezza comunicativa. Un’immediatezza però il film sconta alla lunga nella sua incapacità di sedimentare riflessioni profonde se non quelle dettate dalla istantanea emotività dell’umorismo sempre esibito.
È per questi motivi che il gioco però dura poco, L’era legale, non ha il respiro lungo delle pretese
produttive e lentamente depone il fervore iperbolico sul quale si fonda per scivolare nel prevedibile e nel facile umorismo. Indubbiamente l’umorismo è un’arma utile alle necessità di una città come Napoli (di un sud, di un’Italia) sempre in bilico tra l’arte di arrangiarsi e un fallimento annunciato, ma per farne uno strumento utile ci sarebbe voluta una maggiore dose di cattiveria, un po’ più di acida indignazione, un umorismo più velenoso. Quello del film è di facile presa, che resta sulla superficie delle cose. Il film sembra più teso a volere fare divertire, a piacere ad ogni costo o forse, meglio, a non fare dispiacere nessuno, piuttosto che a segnare la netta distanza tra il desiderio e la realtà. Si resta a metà, sospesi tra realtà e umorismo, consapevoli dell’originalità dell’operazione, ma anche dei suoi evidenti limiti.
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