“Millennium – Uomini che odiano le donne”, di David Fincher
Nello sguardo di Fincher l’incandescenza dolente del modello originario (il libro di Larsson, più il film di Oplev), ripreso con molta fedeltà, trova la sua traduzione visiva e plastica in un film cupo su sentimenti e ossessioni "umane", a tratti sconcertante per come fa esplodere la sua violenza con i ritmi distesi di una quotidianità malata, complessa in quanto sostanzialmente fluida, dove Bene e Male diventano poli quasi indiscernibili di un'umanità laica, ferita da un passato morboso, cicatriziale, mentre il presente è incastonato in location alienanti, profluvio di informazioni ed economia orizzontale
In un anno in cui gli Academy Awards si sono proiettati verso un recupero del cinema del passato in senso soprattutto archeologico e vagamente reazionario (Hazanavicius, Allen, Scorsese) non deve sorprendere troppo che l’operazione remake compiuta da David Fincher con Millennium – Uomini che odiano le donne sia rimasta fuori da alcune importanti nomination come quella per il miglior Film e Regia (il film complessivamente ne ha ottenute cinque: attrice, fotografia, montaggio, suono, effetti sonori). Sapientemente giocato su una riflessione sui meccanismi contemporanei dell’immagine, il rifacimento del discreto film di Niels Arden Oplev (in fin dei conti il migliore nel contesto di una trilogia caduta in picchiata nel secondo e terzo capitolo), a sua volta tratto dal best-seller di Stieg Larsson, si apre con dei titoli di testa che da soli schierano tutto l’acume teorico del regista americano: il corpo umano si fonde con i materiali digitali dei computer sotto le note di Immigrant Song dei Led Zeppelin “rivisitata” elettronicamente dai compositori Trent Reznor e Atticus Ross. Quasi una dichiarazione programmatica che unifica cover e remake, attraverso una rielaborazione molto tecnologica del prototipo. Del resto il Millennium di Fincher non nega affatto il suo legame con l’originale svedese, anzi ne assume in pieno la struttura, arrivando alla scelta – coraggiosa e inattuale nel panorama cinematografico hollywoodiano – di mantenere l’ambientazione in Svezia (dove il film è stato anche girato), ripudiando potenziali americanizzazioni del contenuto.
È proprio in virtù di questa estrema fedeltà al modello, nell’intendere il testo di Larsson/Oplev come partitura da seguire con micro variazioni sul tema, che emerge il calibro estetico e morale di un regista che agisce sui dettagli di una messa in scena iperrealista e un'analisi psicologica dei personaggi sviluppata soprattutto lungo una recitazione fisica e sottrattiva. Sicchè superato, per chi ha visto l’originale svedese, l’iniziale impatto da deja-vù dettato soprattutto dal rispetto pedissequo delle tappe drammaturgiche del soggetto, ecco che nello sguardo di Fincher l’incandescenza dolente del progetto trova la sua traduzione visiva e plastica in un film cupo su sentimenti e ossessioni "umane", a tratti sconcertante per come fa esplodere la sua violenza con i ritmi distesi di uno quotidianità malata, complessa in quanto sostanzialmente fluida (c’è qui molto della sua contemporaneità), dove Bene e Male diventano poli quasi indiscernibili di un'umanità laica, ferita da un passato morboso, cicatriziale, mentre il presente è incastonato in location alienanti, profluvio di informazioni ed economia orizzontale. Insomma Millennium è incentrato in quella linea di mezzo tra analogico e digitale che è forse il leitmotiv di tutto il cinema di Fincher dal bellissimo Zodiac in poi. Ed ecco che alcune libertà fincheriane (ma non è certamente da trascurare il contributo di Steven Zaillan, qui impegnato nel doppio ruolo di sceneggiatore e produttore) come la liason amorosa tra i protagonisti (negata in un finale di raggelante intensità) diventano gli scarti differenziali di uno sguardo sul mondo che ha ormai raggiunto un equilibrio personale tra forma, pensiero e anima.
Titolo originale: The girl with the dragon tattoo
Regia: David Fincher
Interpreti: Daniel Craig, Rooney Mara, Christopher Plummer, Stellan Skarsgård, Robin Wright
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 158'
Origine: USA, 2011
-
in zodiac, chi è il vero killer? (di indizi ce ne sono un'infinità, e tutti ben visibili!)
Inviato da bix o vattelapesca il 16/02/2012 -
Zodiac è il miglior film diFincher, che dici? Se li vedi bene i due film hanno delle differenze minime ma sostanziali, quello che trasforma un film mediocre in grande cinema. Fincher non sbaglia un colpo altroché !
Inviato da zac il 16/02/2012 -
Un film totalmente inutile, senza un guizzo visivo, senza un dialogo intrigante, e con i pochi elementi interessanti della trama assurdamente smorzati (l’analisi delle foto, le citazioni bibliche, la rivelazione finale), tanto che chi non ha letto il libro fa fatica a cogliere gli snodi fondamentali della storia. Bravissimo Craig. Tutto il resto in una piatta norma. Non c'è una scena che si stacchi dall'originale. Nessuna immagine che sia MALATA dentro, che esprima il testo attraverso un metatesto. Nemmeno lo stupro. E non si capisce il senso degli splendidi titoli di apertura per un film che di sperimentale non ha poi assolutamente nulla. Dimenticatevi il fantastico montaggio di SOCIAL NETWORK, i giochi di specchio di THE GAME e FIGHT CLUB, il sentimentalismo strabordante di BENJAMIN BUTTON… Qui siamo tornati dalle inconcludenti parti di ZODIAC, in cui almeno c'erano le buone intenzioni e l'originalità, oltre alle due ore e mezza di troppo…
Inviato da fabrizio il 15/02/2012
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