RECENSIONI 2011/2012

prova di federico B (di Federico Baleani, del 18/04/2013)

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"Travolti dalla cicogna", di Rémi Benzaçon (di Marta Gasparroni, del 30/07/2012)


Rémi Benzaçon trasporta lo spettatore nel dramma ancestrale del cambiamento, affrontando un tema che da tempo tormenta l’uomo non meno della donna. Travolti dalla cicogna si configura come una commedia romantica alla francese, con un impianto narrativo non troppo originale, costipato tra la pretesa di trattare diversamente una problematica già sviscerata e una cornice formale spesso forzata, piegando la pellicola nella direzione che si voleva evitare

"Bed time", di Jaume Balagueró (di Pietro Masciullo, del 29/07/2012)


Arriva sempre il momento per un onesto cineasta thriller/horror di confrontarsi con Hitchcock. È un passaggio obbligato, un esame di maturità che si prepara con cura e dovizia sgobbando sui film del maestro della vertigine. Jaume Balagueró disegna il suo depresso Norman Bates metropolitano ossessionato dallo sguardo e dal corpo della vittima prediletta. Ma qui, purtroppo, lo stilema hitchcockiano si fa cadavere da mostrare in bella vista senza restituirci in cambio nuove perturbanti vertigini…

“La memoria del cuore”, di Michael Sucsy (di Sergio Sozzo, del 28/07/2012)

L’unico modo di mandare giù questo indifendibile finto-Sparks di Michael Sucsy è non scollare lo sguardo da Channing Tatum. Imbambolato, grosso e penzoloni come un personaggio non giocante ai lati dello schermo, che alza le spalle e allarga le braccia a intervalli regolari, Tatum rientra nel partito degli Ashton Kutcher, che sembrano sempre finiti sui set per caso. Un cugino maggiore, magari non il più sveglio della famiglia, ma quello con cui usciresti a bere qualcosa o faresti una partita a PES

"Contraband", di Baltasar Kormákur (di Eleonora Sammartino, del 27/07/2012)


Ciò che spicca nella regia di Kormákur sono proprio i momenti guerrilla style, quelli di più forte impatto, che ben si adattano al genere, seppure non esente da stilemi ormai diventati cliché.  La regia di Baltasar Kormákur non lascia i suoi protagonisti per un minuto, la macchina da presa, sempre estremamente mobile, vicinissima ai volti e ai muscoli strapazzati, ammaccati, vissuti dei suoi personaggi 

“La leggenda del cacciatore di vampiri”, di Timur Bekmambetov (di Sergio Sozzo, del 23/07/2012)


Bekmambetov ha la metafora servita su di un piatto, è giusto il caso di dirlo, d’argento, e allora reinventa la vicenda personale della vita di Lincoln e la Storia d’America come una lotta senza tregua tra gli uomini e le creature delle tenebre, con la Guerra Civile combattuta dai vampiri sudisti contro le truppe presidenziali. L’idea è chiaramente anche quella della civiltà che scaccia gli arcaici mostri di un mondo primordiale, il che rende il film il secondo tassello di una sorta di dittico burtoniano (quì produttore) sul "vampirismo capitalista" insieme a Dark Shadows

"L'estate di Giacomo", di Alessandro Comodin (di Pietro Masciullo, del 21/07/2012)


Che cosa indica la frase “L’estate di Giacomo”? La bella stagione di un diciottenne, una vera esperienza di rinascita, il primo amore che travalica il tempo, persino il titolo di un film! Alessandro Comodin scioglie ogni confine di percezione tra reale e fiabesco, fiction e documentario, pedinamento e costruzione scenica con la sana ambizione (per molti tratti riuscita) di farci “sentire” il mondo con le orecchie di un neonato...il cinema tenta ancora di scoprire

"Freerunner", di Lawrence Silverstein (di Marta Gasparroni, del 15/07/2012)


I movimenti epilettici della macchina da presa fanno da compendio ad una vasta gamma di soluzioni tecniche, dallo split screen alla macchina a spalla, penalizzando però il talento di quei giovani campioni del freerunning. Tutti atletici, tutti straordinariamente acrobatici nel coreografare salti mortali, prese frenetiche, scivolate e slanci tra edifici, schivando passanti, mezzi di trasporto e, possibilmente, qualche pugno competitivo. Amplificate in ogni qualità video, le loro peripezie valgono dollari di scommesse

"Biancaneve e il Cacciatore", di Rupert Sanders (di Eleonora Sammartino, del 14/07/2012)


Il film di Rupert Sanders si presenta come una favola horror, ricettacolo postmoderno di immagini, il cui scontro centrale è quello tra due diversi tipi di femminilità archetipica, rappresentati dalla regina cattiva e da Biancaneve. Tuttavia, in questo scontro di titani tra donne, a Biancaneve manca una certa profondità. Ci si trova, allora, più affascinati da quei personaggi che appaiono più umani

“Cena tra amici”, di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte (di Leonardo Lardieri, del 09/07/2012)


Farsa, vaudeville o pochade, i registi sembrano attingere dalle diverse anime teatrali francesi, comunque alternativamente dominanti su quella più squisitamente cinematografica. C'è sempre un certo controllo sull'aspetto umano, anche se solo per mettere in scena i più gravi difetti umani, altrimenti si rischierebbe di degenerare nella parodia e nel burlesque. È proprio la brevità, intesa come estrema concentrazione, dei dialoghi, la “ristrettezza” del cinema in sala da pranzo e la scoperta ricerca della risata, che condensano la grevità compiaciuta e di raffinata malizia, debolmente dissacrante

"Quell'idiota di nostro fratello", di Jesse Peretz (di Emanuele Di Porto, del 07/07/2012)


La recente collaborazione con Steve Carell deve aver influenzato Paul Rudd. L'attore prende a prestito il ruolo di Dinner for Schmucks e aggiorna la figura chaplinana dell'idiota. Il film di Jesse Peretz risente della recente virata della commedia verso la sua componente femminile: la distruttiva ingenuità del fratello stupido si abbatte sulle vite più o meno affermate delle sue tre sorelle, che si ritrovano la loro esistenza completamente scombinata dal suo arrivo. L'adeguamento freak è riuscito ma le convenzioni vengono rispettate fino al prevedibile lieto fine...

"The Way Back", di Peter Weir (di Carlo Valeri, del 06/07/2012)


Un altro viaggio ai confini del mondo in cui lo sguardo apolide dell'autore di Master & Commander immerge i suoi personaggi eroici in un ambiente naturale ostile e contemplativo. Un film diseguale che nella sua celebrazione della sopravvivenza umana alla Natura, compiuta nel lutto e scandita da una drammaticità fisica spesso delirante, sembra fare ritorno all'ossessione tipicamente australiana dell'esplorazione del territorio, con questi eroi fuggiaschi che paiono essere tanti piccoli coloni europei in costante ambivalenza tra la ricerca della gloria e il suicidio

"The Amazing Spider-Man", di Marc Webb (di Sergio Sozzo, del 05/07/2012)


Marc Webb pare rifarsi in tutto e per tutto a quella che potremmo chiamare “formula Favreau”, per questo suo nuovo Spider-man. Il personaggio più problematico e sfaccettato di tutto l'universo Marvel perde clamorosamente la sua fragilissima umanità e i suoi abissali dubbi esistenziali e morali e si ritrova in una pellicola dalla oramai classica conformazione da “primo episodio”, pensata soprattutto per delineare elementi e traiettorie dei film che verranno

"L'amore dura tre anni", di Frédéric Beigbeder (di Armando Andria, del 02/07/2012)


Per lo scrittore e giornalista Frédéric Beigbeder il cinema pare essere, più che una vocazione, uno strumento per far arrivare la sua parola cinica e arguta a un pubblico più vasto della elitaria "comunità dei lettori". Il suo è un film che continuamente bypassa la messa in scena per svolgersi fuori di sé, nell'implicita ammissione di non credere più di tanto in se stesso (nel cinema)

“I tre marmittoni”, di Peter e Bobby Farrelly (di Sergio Sozzo, del 02/07/2012)


Quasi un film-testamento, una sorta di resa dei conti definitiva con la società dello spettacolo, un sabotaggio che non rinuncia alle cattiverie scorrettissime di sempre ma opera soprattutto un instancabile scardinamento della contemporaneità attraverso le armi di un cinema gloriosamente fuori tempo, d'accatto e dunque d'attacco, continuamente sbagliato

"Take Shelter", di Jeff Nichols (di Grazia Paganelli, del 30/06/2012)


Opera seconda dello statunitense Jeff Nichols (che torna a dirigere Michael Shannon dopo averlo voluto nel suo esordio Shotgun Stories del 2007) Take Shelter è un film sorprendente per intensità ed equilibrio. Il film si muove lungo la linea sottile che separa il cinema indipendente da quello hollywoodiano, tra la “parabola” intimista e il racconto di genere, nell’osservazione della natura e nella sua trasfigurazione

“Il cammino per Santiago”, di Emilio Estevez (di Francesca Bea, del 30/06/2012)

Dopo Bobby, l’ultima fatica di Emilio Estevez è una contemplazione innamorata di un figlio che guarda il proprio padre e, per mezzo di lui, attraversa (di nuovo) il Cinema come fosse l’unico luogo possibile di riscoperta delle proprie origini, come fosse l’ultimo spazio segreto d’incontro, il solo capace di mostrare tutta la potenza indicibile delle emozioni

"La cosa", di Matthijs van Heijningen Jr. (di Giacomo Calzoni, del 29/06/2012)


Poteva essere un interessante update sul lavoro del genio Rob Bottin, trasformando le sue mutazioni artigianali in un'orgiastica materia digitale di corpi e pixel: invece il prequel del capolavoro Carpenteriano non riesce mai a vivere di vita propria, sposando una concezione di cinema horror senza troppi stimoli e idee. Certamente non il peggior rifacimento in circolazione, ma comunque un film destinato a svanire senza lasciare traccia

"Marley", di Kevin Macdonald (di Simone Emiliani, del 28/06/2012)


C'è tutto il re del reggae che riemerge dai filmati d'archivio e viene mostrato come se fosse ancora vivo. Ricchissimo d'informazioni, quello del regista scozzese (che non fa rimpiangere Scorsese e Demme, tra le cui mani è passato il progetto) è anche un lavoro proiettato miracolosamente sul futuro, che s'immagina la moltiplicazione dell'icona Marley nell'era di youtube. Girato con lo spirito non solo di un valido documentarista ma anche di un grande giornalista d'inchiesta

“Qualche nuvola”, di Saverio Di Biagio (di Chiara Apicella, del 27/06/2012)


Un film sui rapporti umani: quelli fra colleghi, fra familiari, fra datore di lavoro e operai, fra amanti di ceti diversi. Le sfumature dell’animo umano sono tratteggiate con grazia dal regista, in un prodotto che ha il pregio di non scadere mai nell’autoreferenzialità o in ambizioni velleitarie. La crisi della giovane coppia è descritta con sensibilità. Meno convincenti le parti con il datore di lavoro, che contrapposto ai muratori onesti e simpatici fa emergere una visione manichea della società

“Rock of Ages”, di Adam Shankman (di Sergio Sozzo, del 24/06/2012)

Alla fine è anche giusto  che il film sia il veicolo per la popolarità internazionale di due voci bianchissime e pulitissime, totalmente prive di qualunque personalità, come quelle dei due protagonisti. Sia i due giovani interpreti che il coetaneo pubblico che hanno come target non hanno probabilmente bisogno di guardare al passato per scoprire da dove viene quella canzone che hanno sentito così tante volte nelle puntate di Glee. E allora al diavolo tutto il resto dell'impalcatura grottesca di star imparruccate che cantano Bon Jovi...

"Chef", di Daniel Cohen (di Annarita Guidi, del 23/06/2012)

Anche le gag più promettenti risultano bloccate, ripiegate su se stesse, come se il regista riuscisse a impedire qualsiasi vero movimento ai suoi personaggi. Jean Reno ce la mette veramente tutta: presenza scenica, fisicità, e una salsa speciale che non gli viene più bene da quando la moglie lo ha lasciato. Ci si poteva concedere almeno il gusto di un ingrediente a sorpresa, o dell'esaltazione di un sapore che avrebbero, forse, dato respiro alle potenzialità di questo film

"Detachment - Il distacco", di Tony Kaye (di Eleonora Sammartino, del 22/06/2012)

Il suo è uno stare addosso al corpo quasi ossessivo, come se con questa vicinanza estrema si cercasse di coinvolgere lo spettatore. Il risultato, invece, è l'opposto, l'impossibilità di empatizzare con i personaggi, Henry su tutti, stabilendo una nuova distanza, questa di tipo emotivo, che separa lo spettatore dallo schermo. Tutto invece si sposta sul piano cerebrale con una freddezza quasi logica che accompagna la visione del film, avendo la sensazione di essere intrappolati come quelle persone ritratte nelle fotografie

“Chernobyl Diaries – La mutazione”, di Bradley Parker (di Sergio Sozzo, del 21/06/2012)

Quello che viene a mancare è proprio l'incubo atomico, giusto sfiorato. Ma Oren Peli è un fenomeno che può già permettersi di giocare con i segni di riconoscimento del proprio cinema dopo soli cinque anni di distanza dall'esordio, e un solo film diretto di persona (il secondo, Area 51, è in arrivo). Oren Peli è una leggenda metropolitana: forse non esiste, come il punto di vista ormai irrimediabilmente caduto assunto dai suoi film 

"Un amore di gioventù", di Mia Hansen-Løve (di Pietro Masciullo, del 21/06/2012)


Cinema aereo Un amore di gioventù, che oscilla tra il pedinamento sentimentale di marca rohmeriana e lo sfiorarsi/scontrarsi dei corpi nell’età acerba di Techine o Assayas. Il tempo (della vita, dell’amore, della fanciullezza) e lo spazio filmico (l’inquadratura, il montaggio, la musica) si piegano straordinariamente nell’universo emotivo della protagonista diventandone il naturale movimento. Mia Hansen-Løve tenta di filmare l’unico vero amour possibile…

"21 Jump Street”, di Phil Lord e Chris Miller (di Sergio Sozzo, del 19/06/2012)


Nuova mise en abyme del buddy movie dopo Poliziotti Fuori di Kevin Smith e soprattutto il capolavoro di Ferrell/McKay I poliziotti di riservail film è superbamente scorretto e zeppo di gag tra l'esilarante e il rivoltante, com'è giusto che sia. Hill ha chiaramente imparato dal mentore Apatow, e qui produce e scrive insieme con quel Michael Bacall, sceneggiatore davvero interessante che da Scott Pilgrim e Project X ci sta già raccontando di una generazione di ultracorpi adolescenti geneticamente modificata

“Il Dittatore”, di Larry Charles (di Leonardo Lardieri, del 18/06/2012)


L'andatura filmica è quella di Borat e Bruno, l'andatura deambulatoria è simile a quella del gendarme in Hugo Cabret, meno zoppicante semmai, ma sempre militaresca, con una leggera tendenza claudicante, a segnare il passo, di un personaggio forse ormai privo di respiro. La pazzia di Sacha Baron Cohen è la dipendenza, bella malattia a volte, dipende ovviamente, dipendenza dal voler stare fuori dalle righe, piuttosto che sopra le righe

"Venti anni", di Giovanna Gagliardo (di Luca Marchetti, del 17/06/2012)

L'intenzione della regista di partire dalle speranze che l’Europa ed il mondo intero provava alla vista delle macerie dei regimi comunisti fino ad arrivare alla rabbia di questi giorni di “lacrime e sangue”, passando attraverso le illusioni di benessere degli anni novanta e le paure del duemila, è senza dubbio molto ambiziosa; così come l'utilizzo del mezzo della docufiction e del racconto di vent'anni di storia personale nella Storia collettiva, alla Un amore

"Paura 3D", dei Manetti Bros. (di Riccardo Moglioni, del 17/06/2012)


I fratelli Manetti sono una corposa e genuina boccata d’aria fresca in un ambiente saturo e stantio, in cui l’aria non cambia da anni. Una variabile atemporale impazzita, in un panorama di cinema completamente fermo su stesso. Paura 3D è un horror anomalo tanto quanto chi l’ha partorito. Atipico nella costruzione ancor più che nello svolgimento. Ogni elemento compare inaspettato, in una mescolanza volutamente caotica di approcci. Le suggestioni tipiche dell’horror psicologico lasciano spazio ad elementi puramente splatter e persino gore

"Benvenuto a bordo", di Eric Lavaine (di Marta Gasparroni, del 16/06/2012)


La pellicola pare assecondare un’idea di spettacolo che coniuga una rassicurante adesione al ricorrente e lo sfavillio favolistico declinato in una cornice che non esula da un conformismo tecnico di contenute pretese. La fotografia calda, i toni patetici, i dialoghi ribattuti e i toni spesso demenziali si adattano più alla placida comodità casalinga della vecchia scatola magica che alla grana degli schermi cinematografici

“C'era una volta in Anatolia”, di Nuri Bilge Ceylan (di Leonardo Lardieri, del 16/06/2012)

In Anatolia, si compone un quadro di intrighi e misteri, nel bel mezzo di un’area vulcanica, nell’arida steppa.  È la verità che straordinariamente si fa cinema o il cinema che ordinariamente invade la realtà? In entrambi i casi, Ceylan sente il desiderio di scolpire definitivamente le impronte di uno sguardo ormai giunto al culmine di una mitologia immaginaria consolidata e scavalca una certa autorialità esibita

"Le paludi della morte", di Ami Canaan Mann (di Simone Emiliani, del 15/06/2012)


Avvolgente e malata opera seconda della figlia di Michael Mann (qui nelle vesti di produttore), un poliziesco che poi scivola nelle zone torbide del thriller, tra Carl Franklin e il mistero di Picnic ad Hanging Rock, dove gli alberi assumono quasi una valenza simbolica, elementi di un labirinto pieno di trappole, dove un'ipotetica superficie della fiaba si sventra e si apre veso i meandri più oscuri. Con un cast di grande livello

"W.E. - Edward & Wallis", di Madonna (di Simone Emiliani, del 10/06/2012)


Al secondo film da regista la 'regina del pop' fa un film quasi archeologico alla ricerca di reperti documentari e frammenti da ricreare e ricostruire attraverso il cinema. Rispetto a Sacro e profano un passo indietro e un salto in avanti, in un'opera meno incosciente ma più consapevole dove Wallis Simpson ed Edoardo VIII sono ben più vivi dei manichini teatrali di Il discorso del Re

"La mia vita è uno zoo", di Cameron Crowe (di Carlo Valeri, del 09/06/2012)


Ancora un racconto che parte dalla morte per compiere un percorso esperienziale che alla fine del viaggio decreta una nuova epifania umanistica. E' però grazie al corpo filmico del sempre più sorprendente Matt Damon che l'ultima opera di Crowe si presenta come omaggio alla creazione e alla rappresentazione di questa stessa creazione. Come fosse il gemello del personaggio interpretato nel seminale Hereafter di Eastwood, il Benjamin di Damon si configura come medium capace di mettere in comunicazione mondi lontani legati dal ricordo e dal lutto

“7 Days in Havana”, di B. Del Toro, G. Noé, J.C. Tabío, J. Medem, L. Cantet, P. Trapero, E. Suleiman (di Aldo Spiniello, del 08/06/2012)

Sette registi di differenti nazionalità e sensibilità mettono in campo la loro visione, una scheggia più o meno definita del loro cinema, sotto l’orchestrazione di Leonardo Padura Fuentes, coordinatore della sceneggiatura. Personaggi che tornano in gioco, incroci di percorso nel calore di una settimana qualsiasi. E poi, evoluzioni confuse ed eccentriche di una montagna rossa, che per gettarsi nel gorgo delle magnifiche contraddizioni di una città unica, deve accettare la necessità di partire dalla superficie

“Love and Secrets”, di Andrew Jarecki (di Francesca Bea, del 07/06/2012)


La famiglia è un male corrosivo che genera solo mostruosità e che c’insegue come la nostra ombra, il cinema di Andrew Jarecki continua a gridarlo contro quella Hollywood che ha eletto la famiglia come ultimo posto sicuro al mondo. Love and Secrets è una storia di amore, sopraffazione emotiva e morte che anima la prima metà di Love and Secrets, con le sue atmosfere claustrofobiche e minacciose che vanno chiudendosi attorno ad una Kristen Dunst imprigionata nel gioco di ombre che Ryan Goslin proietta nella sua vita

"Project X - Una festa che spacca", di Nima Nourizadeh (di Pietro Masciullo, del 06/06/2012)


Diretto da un esordiente e prodotto da Todd Phillips, Project X svincola il found footage dal genere horror e lo adatta con straordinaria lucidità al teen movie: si parte dalla collaudata american (pie) comedy per scivolare pian piano in una violenta guerriglia urbana in stile banlieues losangelina. Questa sfrenata notte da leoni dei nerd sedicenni svela un irresistibile (e pericoloso) desiderio represso di distruzione, mettendo letteralmente a fuoco l’inquadratura in una teorica discesa agli inferi della morale (e) dell’immagine

“Margaret”, di Kenneth Lonnergan (di Marco Mastino, del 05/06/2012)


Dopo numerosi tagli e difficoltà, esce il secondo film dell’autore di Conta su di me. Il periodo di pausa tra realizzazione e distribuzione non ha giovato a questo lungo dramma borghese: personaggi antipatici e senza valori ci sembrano troppo distanti e molti riferimenti di attualità sono troppo datati. Resta un grande Jean Reno che attraversa in sordina tutto il film per svelare quel silenzio necessario a sconfiggere una comunicazione schizofrenica e frenetica emblema della nostra società

“Viaggio in Paradiso”, di Adrian Grunberg (di Aldo Spiniello, del 04/06/2012)


Alla densità materica di un cinema sempre sul punto di esplodere, fa da contraltare la progressiva evanescenza di Mel Gibson, la pura sostituzione di un segno al corpo. Rinuncia necessaria, dopo il braccio mozzato di The Beaver, specchio definitivo di tutti gli eccessi, le ossessioni, gli impulsi autodistruttivi. È la trasfigurazione compiuta di un corpo/divo in un fantasma che s’infiltra nel sistema e lo manda a monte. Hollywood è avvertita

“Killer Elite”, di Gary McKendry (di Sergio Sozzo, del 04/06/2012)


Il film di McKendry sembra Knockout di Soderbergh senza i giochetti metalinguistici, e si affida a una manciata di sequenze con Robert De Niro a metà tra Ronin Jackie Brown, e a un paio di mirabolanti numeri di Jason Statham. La sensazione è però quella che il cascatore scoperto da Besson si conceda a queste scene d'azione sempre più controvoglia; come già in Professione Assassino di Simon West, Statham sembra avere ormai l'intenzione di farsi riconoscere come ombroso interprete di eroi corrucciati, tormentati e un po' meno guasconi di quanto il cinema gli abbia offerto finora

"La guerra è dichiarata", di Valérie Donzelli (di Carlo Valeri, del 03/06/2012)


Opera ambigua e affascinante, dove l'immersione emotiva sembra quasi concettualizzata da una frenesia stilistica che prova a mettere in comunicazione l'autobiografismo con una referenzialità cinematografica dirompente e rischiosamente esplicita (il riferimento al cinema di Truffaut su tutti). Il gesto filmico diventa terapia e allo stesso tempo strumento di scrittura per elaborare l'initimità di un dramma che nel momento di farsi cinema diventa altro. Oggetto straniante che mette insieme l'anarchia punk con Le quattro stagioni di Vivaldi, è forse uno degli esempi più scioccanti e morbosamente riusciti della forza metamorfica di un processo creativo

"Lorax - Il guardiano della foresta", di Chris Renaud e Kyle Balda (di Eleonora Sammartino, del 02/06/2012)


Quello che il contrasto tra questi due mondi ci racconta, allora, è la storia di una perdita dell'innocenza che si riflette nel racconto personale di colui che l'ha causata, un uomo che si è fatto prendere dal successo, tradendo i propri valori e la fiducia delle creature magiche. Un atto di hybris che l'ha portato a un'inevitabile caduta e il totale isolamento, trasformandolo in una versione umana del Grinch. Lorax, quindi, si presenta come una favola ambientalista in salsa musicale, un racconto a tratti morale che ha il compito di mettere in guardia i piccoli davanti allo schermo.

"Marilyn", di Simon Curtis (di Fabiana Proietti, del 02/06/2012)


Dietro una confezione briosa da commedia in costume, Marilyn riflette, non sempre consapevolmente,  sulla qualità onirica del cinema e della star, sul suo potere ipnotico ed evanescente, con una performance di grande  personalità da parte di Michelle Williams. E la fascinazione del giovane Colin per la diva Monroe si affianca a quella della vecchia Inghilterra per la deflagrante imperfezione della nuova America e del teatro per la macchina da presa

"Il mundial dimenticato", di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni (di Pietro Masciullo, del 01/06/2012)

Il mundial dimenticato è un mockumentary che parte dalla suggestione di un fantomatico mondiale di calcio giocato in Patagonia nel 1942 (torneo in realtà mai organizzato a causa della guerra in Europa). Garzella e Macelloni iniziano così un fantasioso e liberissimo viaggio nella nostra memoria di calciofili e cinefili, fondendo il ludismo endemico di questi due mondi ad una riflessione matura e consapevole sulla difficoltà di autenticazione dell’immagine mediale odierna

"Attack the Block", di Joe Cornish (di Giacomo Calzoni, del 01/06/2012)


Lotta senza quartiere nella periferia di Londra: alieni venuti dallo spazio contro baby-gang, in un frullato di reminiscenze carpenteriane (e non solo). L’opera prima di Joe Cornish è un divertente omaggio alla serie B degli anni Settanta e Ottanta,. filtrata attraverso una dimensione politica che è quella – attualissima – dell’emarginazione sociale e culturale del mondo globalizzato. Più superficiale di quanto non sembri in realtà, Attack the Block rimane un godibile prodotto di intrattenimento, realizzato con innegabile mestiere ma ad alto rischio di sopravvalutazione

“Operazione vacanze”, di Claudio Fragasso (di Aldo Spiniello, del 31/05/2012)


Gli sceneggiatori latitano, accumulano senza fondere, accennano per poi lasciare perdere. Latitano gli interpreti, latita il sesso, il romanticismo, la risata. Latita Claudio Fragasso, intento a sabotare in un montaggio ben poco alternato la già traballante fluidità narrativa, riducendo il suo stile action-horror a una serie di quadretti di plastica (la piovra che sollazza l’ignaro Bebo). È come se, da parte di tutti, ci fosse una costante presa di distanza rispetto a un tipo di commedia che non funziona più

"La fuga di Martha", di Sean Durkin (di Grazia Paganelli, del 28/05/2012)


Primo lungometraggio del regista statunitense Sean Durkin, premiato per la regia al Sundance Film Festival, è un film che si concentra sui personaggi, ma è abile a non sovrapporsi allo sguardo della protagonista. Non si tratta di una soggettiva estesa. Semplicemente si precipita con lei nell’incubo per poi esserne respinti. Durkin sceglie quindi di privilegiare il non detto senza indugiare mai in spiegazioni che renderebbero il film meno preciso ed essenziale

“Cosmopolis”, di David Cronenberg (di Sergio Sozzo, del 28/05/2012)


Con una rassegnazione che si è trasformata in una sorta di sputo (di Freud) irridente, Cronenberg ci mostra quello che siamo diventati nonostante i suoi film, o appunto proprio come i suoi film avevano previsto. Queste sue ultime opere sono commedie (dis)umane in cui ogni cosa, dai dialoghi alla caratterizzazione dei personaggi, è portata all'esasperazione del segno, sino a capovolgerla nella propria stessa parodia. Cronenberg sghignazza, e questa trasposizione di De Lillo è sorprendente soprattutto come punto di non ritorno di questo suo dangerous method

"Silent souls", di Aleksei Fedorchenko (di Margherita Palazzo, del 27/05/2012)

Gli zigoli sono uccelli comuni, della famiglia dei passeri. In questo terzo film del regista nato in Siberia, già vincitore del Documentary Award a Venezia 2005 con First on the Moon, accompagnano il tragitto  dolcemente stralunato tra remoti paesaggi dominati dalla natura di un terzetto: due vivi, Aist e Miron, e una morta, Tanya. Eppure vivi e morti convivono con semplicità.

Don't stop looking! - "Molto forte, incredibilmente vicino", di Stephen Daldry (di Pietro Masciullo, del 27/05/2012)

Rimanendo tutto sommato fedele allo spirito del romanzo di Foer, Stephen Daldry firma la sua opera più riuscita. Perché reagire al trauma dell’11 settembre attraverso lo sguardo di un bambino può significare anche reagire al crollo del valore testimoniale dell’immagine odierna. Il piccolo Oskar scrive e compone il suo diario di viaggio illustrato, astrae e monta pezzi di reale e immaginario, fa cinema “molto forte, incredibilmente vicino” dove ogni storia può essere riscritta e il suo papà tornare in vita, scalare torri e ricordi, come un infinito (be kind) rewind

"Men in black III", di Barry Sonnenfeld (di Annarita Guidi, del 24/05/2012)

Un film il cui cuore coincide con un salto nel vuoto da un grattacielo: il passato sta scorrendo parallelamente al presente, il passato che ricordi non esiste, il passato può essere cambiato. Un ricordo mancato, un ricordo tecnicamente cancellato, giace sotto la coscienza e spinge l'agente J ad agire. Proprio come i voli dell'Uomo ragno tra i grattacieli notturni, un salto che lascia senza respiro. Proprio come nei film di Spielberg, i simboli giusti al posto giusto - visibili, ma non troppo

"La fredda luce del giorno", di Mabrouk El Mechri (di Emanuele Di Porto, del 22/05/2012)


La fredda luce del giorno
è un esempio emblematico dei metodi produttivi della Summit Entertainment: la fedeltà alle regole del genere dovrebbe bastare a fare un action... Le restrizioni del low-budget costringono Mabrouk El Mechri ad ottimizzare ogni risorsa: il regista si concentra sulla soggettività dell'eroe involontario e sul dinamismo dei frequenti inseguimenti tra le strade di Madrid. La sceneggiatura dozzinale di Scott Wiper e la penuria dei mezzi a disposizione annullano i suoi pur lodevoli sforzi

"Another Earth", di Mike Cahill (di Pietro Masciullo, del 20/05/2012)

Il giovane esordiente Mike Cahill intasa il suo film con una miriade di riferimenti altisonanti: da Film Blu di Kieslowski al Solaris di Tarkovskij, dai romanzi di Asimov sino al mito della caverna di Platone citato letteralmente. Il vero grande problema di Another Earth sta proprio nella sua evidente riverenza a questi modelli, trasformata immediatamente in ansia da prestazione registica che castra il respiro del film. Un respiro soffocato dal pesante retroterra filosofico innestato sempre e solo dall’alto e che, purtroppo, disegna fastidiosamente il nostro itinerario di spettatori

"Roman Polanski: a film memoir", di Laurent Bouzereau (di Simone Emiliani, del 20/05/2012)


Una vita che è già un film non adeguatamente sfruttata in questo documentario dove il racconto forte del grande cineasta si perde spesso nella stanza del chalet di Gstaadt e le sue parole nei campi-controcampi dove la stessa musica di Alexandre Desplat tende a rompere quell´intimità creata solo per l´occasione. Una biografia classica dove molte fasi della sua filmografia sono attraversate velocemente

 

"Margin Call", di J.C. Chandor (di Simone Emiliani, del 19/05/2012)


Thriller basato sulla grave crisi finanziaria del 2008, Margin Call poteva essere adatto per un'ottima serie-tv vista anche la densità narrativa che il cineasta riesce raramente a padroneggiare, preoccupato di saltare qualche passaggio ma al tempo stesso senza avere quella capacità di filmare la parola per farle acquistare quello spessore decisivo e farla diventare principale motore della tensione

"Quella casa nel bosco", di Drew Goddard (di Eleonora Sammartino, del 19/05/2012)


Il gioco, quello vero, sta tutto nel campo tra lo schermo illuminato nel buio e la poltrona dello spettatore in sala. È con lui che gioca Goddard, stimolandone la mente, rendendolo semi-passivamente partecipe di un testo stratificato, sia da un punto di vista visivo che cognitivo. Il coinvolgimento è totale e, anche se a volte Goddard usa le sue carte nascoste furbescamente, si ha sempre l’impressione di stare un passo avanti rispetto ai personaggi. Più che horror è puro divertimento cinefilo.

"Il pescatore di sogni", di Lasse Hallström (di Eleonora Sammartino, del 19/05/2012)


Liquida, come quell'acqua di torrente, è la regia di Lasse Hallström. Inafferrabile, veloce, in grado di unire i vari elementi della narrazione in maniera trasparente, con una leggerezza che abbraccia registri diversi. Hallström concentra l'occhio della macchina da presa sui personaggi, avvicinandosi a loro da un punto di vista emotivo, ma, al tempo stesso, li inserisce sempre all'interno di un ambiente più grande, dedicando larghe inquadrature ai luoghi che, magicamente, dissolve tra loro, trasformandoli da luoghi reali a luoghi dell'anima.

"Il richiamo", di Stefano Pasetto (di Valentina Gentile, del 16/05/2012)


Il femminile salverà il mondo? Chissà. Di certo Pasetto e la sua sceneggiatrice Veronica Cascelli lo identificano con la libertà e con la fuga da un maschile affabile ma inadeguato. Inadeguato a cosa? Questo è il dilemma e il punto debole del film di Pasetto. Il richiamo più forte è senz’altro quello delle due attrici: a una Francesca Inaudi a volte troppo sbarazzina-smorfosietta si contrappone una perfetta, matura Sandra Ceccarelli

"Dark Shadows", di Tim Burton (di Carlo Valeri, del 15/05/2012)


Quello di Burton è un viaggio nel tempo in cui la linea dominante è la messa in scena di un cortocircuito capace di mettere in comunicazione differenti materiali (horror, letteratura, commedia, rock music). Ne nasce una crasi straniante, in cui l'armonia degli elementi non volendo trovare mai l'accordo giusto, reitera l'abrasività di un contatto speculare al triangolo malato dei protagonisti, finendo con il raccontare comicamente l'incapacità dei suoi personaggi di riuscire a raggiungere un equilibrio nel mondo (cinema)

"Isole", di Stefano Chiantini (di Sergio Sozzo, del 14/05/2012)


Grazie alla possibilità di vederlo gratuitamente in streaming su Repubblica.it dal 16 maggio, Isole potrebbe ragionevolmente rivelarsi il film meno invisibile di Stefano Chiantini, la sua opera che potenzialmente potrebbe raggiungere un pubblico più ampio: nonostante si tratti senza dubbio del suo lavoro più debole e meno riuscito, resta allora comunque l’occasione per avvicinarsi ad un autore interessante e trasversale, dalla poetica assolutamente personale e inedita

“Napoli 24”, di Paolo Sorrentino et al. (di Aldo Spiniello, del 13/05/2012)

La complessità sembra fermarsi solo al primo livello, quello dei contenuti, senza incidere sostanzialmente nelle forme, restringendosi nella monotonia di sguardi uniformi. C’è un sostanziale appiattimento a qualcosa di già dato e detto (e proprio per questo, probabilmente già vecchio), agli schemi, ormai consolidati di certo cinema mainstream partenopeo. E alla fine resta l’impressione che Napoli si offra al cinema da sola, nuda e piena, oltre o nonostante gli occhi che la raccontano

"Sister", di Ursula Meier (di Fabiana Proietti, del 13/05/2012)


La coerenza di sguardo di Ursula Meier è tale che Sister appare l’inevitabile corollario del discorso avviato con il film d’esordio Home. Ma anche se restano alcuni limiti intrinseci di un cinema "a tesi", Sister si rivela un film più libero del precedente, in grado di superare l'impasse ideologica per scoprire i propri personaggi cogliendo nei volti quasi immobili di Kacey Mottet Scott e Léa Seydoux improvvisi guizzi emotivi, e affidandosi proprio all'istintività dei suoi interpreti per ritrovare un'umanità finora a sospetto di artificio

"Workers - pronti a tutto", di Lorenzo Vignolo (di Francesco Giulioli, del 12/05/2012)


In Workers - pronti a tutto, la crisi del lavoro viene declinata in commedia, ma il potenziale esplosivo fornito da un luogo narrativo come l'agenzia interinale viene sprecato: la miccia è bagnata. Il film più che aggredire una realtà sempre più brutta, sporca e disperata, sembra esercitare un'operazione cosmetica, sia nello stile che negli esiti in fondo consolatori di episodi dal fiato troppo corto

"Special Forces - Liberate l'ostaggio", di Stephan Rybojad (di Riccardo Moglioni, del 12/05/2012)


Il problema è l'indecisione di forma. A sprazzi film d'azione puro, adrenalinico, virile e scanzonato come il più riuscito kolossal bellico americano. Quando ricerca la drammaticità e la profondità di narrazione, però,  la storia finisce per sgretolarsi in un'improbabile sequenza di fatti poco plausibili. Rimane comunque un passo avanti, ulteriore, per il cinema francese. Perché dimostra un'ambizione da non sottovalutare

"100 metri dal Paradiso", di Raffaele Verzillo (di Valentina Gentile, del 11/05/2012)

Epica sportiva che si fonde con la parabola ecumenica, 100 metri dal Paradiso è un prodotto di chiara propensione televisiva. L’idea di dare al Vaticano un team Olimpico è uno spunto sfizioso. Un film gradevole pur nella sua assoluta e onesta prevedibilità fatta di gag garbate e di imprevisti pronosticabili, anche per questa sua schietta mancanza d’ambizione e aldilà delle propensioni ideologiche e confessionali a cui può rimandare

“Tutti i nostri desideri”, di Phillippe Lioret (di Federico Chiacchiari, del 11/05/2012)


Quello che costruiamo giorno per giorno, a chi appartiene? Possiamo veramente imparare ad immaginare un “mondo senza di noi”? Toutes nous envies è un film sulla natura dei nostri desideri, sui luoghi imprevisti e meravigliosi dove, a volte, essi si nascondono. E lo sguardo dolce e ambiguo di Loiret, ci regala l’ennesimo piccolo, piccolissimo capolavoro di un regista che, ormai ci è chiaro, riesce a illuminare col cuore ogni storia

"Chronicle", di Josh Trank (di Giacomo Calzoni, del 09/05/2012)


Chronicle
prende le distanze dalla superficialità del found footage odierno, utilizzando questa tecnica per mettere in scena un vero e proprio “diario del desiderio” del suo protagonista. La macchina da presa come estensione fisica e concreta della mente e della volontà, in un racconto di formazione permeato dalla necessità di vivere e scoprire il mondo. Per raccontarlo, e quindi condividerlo.

"SeaFood - Un pesce fuor d'acqua", di Aun Hoe Goh (di Maurizio Encari, del 07/05/2012)


Niente di nuovo sotto...l'acqua, ma nonostante una certa banalità tematica, la pellicola può comunque vantare una discreta realizzazione tecnica, con una computer graphic sobria ed efficace e un ispirato uso del colore, che riesce a rendere vivi e pulsanti i paesaggi, grazie ai quali riesce a non sfigurare anche nei confronti di produzioni ben più blasonate, mostrando una pagina del cinema malese da noi assai poco conosciuta

"Gli infedeli", di J. Dujardin e G. Lellouche, M. Hazanavicius, E. Bercot, F. Cavayé, A. Courtès, E. Lartigau (di Pietro Masciullo, del 05/05/2012)

L’ambizione de Gli infedeli è quella di ragionare goliardicamente sul mastodontico problema odierno della Crisi, eleggendo il sesso a campo di battaglia preferito di una (tragi)comicità di grana grossa e scrittura facile. Questo però non è cinema della Crisi, ma manifestamente in crisi. E, ahinoi, forse è veramente nato un cinema alla Jean Dujardin: effetto The Artist già serializzato e codificato in un modernariato vuoto, senza il minimo respiro e cerebrale sino al fastidio…

"American Pie: ancora insieme", di John Hurwitz e Hayden Schlossberg (di Emanuele Di Porto, del 04/05/2012)

American Reunion è quello che dovrebbe essere: una rimpatriata che tenta di ricreare le atmosfere del film del 1999. L'effetto nostalgia colpisce quella generazione ma non attira i possibili neofiti. La storia riabilita l'immobilismo infantile di Stifler e si propone come la sua ultima festa: se tutti i suoi vecchi compagni sono stati travolti dalla maturità e dal menage familiare, lui è l'unico ad essere rimasto congelato agli anni del liceo. Il film è la sua rivincita e il finale gli regala la più dolce delle vendette...

“Hunger Games”, di Gary Ross (di Francesca Bea, del 30/04/2012)

In Battle Royale, questo sì vero capolavoro sull’orrore del percorso di formazione adolescenziale in una società organizzata su un modello repressivo e conformistico, Kitano diceva ai suoi alunni che la vita è un gioco e che l’unico modo per sopravvivere è combattere. Ed è proprio qui che si trova il centro nevralgico del film di Ross, con le sue linee spezzate e nervose che ricalcano l’irrequietezza di una Jennifer Lawrence armata di arco e frecce che si scopre essere nient’altro che pedina di una scacchiera dove le regole del gioco di qualcun altro si sono sostituite alla vita, forse per sempre

"Ho cercato il tuo nome", di Scott Hicks (di Emanuele Di Porto, del 29/04/2012)


Gli adattamenti dei romanzi di Nicholas Sparks hanno delle evidenti caratteristiche comuni: è necessario rassegnarsi ed ammettere l'esistenza di un suo cinema, sfacciatamente votato ai più antichi trucchi del melodramma . Ho cercato il tuo nome ha le stesse dominanti di Dear John e di Come un uragano. Le sue love-story si svolgono in uno sfondo atemporale e pre-tecnologico: la fotografia è patinata ed esalta questo tono pastorale, le inquadrature sospirano gli sguardi appassionati di Zac Efron e di Taylor Schilling

"Maternity Blues", di Fabrizio Cattani (di Eleonora Sammartino, del 28/04/2012)

L'opera di Cattani non si fossilizza solo sulla psicologia dei personaggi, ma ha il pregio di mostrare come la società si rapporti a esse, soprattutto guardando a chi è più vicino a queste donne. In particolare, attraverso la linea narrativa dedicata al marito di Clara. È grazie all'unica presenza maschile davvero rilevante che si dà ulteriore profondità a quello finora raccontato, spostando l'asse del film e dandogli maggior respiro, seppure quel senso d'annegamento si ritrovi anche in questo caso.

"Hunger", di Steve McQueen (di Leonardo Lardieri, del 28/04/2012)


La storia vera di Bobby Sands, attivista irlandese degli anni ottanta, martire della resistenza. Bella sorpresa per il film d’esordio del regista di Shame, presentato quattro anni fa a Cannes nella sezione Un certain regard. Un'opera prima che attraversa il cinema, la scultura e la fotografia sviluppando una narrativa filmica che inevitabilmente si allontana dal cinema classico per adottare un approccio più libero

"The rum diary", di Bruce Robinson (di Annarita Guidi, del 27/04/2012)


The rum diary e la sua linearità sono distanti da Paura e delirio a Las Vegas: se ne scorgono le tracce nella ricerca compulsiva, spietata e dolorosamente consapevole di una trasformazione della realtà. Il film di Robison sembra puntare soprattutto sul carattere incredibilmente attuale di un romanzo che mostra, attraverso uno sguardo che è quasi una tabula rasa (e che ha quindi la potenza di un risveglio), la sopraffazione dei media ad opera delle lobby con tutte le sue conseguenze 

"Il castello nel cielo", di Hayao Miyazaki (di Sara Orazi, del 26/04/2012)

Miyazaki reinterpreta la Laputa di Swift, simbolo dell’allontanamento del pensiero scientifico dai reali bisogni dell’uomo, facendone una parabola dell’inevitabile corruzione dell’animo umano, incapace di accettare un ruolo non predominante all’interno del ciclo naturale delle cose. Un tempo rigogliosa roccaforte di una civiltà evoluta, Laputa è al contempo Eden leggendario, come tale inaccessibile all’uomo, e custode di un sapere tecnologico avanzatissimo e potenzialmente distruttivo

"The Avengers", di Joss Whedon (di Sergio Sozzo, del 25/04/2012)


In una pellicola superblindata e ultracalcolata, Bruce Banner / Hulk si rivela come l'unico appiglio di salvezza del cinema, con una gratuità d'azione e una imprevedibilità di traiettoria che ci paiono benedette. Con tutta l'evidenza urlata dell'effetto 3D, il puro segno grafico probatorio di post-produzione. Il suo verde digitale resta una nota stonata sullo schermo, il cinema continua meravigliosamente a non sapere bene come contenerlo

“To Rome with Love”, di Woody Allen (di Aldo Spiniello, del 23/04/2012)


Se, in controluce, appare ancor più evidente la magnifica eccezione di Midnight in Paris, dovuta in gran parte alla profonda malinconia di Owen Wilson, queste vacanze romane sembrano l’ultimo atto di una deriva continua. Un definitivo suicidio autoriale, vivificato, però, dalla forza esplosiva di una faciloneria giocosa, dell’improvvisazione irriverente

"Leafie - La storia di un amore", di Oh Seongyun (di Luca Marchetti, del 22/04/2012)

Degno di essere messo accanto alla produzione della Pixar o del maestro Miyazaki, Leafie è un piccolo prodotto realizzato con una cura sorprendente sia per la confezione visiva sia nella stesura della storia. Proprio l'idea di usare la favola semplice di una gallina "madre" di un anatroccolo per veicolare temi importanti e seri messagi etici risulta vincente e permette a questo film di essere un prodotto diverso

“Roba da matti”, di Enrico Pitzianti (di Chiara Apicella, del 21/04/2012)

Docu-film che conserva la verità tattile del documentario e riproduce la coinvolgente struttura di un film. Enrico Pitzianti registra con eleganza e sensibilità artistica le relazioni umane instauratesi a Casamatta, residenza socio-assistenziale sarda che dopo diciassette anni rischia di chiudere. E tratteggia magnificamente un’umanità dolente, che cerca di rimarginare la propria vita ma lo fa sottotono, con modestia, prorompendo inaspettatamente in frasi di un’ironia straordinaria

"Il primo uomo", di Gianni Amelio (di Pietro Masciullo, del 21/04/2012)

Il primo uomo centra in pieno il punto della complessa riflessione camusiana apparendo storicamente e filosoficamente ineccepibile, ma perde troppo in afflato epico ed emozionale per tutta la lunga prima parte. È solo nell’ultima mezzora che Amelio riesce a liberarsi da una narrazione lievemente agiografica scavalcando in un sol colpo l’ultima fase della sua carriera (da Le chiavi di Casa a La stella che non c’è) per donarsi alla pura gioia di filmare un viaggio a ritroso verso il momento stesso della nascita

“Una spia non basta”, di McG (di Francesca Bea, del 20/04/2012)


McG cerca di ritrovare la tradizione della commedia romantica dell’epoca d’oro coniugandola con quel cinema d’azione un po’ spaccone che sembra essere il territorio a lui più congeniale. E lo fa mettendo in campo una girandola romantica impazzita dove Chris Pine, Reese Witherspoon e, soprattutto, il magnifico Tom Hardy si fanno corpi nostalgici, fuori dal tempo, sospesi tra il passato e il presente del Cinema

"George Harrison - Living In The Material World", di Martin Scorsese (di Pietro Masciullo, del 19/04/2012)


Il fenomeno global/mediatico dei Beatles e la ricerca spirituale, durata una vita, di George Harrison. Scorsese si affida quasi totalmente alle fotografie d’epoca come graffito inciso indelebilmente nel nostro immaginario collettivo. E questo Living In The Material World diventa uno spericolato ragionamento sull’immagine e sulla sua fruizione di massa, creando un continuo corto circuito tra icone e persone

“Battleship”, di Peter Berg (di Sergio Sozzo, del 16/04/2012)


La battaglia navale si trasforma subito in una sorta di duello allo specchio (come già accadeva ai due schieramenti opposti di The Kingdom, ripensiamo all'esplicito finale), un po’ com’era il gioco da tavolo: la lotta è tra la preistoria terrestre e la dopostoria aliena, ma ha occhi umanissimi che si specchiano gli uni negli altri. In altre parole, il conflitto della Hollywood dei giorni nostri. La via di Peter Berg per sopravvivere all’estinzione: tornare ad essere la corazzata di ferro d’un tempo, carica e indistruttibile

“Ciliegine”, di Laura Morante (di Leonardo Lardieri, del 15/04/2012)

Commedia sofisticata tramutata in parodia della commedia romantica, contemplatrice, compiaciuta, come immersi in un acquario rumoroso e fosco. Corpi che si agitano in una sorta di bolla di sapone, mentre fuori nevica. A muoverli è sempre il senso di solitudine, di vuoto, l'ossessione per la felicità, mentre il tempo scorre rapido, incessante, frantuma sogni. Laura Morante insegue, in modo abbastanza evidente, la grazia, la crudeltà e l'ironia di Alain Resnais, con il quale i sogni prendono corpo, poi cominciano a muoversi

"Diaz", di Daniele Vicari (di Simone Emiliani, del 14/04/2012)


Daniele Vicari, con gli eventi tragici del G8 di Genova del 21 luglio 2001, potrebbe volgersi nelle zone che conosce molto bene, quelle del documentario. Ma le migliaia di filmati che stanno anche in rete, le migliaia di pagine di atti processuali, sono solo gli oggettivi elementi di partenza di un film che non vuole più documentare ancora una volta, ma ricreare proprio quella cronaca sui video già esistenti, sulle pagine già scritte, sulle testimonianze

"Poker generation", di Gianluca Mingotto (di Riccardo Moglioni, del 13/04/2012)

La storia di Poker Generation prende spunto dalla reale scalata al successo di Filippo Candio, ora giocatore professionista, ragazzo siciliano che si trasferì a Milano per tentare di assecondare la sua passione. In questo preciso quadro storico, l'idea di realizzare un film sul poker è decisamente intelligente e particolarmente sensata. Ragion per cui, probabilmente, andava sfruttata meglio. La sceneggiatura preferisce virare sulla rivalsa sociale e umana piuttosto che dare importanza al movimento. Scelta comprensibile ma poco coraggiosa

"Bel ami", di Declan Donnellan e Nick Ormerod (di Fabiana Proietti, del 13/04/2012)

Più che la storia di un seduttore, come recita il sottotitolo del film, tratto dal romanzo di Guy De Maupassant, Bel Ami è la storia di un sedotto, in cui il George Duroy di Robert Pattinson –  che manca ancora una volta la prova della “maturità”  – viene trascinato nei salotti del potere parigino dalle tre donne interpretate da Uma Thurman, Christina Ricci e Kristin Scott Thomas, vero cuore pulsante del film e unico possibile motivo di interesse di un racconto altrimenti dimenticabile

SNOOP VISION - “Titanic 3D”, di James Cameron (di Sergio Sozzo, del 08/04/2012)


Titanic è chiaramente un film di fantasmi, abitato da corpi di spettri che rimettono in scena il proprio scomparire nelle acque – adesso, bidimensionali e ancora più pallidi nella nuova profondità prospettica del film, questi personaggi giungono all’appuntamento con l’ineluttabile con la luce di una nuova predestinazione

"Pollo alle prugne", di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud (di Simone Emiliani, del 07/04/2012)

Rovinoso crack per i due registi dell’ottimo Persepolis, tratto da una graphic novel della Satrapi, forse variante di Romeo e Giulietta ma estetizzante e compiaciuto, ignaro dei danni che ha fatto Il favoloso mondo di Amelie al suo immaginario e ingolfato da deformazioni prospettiche e cromatiche. “Così cominciano le fiabe persiane…”. Ma della loro magia, neanche l’ombra

"Good as you", di Mariano Lamberti (di Valentina Gentile, del 06/04/2012)


Gradevole, leggera e per nulla volgare, la prima gay comedy italiana aggira l'ostacolo dello stereotipo perché lo accetta consapevolmente destrutturandolo e rendendolo maschera cosciente e vera, con buona pace di Militia Christi. Peccato per l'eccessiva chiusura nel proprio circolo narrativo, che lascia fuori la realtà, rendendo Good as you evanescente e meno efficace di quanto avrebbe potuto essere

"Piccole bugie tra amici", di Guillaume Canet (di Pietro Masciullo, del 06/04/2012)


L’intento tutto cinefilo di Guillaume Canet è quello di rifarsi ad umori tipici di una precisa stagione cinematografica – la New Hollywood anni ‘70/’80: citati apertamente Lo spaventapasseri di Schatzberg e Il Grande Freddo di Kasdan – innestandoli negli intimisti tourbillion de l’amour francesi di un autore come André Téchiné. L’intertestualità diventa quindi una chiave irrinunciabile per avvicinarsi a un film sincero, coinvolgente ma anche ingenuamente imperfetto

“I più grandi di tutti”, di Carlo Virzì (di Roberto Rosa, del 05/04/2012)


Come cantano Catherine Deneuve e Milos Forman in “Les bien-aimés”: la mela non cade lontano dall’albero, ed in questo caso la mela (Carlo Virzì) non si allontana molto dall’albero cinematografico (Paolo Virzì). Più che The Commitments, The Blues Brothers o Almost Famous, siamo ancora dalle parti di Ovosodo. Ma alla fine non è neanche colpa di Carlo Virzì (che comunque vanta un passato da indie-rocker) se il rock in Italia è un’altra cosa, se le nostre canzoni rock parlano di Oriali mentre quelle degli altri di George Best.

"Biancaneve", di Tarsem Singh (di Fabiana Proietti, del 05/04/2012)


Il regista di Immortals firma una commedia brillante che ha il merito di discostarsi da una recente produzione fiabesca troppo debitrice dell’estetica twilightiana. Tarsem dà vita a ibridazioni raffinate, con uno stile visivo pieno che da un lato strizza l’occhio a Bollywood e dall’altro guarda ad Alice nel paese delle meraviglie, nelle architetture eccedenti e nei personaggi cartooneschi interpretati dagli straordinari Julia Roberts e Armie Hammer.

"Pirati! Briganti da strapazzo", di Peter Lord e Jeff Newitt (di Riccardo Moglioni, del 04/04/2012)


L'eccezionale bravura nella messa in scena di questa storia supera anche lo spunto banale di partenza. Quello di un pirata pasticcione che cerca rivalsa personale alla ricerca di tesori. È la capacità di creare un mondo autonomo e personaggi ricchi di sfumature, nessuno dei quali superfluo, in appena un'ora e mezzo di film. Riuscire a gettare lo spettatore in una mitologia che lascia presupporre delle radici ben più profonde. Mescolando con pungente (auto)ironia elementi storici ed elementi di finzione

“Act of Valor”, di Mike McCoy e Scott Waugh (di Carlo Valeri, del 04/04/2012)


La macchina da presa si esibisce come elemento che è dentro il set e l’immagine, adottando un  punto di vista entropico che esplode letteralmente nelle scene di guerra successive, dove l’obiettivo rimane attaccato a metallo, carne e ambienti, secondo un’estetica di documentarismo stilizzato che ha molto in comune con certe dinamiche figurative del videogame bellico

"Paranormal Xperience 3D", di Sergi Vizcaino (di Maurizio Encari, del 03/04/2012)


Vizcaino non lesina sulla componente splatter, rendendo il tutto una sorta di b-movie sanguinolento e insensato, dove anche la tentata caratterizzazione dei protagonisti finisce ben presto per perdere importanza a favore dell'effettaccio e delle macellazioni estreme. Il 3D fa il suo dovere, elevando in parte l'interesse, e tra ganci assassini, bulbi oculari volanti e dita mozzate l'appassionato del gore non si potrà certo lamentare

“Buona giornata”, di Carlo Vanzina (di Aldo Spiniello, del 02/04/2012)

Nonostante l’onesta vocazione commerciale del loro cinema, i Vanzina minano le basi stesse dell’apparato produttivo distributivo, fottendosene del risultato, cioè del prodotto, della merce, e vivendo nel pieno disinteresse degli standard qualitativi medi, garantiti da una regolarità seriale (malgrado loro siano quelli dei “capitoli secondi”). Ma ormai, a dirla tutta, sono persino al di fuori di un’ottica artigianale. Il loro approccio è amatoriale. Fanno cinema perché lo amano e perché non potrebbero far altro

"Il mio migliore incubo!", di Anne Fontaine (di Fabiana Proietti, del 01/04/2012)


La Fontaine mette in scena una fiera di stereotipi accanendosi sulla cultura istituzionale e idealizzando l'uomo della strada. Ma il tentativo di portare avanti un discorso progressista finisce invece per promuovere un ideale berlusconian-sarkozyiano, in cui il nuovo cinema commerciale francese deride la tradizione autoriale dalla nouvelle vague in poi, iscritta nei volti, sbeffeggiati, di Dussollier e della Huppert

"I colori della passione - The mill and the cross", di Lech Majewski (di Francesco Giulioli, del 01/04/2012)


Per dare vita al dipinto di Bruegel, La Salita al Calvario, il regista polacco Lech Majewski non lavora contro l’immobilità, ma dentro di essa. Tableux vivants, composizioni fra ripresa dal vivo e immagini dipinte… eppure la magia del film, più che nello sforzo sul tessuto del visivo, risiede nella capacità di infondere un senso di trascendenza a gesti quotidiani umili e concretissimi

 

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