CINEMA RECENSIONI

“Jack e Jill”, di Dennis Dugan (di Aldo Spiniello, del 20/02/2012)


Jack e Jill
è un film di corpi sdoppiati, attori travestiti, calati letteralmente in altri panni, ma per nulla intenzionati a immedesimarsi. Ecco, il cinema è il luogo in cui poter essere ancora se stessi. Anche fuori dai propri panni. E’ il luogo dove dar libero sfogo ai deliri, far saltare gli schemi e lasciarsi andare alla deriva di una storia folle e dei propri segreti divertimenti. Ma anche il posto in cui riconoscersi gemelli e poter vivere ancora un weekend da bamboccioni con gli amici di oggi e di ieri

“...E ora parliamo di Kevin”, di Lynne Ramsay (di Sergio Sozzo, del 19/02/2012)


E' insostenibile l'artificiosità nell’impalcatura a flashback spezzati e incrociati con cui la Ramsay costruisce un film che si basa tutto su metafore ‘scoperte’ e ritornanti, che non ha mai successo nel farci sentire la tensione continua nel rapporto familiare, quanto unicamente l’oppressiva sensazione claustrofobica in cui gradualmente la vita della donna finisce per rimanere ingabbiata. Da Cannes 64

"Paradiso Amaro”, di Alexander Payne (di Sergio Sozzo, del 18/02/2012)


Payne semplicemente evita di girare le scene cardine, i momenti chiave della vicenda che sta cercando di raccontare. Fugge via dalle proprie responsabilità di metteur en scène, e fa baldanzosamente a meno dell’impegno morale di supportare i propri personaggi nei passaggi centrali e maggiormente problematici della loro parabola all’interno del film: gioca di ellissi, preferisce passare direttamente alla risoluzione del dramma (che dunque non c’è) attraverso clip di sovrimpressioni su brani folk strappalacrime hawaiani

"In Time", di Andrew Niccol (di Giacomo Calzoni, del 18/02/2012)


Se il cinema di Andrew Niccol ha un limite, probabilmente questo risiede nell’incapacità di gestire una materia narrativa così esplicita, scegliendo la via più facile e diretta per assecondare le sue metafore macroscopiche: nonostante ciò, In Time è il film americano più smaccatamente politico degli ultimi anni, almeno tra quelli prodotti da una major. Uno specchio inquietante della contemporaneità, perfettamente conscio di inserire la più grande crisi economica dal dopoguerra in un contesto action

“War Horse”, di Steven Spielberg (di Carlo Valeri, del 16/02/2012)


Nella sua ostentazione nostalgica il film di Spielberg intende condurre lo spettatore nelle collaudate sensazioni di un impatto emotivo costantemente canonizzato, arretrando così l’emozione pura in seconda fila rispetto al principale reticolo meta cinematografico pre-visto. Ne viene fuori un’opera che preferisce la misura del rispetto a quella dello stupore, la (sporadica) bellezza alla meraviglia, e in cui le immagini salvo rare eccezioni mancano, almeno stavolta, di respiro

“Albert Nobbs”, di Rodrigo García (di Aldo Spiniello, del 13/02/2012)

Howard Hawks o Billy Wilder avrebbero fatto di questa storia una magnifica commedia sui rapporti tra sessi e sulle contraddizioni delle apparenze, un fantastico film di fantasmi. Rodrigo García, invece, si tiene nei limiti del dramma elegante, ben calibrato. E il suo sguardo è sostanzialmente di servizio, imbrigliato anch’esso in una sfiancante guerra di posizioni, in panni che non sembrano appartenergli a fondo. Alla fine, a far vibrare gli occhi (e anche tanto) sono gli interpreti, che, giustamente, diventano i padroni di questo gioco di ruoli

"Star Wars: Episodio I - La minaccia fantasma 3D", di George Lucas (di Emanuele Di Porto, del 12/02/2012)


La riedizione 3D de La minaccia fantasma non scioglie il dubbio sulla sua necessità. Il primo capitolo della seconda trilogia non regala un'emozione originale ed è difficile capirne la causa: era superflua la sua nuova distribuzione oppure il film era tanto innovativo che i passi avanti della tecnologia sono serviti solo a raggiungerlo? La corsa degli sgusci è ancora intatta... La minaccia fantasma è effettivamente migliorato: la sua acquisita collocazione nel contesto narrativo della saga lo ha liberato dalla condanna di anello debole

"Tre uomini e una pecora", di Stephan Elliott (di Eleonora Sammartino, del 12/02/2012)


L'eccesso australiano di Elliott si trasferisce dai paesaggi alla dinamica tra i personaggi, elemento fondamentale di questo bromance movie che infonde vitalità ed energia ad ogni immagine, suggellata nel finale del film. Quello che emerge è la solidarietà maschile, la fratellanza tra gli amici, nel bene e nel male, più forte di qualsiasi promessa nuziale. Fino all'ultima risata.

"La verità nascosta", di Andrés Baiz (di Armando Andria, del 11/02/2012)


La stella polare è sempre Hitchcock ma il mélo thriller di Andrés Baiz riesce a ritagliarsi un proprio spazio di autonomia, mettendo in atto un paziente lavoro mystery. Ne emerge un gioco di voyeurismo perverso e affascinante che, nonostante qualche convenzionalismo di troppo e un finale frettoloso, riesce a tratti ad avvincere

"40 Carati", di Asger Leth (di Francesco Giulioli, del 11/02/2012)


L’esordiente regista danese Asger Leth affianca due situazioni estreme: l’uomo sul cornicione e la rapina impossibile. Forse non riesce a raddoppiare la suspense; di sicuro tende a comprimere l’energia di un eroe che sembra provenire da un action anni ’80, come del resto gran parte dell’imaginario del film. Con un astuto aggiornamento: il finanziere rappresenta l’uno per cento; Nick, sostenuto dalla folla, il restante 99

"Com'è bello far l'amore 3D", di Fausto Brizzi (di Sergio Sozzo, del 10/02/2012)


L'impalcatura dal sapore classico-vanziniano, con il nucleo familiare stravolto dall'inserimento dell'elemento estraneo, e le vicende che interessano sia i genitori che il figlio adolescente, serve a Fausto Brizzi per imbastire un divertito gioco cinefilo che tenta di scrivere una sorta di “storia della rappresentazione del sesso nel cinema comico” sin dal prologo metafilmico, e a ricordarci come il 3D sia innanzitutto un ritrovato erotico, sessuale. Fabio De Luigi recupera i toni da saltimbanco tragicomico che Brizzi & Martani gli riservavano nei film di Natale; Filippo Timi vede ancora i cecchini

“Polisse”, di Maïwenn Le Besco (di Sergio Sozzo, del 05/02/2012)


Sprigiona un’energia contagiosa il terzo film da regista di Maïwenn Le Besco, talentuosa attrice francese dal fascino singolare: le dichiarate ed edificanti buone intenzioni che ne costituiscono la ragion d’essere rendono inclini a perdonare una troppo evidente grossolanità di fondo, e l’inadeguatezza dello sguardo, a volte troppo piatto, della regista è puntualmente riscattata dalle strepitose e muscolari performance di tutto il cast

"Sulla strada di casa", di Emiliano Corapi (di Riccardo Moglioni, del 05/02/2012)


Emiliano Corapi, qui al suo primo lungometraggio, si appoggia ad uno spunto decisamente attuale per impostare una storia che in verità punta dritta verso un altro obiettivo. La crisi economica è soltanto un pretesto per inscenare l'ansiogena discesa umana e morale di Alberto. A far da cornice un'Italia sconosciuta, fatta di stradine secondarie e piccole città a stento riconoscibili e pure meravigliosamente inquadrate

“Millennium – Uomini che odiano le donne”, di David Fincher (di Carlo Valeri, del 04/02/2012)

 Nello sguardo di Fincher l’incandescenza dolente del modello originario (il libro di Larsson, più il film di Oplev), ripreso con molta fedeltà, trova la sua traduzione visiva e plastica in un film cupo su sentimenti e ossessioni "umane", a tratti sconcertante per come fa esplodere la sua violenza con i ritmi distesi di una quotidianità malata, complessa in quanto sostanzialmente fluida (c’è qui molto della sua contemporaneità), dove Bene e Male diventano poli quasi indiscernibili di un'umanità laica, ferita da un passato morboso, cicatriziale, mentre il presente è incastonato in location alienanti, profluvio di informazioni ed economia orizzontale

“Hesher è stato qui”, di Spencer Susser (di Francesca Bea, del 04/02/2012)


Al suo primo lungometraggio Spencer Susser tenta di confrontarsi con la morte e il dolore della perdita. Tutti in Hesher è stato qui sono imprigionati nell’insensatezza della vita: T.J. e suo padre, ma anche la cassiera occhialuta senza più speranze che ha il volto di Natalie Portman, e ancora la coppia speculare formata dall’angelo caduto Hesher/Gordon-Levitt e dalla nonna/Piper Laurie

"I Muppet", di James Bobin (di Eleonora Sammartino, del 03/02/2012)


Man or Muppet?
Questo l'amletico dubbio al centro di una delle canzoni del nuovo film dei Muppet, ma non solo. La domanda è in realtà il vero e proprio tema del film, che corre sottile al di sotto della superficie dell'immagine dai primi fotogrammi alla fine. È il motore della vicenda, una progressiva presa di coscienza della propria identità e delle proprie capacità, portando a una crescita del personaggio del grande Jason Segel

"Hugo Cabret 3D", di Martin Scorsese (di Simone Emiliani, del 03/02/2012)


Il 3D e Méliès. Presente/futuro e passato in un'altra imbolsita lezione che dopo The Aviator e The Departed riproduce la meraviglia e l'illusione attraverso la Storia del cinema; anche il dettaglio sull'oggetto e le singole azioni diventano spesso pretesto per un rimando alla magia del muto. L'impatto fantastico è promesso poi negato. Resta solo l'accademia dell'opera di un grande regista che all'improvviso è invecchiata precocemente

"Il Sentiero" di Jasmila Zbanic (di Valentina Gentile, del 29/01/2012)


Jasmila Zbanic, vincitrice dell'Orso d'Oro a Berlino, nel 2006, con Il segreto di Esma, torna a raccontare il suo Paese, la sua Sarajevo postbellica. Il Sentiero è il ritratto intenso di un Paese che cerca di essere normale, e di una donna che non vuole sacrificare la sua libertà. Zrinka Cvitesic e Leon Lucev sono due interpreti straordinari. 

"The Iron Lady", di Phyllida Lloyd (di Francesco Maggi, del 29/01/2012)


...When england was the whore of the world Margaret was her madam...Cantava Elvis Costello in onore della Thatcher. Il presagio (sperato?) della lirica di Costello si è magicamente avverato in un sottile 'file rouge' nel film Iron Lady con protagonista assoluta, nei panni di una matura Margaret Thatcher, il premio Oscar e pretendente alla statuetta per il 2012, Meryl Streep. Il film purtroppo è un interno borghese polveroso rivisto da un brillante e ricercato architetto come Abi Morgan (Shame). A chi guarda al sodo risulta sempre un ambiente poco ospitale

“A.C.A.B. (All Cops Are Bastards)”, di Stefano Sollima (di Aldo Spiniello, del 28/01/2012)

Una superficie cool abbagliante. E il risultato è un film che ha, scena dopo scena, la pretesa di stamparsi nella memoria. Ma proprio quel metodico e stucchevole montaggio alternato iniziale la dice lunga sul fatto che Sollima, in fondo, non sa bene da che parte guardare. A.C.A.B. resta invischiato nello stesso apparato retorico in cui vivono i suoi personaggi. Nessun tentativo di scardinarlo, aprirlo, comprenderlo, d’insinuarsi nei vuoti e nei sottotesti di un linguaggio che si regge su luoghi comuni, frasi fatte, rancori ciechi e senz’obiettivo

"Moneyball - L'arte di vincere", di Bennett Miller (di Eleonora Sammartino, del 27/01/2012)


Il secondo lungometraggio di Bennett Miller non è semplicemente un film sullo sport, bensì un universo dotato di tante anime che si compenetrano e completano l'una con l'altra, andando a fondare un racconto epico, universale, che ha la voce inconfondibile di Aaron Sorkin. Tuttavia, quest'epica (o etica?) si fa ancora più universale, travalicando qualsiasi confine nazionale, lasciando impressa una lezione che tocca le corde del cuore, emozionando in maniera unica. Nella vita non si gioca per vincere, l'importante è mettere in gioco sé stessi

"Mission: Impossible - Protocollo Fantasma", di Brad Bird (di Sergio Sozzo, del 27/01/2012)


Bird smantella gli schermi della saga più hi-tech di Hollywood e li sostituisce alla retina stessa degli occhi di Cruise e Renner; gioca a ingannare prospettive e percezioni oculari, recupera struttura e atmosfera da grande storia di spionaggio; poi però getta fumo sull'immagine d'insieme, rende difficile la vi(s)ta a Cruise e a Robert Elswit. Tom Cruise, fatelo sapere a Dujardin, si conferma qui il vero artist di un cinema che continua a riflettere incessantemente sulla propria velocità, e sulla propria evanescente “superficialità"

"The Help", di Tate Taylor (di Emanuele Di Porto, del 24/01/2012)

Quello che più colpisce di The Help è la sua capacità di normalizzare la storia americana. Il dramma di Tate Taylor riduce la lotta per i diritti civili ad una questione tra donne e tra madri: sa commuovere proprio perchè fonde l'esperienza personale con quella nazionale. Allo stesso modo, il bagaglio dei ricordi del regista/sceneggiatore si associa all'immaginario collettivo della lotta per i diritti civili. The Help semplifica e spesso diventa un american graffiti: a seconda di come la si veda, può essere la sua qualità o la sua colpa...

"Sette opere di misericordia", di Gianluca e Massimiliano De Serio (di Marco Grosoli, del 22/01/2012)


Uno sguardo attento e minuzioso su di una realtà durissima e degradata: così meticoloso che qua e là il tessuto si smaglia, la storia si sospende, e traluce un barlume di appena accennata solidarietà tra i personaggi. Al di là della gestione delle implicazioni morali in gioco, Sette opere di misericordia conferma nei De Serio un talento registico tra i più solidi del nostro panorama

“E ora dove andiamo?”, di Nadine Labaki (di Leonardo Lardieri, del 22/01/2012)

La regista di Caramel, al secondo lungometraggio, si conferma ancora molto interessante. Cinema che si muove su un confine che non esiste, anche nervosamente con la macchina a mano, che imprigiona il caos espressivo del suo mondo, lasciando che l’immaginario sia libero tra farsa e tragedia, evitando ogni forma costruita di sublimazione. La tratta sembra trovare destinazioni alternative: se il passato non esiste, il presente è traballante, per fortuna il futuro chiede: “E adesso dove si va?”.     

"L'ora nera", di Chris Gorak (di Sergio Sozzo, del 21/01/2012)


Timur Bekmambetov, noto produttore della saga dei Guardiani del giorno /Guardiani della notte e di Wanted, è il nome dietro a questa pellicola ai confini della realtà ambientata in una Mosca rasa al suolo da un'invasione di alieni chiari discendenti di Predator. A sopravvivere all'ennesima smolecolazione dei corpi attuata da voraci langolieri in 3D come i Piranha di Aja sono Emile Hirsch e compagnia teen, attenti e vigili per non svanire anche loro come sulla 7th street

“Underworld: Il risveglio”, di Måns Mårlind e Björn Stein (di Fabrizio Attisani, del 21/01/2012)


Davvero, Underworld: Il risveglio sarebbe potuto essere il nuovo Resident Evil: Afterlife di Paul W.S. Anderson, autentica pietra angolare di ibridazione/contaminazione filmico-videoludica, invece sembra di assistere a uno degli esperimenti meno ispirati di Tarsem Singh o al video murale di un Marco Brambilla in sedicesimo, nonostante i due registi svedesi tentino anche di impostare un percorso personale disseminato di specchi, riflessi e superfici: resta comunque l’impressione che i due si chiedano a ogni inquadratura come siano capitati in un progetto del genere

 

"Benvenuti al Nord", di Luca Miniero (di Pietro Masciullo, del 20/01/2012)


Se da un lato è giusto riconoscere tutti gli aspetti positivi di questa operazione (sequel, remake, alti incassi: parole di solito appannaggio di altre cinematografie, che fanno intravedere una "struttura"), dall’altro non si può non percepirla come un gioco sullo stereotipo troppo debitore di un immaginario italiano che non c’è più, uno stereotipo messo in potenza che perde fatalmente il referente e manca il bersaglio di una riflessione. Che è stato superato dal “nostro” tempo, in “questa” Italia…

"L’era legale", di Enrico Caria (di Tonino De Pace, del 15/01/2012)


L’era legale è un falso documentario con cui l’autore si è divertito a scomporre e reinventare una realtà amara. Il film, che si avvale di molteplici e illustri complicità, è un oggetto filmico di un certo interesse e il suo pregio maggiore è quello di una creatività che si esprime in una sperimentazione che va oltre la contaminazione. Si ha però l’impressione che utilizzi un umorismo di facile presa teso a volere fare divertire ad ogni costo e a non fare dispiacere nessuno.

"L'industriale", di Giuliano Montaldo (di Riccardo Moglioni, del 15/01/2012)

Difficile non scindere il film in due tronconi, ben delineati, che però fanno parte di una biforcazione che porta inesorabilmente alla stesso capolinea. La parabola di discesa e di ascesa (e di nuovo discesa), prima lavorativa, poi umana e morale dell’industriale Nicola Ranieri (interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino) è un affresco sulla contemporaneità preciso e agghiacciante. Rimane la sensazione di un buon film che avrebbe potuto essere per certi versi epocale, senza la pretesa di aggiungere troppa carne sul fuoco

"La chiave di Sara", di Gilles Paquet-Brenner (di Luca Marchetti, del 15/01/2012)

Il film di Paquet-Brenner, trasposizione del best seller della scrittrice Tatiana De Rosnay, seguendo l’odissea privata della sua giovane protagonista si dimostra un'efficace indagine storico-narrativa minata da inutili sotto-trame "al presente", scivoloni nella banalità che intaccano la prova della sempre brava Kristin Scott Thomas e la mostruosa performance della giovanissima Melusine Mayance

"L'incredibile storia di Winter il delfino", di Charles Martin Smith (di Riccardo Moglioni, del 14/01/2012)

Ciò che colpisce maggiormente è il tentativo, quasi controtendenza, di voler dimostrare al mondo, ormai saturo di cinismo e brutalità, come sia ancora possibile assistere ad un miracolo. E non è un caso se il filtro magico è la percezione di un bambino. Unico elemento, nel caos quotidiano, a saper vivere le proprie emozioni con istinto e passione. È proprio l'infanzia l'ingranaggio cardine del film

"La talpa”, di Tomas Alfredson (di Carlo Valeri, del 14/01/2012)


È un peccato che il regista svedese non si sia abbandonato del tutto alla sua intuizione di realizzare la più nitida spy story omosessuale che sia mai stata fatta. Al termine del suo film dopo tanta noia “di classe”, rimane il rimpianto per aver intravisto una chiave, gli indici di un melodramma in potenza che purtroppo rimangono sfumature dentro un involucro monodimensionale

“Shame”, di Steve McQueen (di Aldo Spiniello, del 13/01/2012)

L’ambiente domina il corpo. Ma, al tempo stesso, è solo il corpo ad avere il potere di vivificare il mondo. Il discorso di McQueen è perfettamente conseguente, inesorabile. Ma rimane una domanda, fondamentale, irrisolta. Fino a che punto si può rinchiudere il proprio cinema nel tracciato deciso e sicuro di un discorso che imprigiona i nostri occhi e le nostre emozioni? McQueen, dopo aver costruito la sua gabbia, improvvisamente la fa saltare, la incendia con i fuochi del dramma. Per un attimo sembra confessare i suoi limiti volontari. O forse è solo una nostra impressione. Un nostro desiderio

"Succhiami", di Craig Moss (di Giovanna Canta, del 13/01/2012)

L’operazione di Moss non è esclusivamente rivolta all’esercito di fan della serie basata sui romanzi di Stephenie Meyer, o ai suoi detrattori, quanto piuttosto ad un pubblico occasionale. Un pubblico di passanti, o meglio di abitanti di un tempo, il nostro, che si divide tra serie TV, MMORPG, applicazioni e social network. In questo senso, Succhiami si fa specchio della cultura dominante del qui ed ora

"Non avere paura del buio", di Troy Nixey (di Giovanna Canta, del 13/01/2012)

È disseminato di segni, il primo lungometraggio del fumettista canadese Troy Nixey. Segni di cui è impregnata la materia, che si offrono come rappresentazioni tangibili e raggiungibili di ciò che invece è distante e inavvicinabile. La casa stessa in cui la protagonista del film, sorretto dalla sceneggiatura di Matthew Robbins e Guillermo del Toro, è costretta suo malgrado a trascorrere le sue giornate, diventa allora il luogo fisico in cui paure inconsce e sinistri desideri prendono forma

"Immaturi - Il viaggio", di Paolo Genovese (di Fabiana Proietti, del 07/01/2012)

Dalla notte prima degli esami a quella dopo, i liceali degli anni ’80 di Fausto Brizzi e la loro versione (im)matura raccontata da Paolo Genovese hanno un’analoga capacità di tratteggiare caratteri subito familiari, simpatici, come non accadeva dalle commedie del decennio a cui entrambi gli autori si richiamano esplicitamente. Sull'onda del "nostalgia movie" Genovese dà vita a una commedia sentimentale che entra in rapporto dialettico con l'episodio precedente, rifefinendo equilibri e bilanciando un registro comico affidato a Bova/Memphis/Mattioli con quello più intimo dei bravi Kessisoglu e Caprioli

“Finalmente maggiorenni”, di Ben Palmer (di Francesca Bea, del 05/01/2012)

Damon Beesley e Iain Morris affidano a Ben Palmer il compito di traghettare sul grande schermo i “reietti sociali” della loro fortunata sitcom, The Inbetweeners e, per la svolta cinematografica della loro creazione, abbandonano il terreno delle mura scolastiche della periferia britannica per perdersi in un paesaggio esotico a misura di appena maggiorenni

LA VERSIONE DI HOOVER - "J. Edgar", di Clint Eastwood (di Carlo Valeri, del 04/01/2012)


Opera segnata da incessanti attraversamenti spazio-temporali, dove la metamorfosi (e il disfacimento) dei corpi diventa rispecchiamento morale di un’anima costantemente prosciugata da una psicosi individuale (Hoover) e collettiva (l’America), incastonata all'interno di quello che scena dopo scena si configura come incubo mentale in continua oscillazione tra la menzogna sessuale del protagonista e quella ideologica del Novecento americano

“Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può”, di Mike Mitchell (di Sergio Sozzo, del 03/01/2012)

La seconda parte del film decide di abbandonare quasi completamente la compagine umana, evitando quasi del tutto l’interazione tra gli attori e i criceti canterini realizzati in CGI, che invece, naufraghi su di una vasta isola selvaggia e deserta, avranno in sostanza a che fare unicamente con figure inanimate. Ma il sogno di Mike Mitchell di riportare Alvin Superstar al cinema alla sua dimensione originaria di pura animazione, affrancata dalla carne e dalle ossa, è destinato purtroppo a restare compiuto a metà

"Aguasaltas.com – Un villaggio nella rete" di Luís Galvão Teles (di Valentina Gentile, del 29/12/2011)

Distribuita in Italia dalla coraggiosa Kitchenfilm, l’operazione dell’ex cineasta militante Galvão Teles è quella già sperimentata con successo dalle commedie britanniche di provincia tanto fortunate ai botteghini negli ultimi due decenni, da Svegliati Ned a L’erba di Grace, fino al recente Tamara Drewe: la piccola comunità, placida e abitudinaria, alle prese con la minaccia dell’imprevisto e dell’elemento esterno

“Capodanno a New York”, di Garry Marshall (di Aldo Spiniello, del 28/12/2011)


Oggi Garry Marshall, con i suoi quasi ottant’anni, è l’incarnazione di Hollywood, sguardo organico di un’industria che sogna, ancora, l’eterna giovinezza. Per questo alla sua corte accorrono tutti, dai vecchi ai giovani, da De Niro ad Ashton Kutcher, non più semplice promessa, ma volto tra i più vivi e vissuti, corpo in perenne maturazione e approfondimento. E, soprattutto, riappaiono i fantasmi di un altro cinema, due ragazzi di un tempo come James Belushi e Matthew Broderick. Uno rimette a posto un ascensore. L’altro pretende che tutto funzioni a dovere, Sì, il cinema deve replicare il suo incanto

“Emotivi anonimi”, di Jean-Pierre Améris (di Sara Orazi, del 25/12/2011)


Allure magica e vagamente demodé, disancorato dalla realtà come i suoi due protagonisti, il film di Jean-Pierre Améris vive di una leggerezza che appare sempre sul punto di divenire inconsistenza. La dose di zucchero somministrata è notevole, ma risulta diluita grazie alla bravura e all’empatia di Isabelle Carré e Benoît Poelvoorde, capaci di dare grazia e spessore anche a situazioni e snodi narrativi scontati e a dialoghi che di indelebile avrebbero ben poco

"Il figlio di Babbo Natale", di Sarah Smith (di Eleonora Sammartino, del 24/12/2011)


Nonostante sembri una parabola classica, Il figlio di Babbo Natale si rivela estremamente originale nell'inventare espedienti che mescolano le tradizioni popolari su Babbo Natale a un immaginario più propriamente cinematografico e pop. È da questo incontro che scaturisce la vena comica del film, che acquista in forza grazie all'animazione in 3D CG, in grado di dare un'efficace caratterizzazione fisica dei personaggi, ognuno con una voce ben distinta dagli altri.

"Il principe del deserto", di Jean-Jaques Annaud (di Pietro Masciullo, del 23/12/2011)

Annaud antepone il suo occhio alle culture altre, le colonizza col suo sguardo, le appiattisce con le sue inquadrature restituendo un cinema dal fiato cortissimo. Lo strombazzato paragone con David Lean crolla al primo campo lungo: Lawrence D’Arabia era una straordinaria lezione di purezza classica sulle luci/ombre di uno sguardo occidentale immerso nell’alterità del deserto; qui, invece, il deserto è una sterile cornice che produce fascino “malgrado” i personaggi che lo abitano

“Arthur e la guerra dei due mondi”, di Luc Besson (di Francesca Bea, del 23/12/2011)


Il cinema è una terra di passaggio che continua a ritornare su se stessa perché non può compiersi mai del tutto e, nel momento in cui sembra andare avanti, si spinge invece di lato, storia dopo storia, cortocircuito dopo cortocircuito. Arthur non è poi tanto diverso da un Parnassus dallo sguardo adolescente e, mentre aspetta insieme ad Adéle di salpare sul Titanic (ma prima di partire c’è sempre un’altra avventura da vivere), ci dice che il cinema potrà esistere solo finché si continuerà a raccontare la sua storia. Ancora una volta

"Penultimo paesaggio", di Fabrizio Ferraro (di Valentina Gentile, del 20/12/2011)


Incontro solitario in una Parigi che avanza senza tregua, bianco e nero spiazzante e parole in una lingua che non appartiene a nessuno. Sinfonia dell'isolamento su musiche di Vivaldi, Bach e Paolo Fresu, Penultimo paesaggio riesce misteriosamente ad evitare la deriva solipsistica dello sperimentalismo, restando un film, nonostante tutto, concreto come i corpi e la luce della Ville Lumière che lo attraversano. Prodotto da Barocas sia, Boudou Film e Rai tre – Fuori Orario

“Finalmente la felicità”, di Leonardo Pieraccioni (di Leonardo Lardieri, del 19/12/2011)

Da Pieraccioni si può continuare ad auspicare quell'esperienza tragica racchiusa e mai veramente rivelatasi, perché tiene troppo all'oggetto del suo cinema che al sogno per lasciarli dissolversi per effervescenza nell'incorporeità della memoria e dell'allucinazione. Non si confonde Pieraccioni, risparmia i riflessi sul mondo circostante e concentra l'immaginario su se stesso, sembra così patire un'atipica solitudine, in cui si tratta di porre fine al silenzio, di aprire una breccia e di tendere ancora di più le proprie braccia

"Vacanze di Natale a Cortina", di Neri Parenti (di Simone Emiliani, del 17/12/2011)


Riprende vita il cinepanettone (anche se è meglio chiamarlo "film di Natale") dando nuovamente gas a una formula che dopo l'ultimo Natale in Sudafrica appariva logora, con un legame molto stretto con un luogo, Cortina, dove era ambientato il cult del 1983. Con una dimensione corale degna di un film di Garry Marshall. Poi la pellicola entra un po' in riserva con i vip che risultano statici. Un altro ciclo comunque si può riaprire  

"Il gatto con gli stivali", di Chris Miller (di Emanuele Di Porto, del 17/12/2011)


Il gatto con gli stivali
sfoggia un buon numero di contaminazioni riuscite ma non riesce a decollare. La Dreamworks mischia le carte e cerca una nuova formula: dopo aver reinventato le favole con Shrek, adesso cerca di fare lo stesso con le filastrocche. Il felino si muove tra i personaggi delle nursery-rhymes anglosassoni ma è calato nel contesto western della gold rush. Antonio Banderas e Salma Hayek ammiccano al pubblico latinoamericano ma l'unico che veramente si esalta è sempre Zack Galifianakis.

"Sherlock Holmes - Gioco di ombre", di Guy Ritchie (di Carlo Valeri, del 16/12/2011)

Se la pre-confezione silveriana si rivela solidamente efficace, i dubbi permangono ancora una volta sulla capacità di Ritchie di riuscire a raccontare un mondo senza ricorrere a scorciatoie di facile superficie. Consapevole di dover affrontare con maggior cupezza lo scontro tra Sherlock Holmes e Moriarty, il regista di The Snatch tinge il suo film di un’oscurità indubbiamente elegante,  e conferisce al suo Holmes accenni a una fallibilità deduttiva che nel complesso non riescono a trascinare il film oltre una prevedibilità manieristica ricorrente e rischiando di offuscare un'interessante discorso politico ed economico sull'Europa di oggi che il film si permette di sottolineare costantemente

“Le Idi di Marzo”, di George Clooney (di Carlo Valeri, del 15/12/2011)


Nella tradizione del grande cinema americano degli anni Settanta, Clooney realizza quella che a oggi è probabilmente la sua opera più cupa e controllata. Amara riflessione sul cinismo e gli affari sporchi della politica americana, dove l'intensità emerge soprattutto su dinamiche sottrattive, attraverso una sceneggiatura estremamente fedele alla "struttura" che non lascia margine redentivo ai suoi protagonisti. In Concorso a Venezia 68

"Monsters", di Gareth Edwards (di Giacomo Calzoni, del 13/12/2011)


Tutto è già successo, in Monsters: adesso rimangono solo le macerie. Il film di Gareth Edwards racconta la ricerca di uno sguardo in grado di mettere insieme ciò che resta dopo la catastrofe: una catastrofe che è innanzitutto umana e morale, in un mondo dove qualsiasi cosa è destinata a perire nella sconfitta. Un piccolo film capace di dire qualcosa di incommensurabilmente grande, in maniera a tratti straziante e commovente

"Cambio vita", di David Dobkin (di Emanuele Di Porto, del 12/12/2011)


Jon Lucas e Scott Moore ripropongono un'altra sceneggiatura in cui i protagonisti si ritrovano a vivere in una realtà parallela in cui possono sperimentare le possibilità di una vita alternativa. Jason Bateman e Ryan Reynolds sono due archetipi maschili: il primo è il padre di famiglia devoto e il secondo è il single scapestrato ed inaffidabile. Quando si scambiano le loro esistenze, il film viaggia attraverso situazioni gustose ma orientate ad uno scontato finale di sintesi

"Mosse vincenti", di Thomas McCarthy (di Riccardo Moglioni, del 12/12/2011)

Ennesima lezione di cinema americana. Di minimalismo, di sentimenti, di inevitabile egoismo e di sincerità empatica. L’abilità straordinaria di indagare nei più reconditi recessi dell’animo umano e rappresentarlo nel suo pateticamente commovente realismo.  Specchio fedele dello spettro ampissimo delle caratteristiche e dei difetti di ognuno di noi. E ancora esempio magistrale di recitazione corale. Una capacità mai tramontata di saper raccontare la storia più semplice nella maniere più efficace

"Enter the void", di Gaspar Noé (di Annarita Guidi, del 11/12/2011)

Il libro dei morti (tanto per restare nello stesso campo concettuale del regista...), quello egizio pero', affermerebbe che non tutti gli esseri umani hanno anima. Difficile in generale capire chi ce l'ha, facile la certezza che il protagonista di Noé, questo piccolo spacciatore che il regista fa morire in un cesso di Tokyo, questo fratello cosi' amorevole da iniziare la propria sorellina alle pasticche non solo faccia rimpiangere persino i morti di Danny Boyle, ma soprattutto non abbia anima ne' co(no)scienza

"Ligabue. Campovolo. Il film 3D", di Marco Salom, Cristian Biondani (di Simone Emiliani, del 10/12/2011)

Si sta lì ma non si sta lì. Il 3D funziona anche, porta più sul palco che in mezzo al pubblico, ma dei presunti brividi dell'evento neanche l'ombra. Non un rockumentary puro ma anche viaggio esistenziale nel passato dove le amicizie di una vita e il legame col luogo si riducono a quattro palleggi nel parco, e uno scarsissimo archivio. Tutto il contrario di Questa storia qua. Ma forse la colpa è di Vasco

"Bloodline", di Edo Tagliavini (di Giacomo Calzoni, del 10/12/2011)


L’esordiente Edo Tagliavini dimostra di conoscere bene il glorioso passato del nostro cinema di genere: Bloodline infatti pesca a piene mani da un immaginario già noto, ma lo fa con passione e sincerità, senza pretenziose derive cinefile o altezzosità. Riuscendo così a far passare in secondo piano difetti e approssimazione di messa in scena

“The Artist”, di Michel Hazanavicius (di Simone Emiliani, del 08/12/2011)

Bianco e nero e didascalie per quasi tutto il film. Il cineasta francese cerca di sfuggire a intenzioni ricostruttive, trascinandosi proprio nell’epoca in cui il film è ambientato, ma l’immaginario finisce per soffocarlo. Anche oggi, E’ nata una stella di Cukor è 1000 anni avanti rispetto a questo. Solo le improvvise sonorità fanno entrare, per brevi momenti, squarci  fantastici. Jean Dujardin miglior attore a Cannes 64

"Almanya. La mia famiglia va in Germania", di Yasemin Samdereli (di Valentina Gentile, del 07/12/2011)

Dai primi anni ’60 ad oggi più di un milione di turchi si sono stabiliti in Germania. Almanya racconta con leggerezza le avventure di una famiglia di Gastarbeiters, ormai più tedeschi che turchi. Commedia dell’integrazione e on the road, segue le tracce di un genere ormai collaudato e perde qualche lacrima di troppo nella parte finale. Presentato in Selezione Ufficiale al Festival di Berlino.

"Il giorno in più", di Massimo Venier (di Eleonora Sammartino, del 05/12/2011)


Fabio Volo mette in scena se stesso in una storia intermediale, che fa sentire fortemente la sua tipica impronta. Scrittore del romanzo da cui il film è tratto, sceneggiatore e protagonista, Volo permea di sé ogni fibra del suo personaggio, dalle sue espressioni facciali più tipiche alla voce che parla il linguaggio di un personaggio che travalica i confini della finzione, ponendosi come (super)narratore

“Le nevi del Kilimanjaro”, di Robert Guédiguian (di Sergio Sozzo, del 05/12/2011)


Guédignian fa un piccolo film sul terrore di aver tradito i propri ideali ed essere "divenuti borghesi", pensandoci su con il tono crepuscolare di chi ha il tempo di riflettere davanti a un bicchiere di pastis: siamo così convinti di poterlo trattare con la sufficienza che si riserva a un cinema accessorio e fuori tempo, come certi racconti primopomeridiani dei nostri nonni a tavola, oppure vogliamo per un attimo accettare l’invito che ci pone e avere la pazienza di ascoltarlo?

"1921 - Il mistero di Roockford", di Nick Murphy (di Riccardo Moglioni, del 04/12/2011)


Lo spiacevole quanto insensato impulso di razionalizzare qualcosa che non può e non deve avere spiegazione. Il terrore più puro, quello che crea sudori freddi e stati d’ansia perpetui, si nutre della suggestione, dell’inconsapevolezza, dell’incompiuto. E così un film ottimo perde valore a causa della pretesa di dare spiegazioni e, ancor peggio, la volontà di essere concilianti. Ed è un peccato perché ha il sapore di un’occasione persa

“Lo Schiaccianoci 3D”, di Andrei Konchalovsky (di Sara Orazi, del 03/12/2011)


All’ambizioso progetto del regista russo va riconosciuto il merito di aver riportato alla luce le sfumature più cupe del racconto originale; Konchalovsky rivisita l’universo inquieto di Ernest Hoffmann, innestandovi un complesso apparato iconografico e simbolico. Passato e presente, atmosfere retrò e richiami allegorici, realtà e dimensione onirica, incanto e meraviglia riflessi negli occhi dell’astro nascente Elle Fanning

"Midnight in Paris", di Woody Allen (di Simone Emiliani, del 02/12/2011)


Un imprevedibile ‘grande ritorno’ per il cineasta statunitense che ritrova un’ispirazione d’altri tempi. Un viaggio indietro nel tempo anche nel suo cinema, una sovrapposizione reale/finzione come in La rosa purpurea del Cairo con giochi di specchi con le derive di Cocteau e una danza macabra dove riprendono forma gli anni ’20 e la Belle Epoque come se fosse l’aldilà

"Happy Feet 2", di George Miller (di Luca Marchetti, del 29/11/2011)


Nato per bissare il successo del primo episodio, Happy Feet 2 si rivela presto una pellicola convenzionale, prevedibile e priva di alcuna originalità. Riprendono temi e situazioni dal primo film, il regista non prova mai a trovare nuove strade narrative, ma dopo aver riproposto quasi la stessa trama, infarcisce tutto con una enorme dose di siparietti musicali tanto gradevoli quanto dimenticabili e arriva a strozzare il pur meritorio messaggio ecologista.

“Real Steel – Cuori d’acciaio”, di Shawn Levy (di Francesca Bea, del 25/11/2011)


Tratto da Steel, il racconto di Richard Matheson che già aveva ispirato un episodio della gloriosa serie Ai confini della realtà, il film di Levy è, prima dei combattimenti che lo innervano e delle macchine che lo abitano, un viaggio nostalgico. Real Steel non guarda solo al futuro, ma cerca anche di riappropriarsi del passato per riportare in vita un sogno perduto e il cinema - non a caso il film è prodotto da Spielberg - diventa dimensione multitemporale e memoria del mito capace di mostrare la via per sopravvivere alla fine dell'american dream

“Miracolo a Le Havre”, di Aki Kaurismäki (di Aldo Spiniello, del 25/11/2011)


Giocando su un’ironia sorniona e stralunata, che poggia sulle ormai solite immagini statiche del suo cinema, sui ritmi compassati, quasi catatonici, sui cromatismi vintage e sull’illuminazione dichiaratamente irrealista, Kaurismäki sembra ritrovare il piglio dei suoi momenti migliori, in cui riesce a costruire l’immagine e, attraverso essa, la carne di un mondo assolutamente personale. E, soprattutto, disegna personaggi unici, indolenti e umanissimi. Aki Kaurismäki Gran Premio Torino 2011

“Tower Heist – Colpo ad alto livello”, di Brett Ratner (di Sergio Sozzo, del 25/11/2011)

Il film di Ratner si allaccia maggiormente al filone delle crisis comedies d'attualità in stile Come ammazzare il capo e vivere felici, con la stessa compassata, ingrigita verve di timida, giusto accennata riappropriazione proletaria che animava proprio la stiracchiata pellicola di Seth Gordon (l'idea insomma di un thanksgiving che diventi soprattutto un thankskeeping della “classe operaia” d'America...). Murphy spreca l'occasione per tornare ad uno dei ruoli scurrili, da teppistello tutto parlantina supersonica e orgoglio nero, delle origini, rinnegati poi da una carriera in tempi recenti sin troppo innocua; Stiller fa mecenatismo. Alla fine, vince Casey Affleck

"Anche se è amore non si vede", di Salvo Ficarra e Valentino Picone (di Eleonora Sammartino, del 23/11/2011)

L'Italia di Anche se è amore non si vede  è fatta di stereotipi, gli stessi che la TV ripropone da mane a sera, personaggi secondari che sono delle semplici macchiette prive di profondità, giovani veline e maschi predatori.  È l'esagerazione a essere, come tipico in una certa commedia, la chiave della pellicola, ma, nel creare la ricetta, bisogna far bene attenzione ai dosaggi: gli sketch si rivelano ben presto ridondanti. Se la prima volta hanno potuto strappare una risata, a volte anche un po' amara, alla terza o quarta ripetizione portano a un distacco tra il film e lo spettatore

"Anonymous", di Roland Emmerich (di Giacomo Calzoni, del 21/11/2011)


Roland Emmerich voleva farci credere di aver abbandonato il genere catastrofico, e invece con Anonymous realizza il Disaster Movie definitivo. Per farlo, utilizza l’arma di distruzione di massa più letale di tutte: la parola, o, se preferiamo, l’Arte in generale; piegando così al suo volere la Storia e la miseria delle umane gesta, schiacciate dalla potenza e dall’inafferrabilità del pensiero

"Scialla!", di Francesco Bruni (di Simone Emiliani, del 20/11/2011)


Felice esordio per lo sceneggiatore, esempio di un cinema che sa credere nei personaggi e nelle storie che racconta, con la presa in giro di un certo tipo di ambiente in cui lo scrittore è come lo sceneggiatore bene di sinistra tipo Boris. Peccato per il finale, più in linea con i dettami della Rai Cinema factory piuttosto che con le atmosfere emotive e visive emerse fino a quel momento

"Il mio angolo di Paradiso", di Nicole Kassell (di Eleonora Sammartino, del 19/11/2011)


Definire il film di Nicole Kassell semplicemente come una romcom sembra quasi inappropriato perché, nonostante l'elemento romantico, nel senso più tradizionale del termine, ci sia, questo non è il cuore della pellicola. Kate Hudson è il centro focale senza ombra di dubbio e la regia della Kassell mira proprio a esaltare questo fattore, costruendole attorno la giusta atmosfera e riuscendo a trovare l'allegria anche nei momenti più tragici

The Twilight Saga – “Breaking dawn” (parte 1), di Bill Condon (di Federico Chiacchiari, del 17/11/2011)


Incredibile mèlo postmoderno, che gioca sugli orrori familiari con una dolcezza inconsueta, Breaking Dawn sembra riportare il genere, avvinghiandolo in un mèlhorror che sconfina dai drammi teenager dei capitoli precedenti, ai fasti di un tempo passato, quando gli horror sembravano dei mèlo (basti pensare al ciclo Corman/Poe) e i mèlo degli horror (chi si ricorda di Femmina folle?). Breaking Dawn esplode come un vero melodramma familiare alla Minnelli, deviato verso un contatto con l'altro da sè ormai definitivo

"Il buono, il matto, il cattivo", di Kim Jee-woon (di Pietro Masciullo, del 17/11/2011)


Kim Jee-woon, nel segno di Sergio Leone, gira una sorta di manchurian pop western con qualche venatura wuxia che strizza l’occhio più al Messico di Rodriguez che al Giappone di Miike. Un’operazione riuscita solo a metà: da un lato diverte e regge benissimo la sua lunga durata, da un altro fa avvertire un po’ troppo la sua programmatica stilizzazione tenendo emotivamente “fuori gioco” lo spettatore

“Il mio domani”, di Marina Spada (di Sergio Sozzo, del 14/11/2011)


Un baratro di raggelamento estetico che ha nella repulsione l'unica ragione del suo essere, nella convinzione che questa strada possa essere l'unica per raccontare il fallimento emozionale dell'esistenza contemporanea. La sensazione è però quella che più che altro a rinchiudere i personaggi di certe storie di certo alt-cinema italiano negli appartamenti di vetrate e design non sia l'isolamento dei nostri tempi, ma una certa comoda pigrizia espressiva

"Il paese delle spose infelici", di Pippo Mezzapesa (di Riccardo Moglioni, del 14/11/2011)


Il paese delle spose infelici
è l’equivalente cinematografico di un romanzo di formazione. Delicata e allo stesso tempo pungente opera prima di finzione di Pippo Mezzapesa, Il paese delle spose infelici vale la pena di essere elogiato per la capacità straordinaria di trasmettere emozioni che tutti noi abbiamo vissuto, almeno una volta. Di raccontarle senza retorica, senza prediche, senza volontà di farsi portatore di verità assolute

"Il cuore grande delle ragazze", di Pupi Avati (di Simone Emiliani, del 13/11/2011)

Una danza dei morti in una lievità da operetta in uno dei film più ispirati del regista bolognese che ripete quasi il suo Storia di ragazzi e di ragazze, esplorando e moltiplicando però tutte le declinazioni della parola. Micaela Ramazzotti è l'esempio perfetto dell'equilibrio tra comico e tragico di un film con slanci da melodramma e con dentro quella cattiveria che si sprigiona nel luogo chiuso del pranzo di nozze come in Regalo di Natale

"I primi della lista", di Roan Johnson (di Valentina Gentile, del 13/11/2011)


Roan Johnson racconta una storia vera; la fuga oltre il confine di tre pisani – il cantautore Pino Masi e due liceali – , convinti dell'imminenza di un colpo di Stato militare modello greco. L'Italia è quella del 1970: stragi, complotti e lotta studentesca. I primi della lista è un film lieve e astutamente accondiscendente, che può sicuramente piacere e divertire molti spettatori

“Lezioni di cioccolato 2”, di Alessio Maria Federici (di Sara Orazi, del 12/11/2011)

La mancanza del ritmo vivace del primo capitolo attenua il gusto della girandola di equivoci, che tra segreti e bugie procede ordinatamente ma senza particolari colpi di scena. L’ottimo Hassani Shapi ruba spesso la scena ad Argentero, mentre le schermaglie amorose tra Angela Finocchiaro e Salemme risultano più divertenti del tira e molla tra i due giovani protagonisti, che si gioca essenzialmente sull’insistito parallelismo, in tema di rapporti sentimentali, tra le convinzioni all’antica della prima generazione di immigrati e la cultura che ha resistito in Italia fino a mezzo secolo fa

“Il re leone 3D”, di Roger Allers e Rob Minkoff (di Francesca Bea, del 12/11/2011)


Alla sua prima uscita in sala, ben diciassette anni fa, Il re leone non è stato solo una scommessa commerciale ampiamente vinta, ma anche e soprattutto una vera e propria svolta. Se con La sirenetta, La Bella e la Bestia e Aladdin la formula del musical trova un equilibrio perfetto, è solo con Il re leone che il cinema d’animazione Disney pensa davvero in grande e incontra l’epica

"One Day", di Lone Scherfig (di Fabiana Proietti, del 11/11/2011)


Lone Scherifig conferma la sua perdilezione per la narrativa britannica contemporanea ma la sua trasposizione del testo di Nicholls è solo un bignami di scene e personaggi così frammentari da privare il racconto di qualunque empatia, e il cui gap emotivo è parzialmente colmato dalle prove di Anne Hathaway e Jim Sturgess, che tentano di far trasparire gioie e turbamenti dell’impacciata Emma Morley e dello sfrontato Dexter Mayhew senza alcun aiuto da parte di uno script asettico e di una messa in scena decorativa.

"Immortals", di Tarsem Singh (di Sergio Sozzo, del 11/11/2011)


Tarsem si conferma cineasta più attento ai fronzoli, agli intarsi e ai bassorilievi, che all'effettivo spessore delle figure, ma in questo caso va bene così, dato che agli eroi non serve ombra ma luce imperitura: plana spesso dall'alto ma quello che fa costantemente è cercare geometrie in cui incanalarsi, un cinema stilobate che dà il meglio di sé quando si fa architettura. Tra Zack Snyder e Marco Brambilla, col pensiero al titanico Wolfgang Petersen

"(S)ex List", di Mark Mylod (di Armando Andria, del 07/11/2011)


Anna Faris si danna l'anima per vivacizzare questa ennesima commedia matrimoniale, che prima di confluire nel convenzionale zuccheroso parte da presupposti di un certo libertinismo e sboccataggine. Ma niente paura, non c'è nulla di davvero scandaloso o perturbante da temere, solo un vago e scoordinato movimento di superficie in vista dell'obiettivo: arrivare indenni al matrimonio.

“The Tomorrow Series: il domani che verrà”, di Stuart Beattie (di Francesca Bea, del 07/11/2011)

Stuart Beattie cerca di dare respiro e forma ai suoi giovani protagonisti, ma i ragazzi di The Tomorrow Series: il domani che verrà assomigliano più a una manciata di stereotipi che non a un gruppo di eroi loro malgrado. E’ con l’entrata in scena della guerra che il film comincia a cadere rovinosamente, mentre si affanna nel sempre più confuso tentativo di riallacciarsi alle traiettorie da teen movie disegnate nelle sequenze iniziali

"I soliti idioti - Il film", di Enrico Baldi (di Luca Marchetti, del 06/11/2011)

 Se si vuole cogliere l'occasione per riflettere sullo stato della comicità italiana, siate pronti ad accettare il mistero del successo di Ruggero De Ceglie, personaggio volgare, stupido, banale che ha l'unico merito (se si può considerare tale) di riportare lo spettatore alla fase "scuola elementare" dove si rideva delle parolacce, della volgarità fine a se stessa e degli atti di bullismo

“Warrior”, di Gavin O'Connor (di Sergio Sozzo, del 06/11/2011)


O'Connor si prende il rischio di rigirare in sostanza Pride & Glory nell'ambiente dei lottatori di arti marziali miste, di nuovo dal basso, partendo dalle palestre di quartiere finendo nell'ambitissimo torneo internazionale “Sparta”, e anche stavolta affronta di petto i riferimenti. Warrior regala a Tom Hardy finalmente la possibilità di esplodere sullo schermo in un'interpretazione vorace, fisica e dolente, ma il vero guerriero è Nick Nolte, ai sommi livelli di Affliction

“La kryptonite nella borsa”, di Ivan Cotroneo (di Leonardo Lardieri, del 04/11/2011)

E’ interessante come Ivan Cotroneo provi a colmare, proprio quando sembra svuotare senza freni il suo campo d’azione dalle passioni, il cinema statuario del facile umorismo “consentito” e gioca con il guscio vuoto delle parti, dei ruoli di amante, moglie, marito (e di padre e madre), figlio, nipote, con una disarmante e forse ingenua esplicità, oscillante tra convenzionalità e profonda sfida a essa, sia sul piano cinematografico sia su quello sociale. Nel quadro di famiglia la cornice separa quasi totalmente l'immagine da tutto ciò che non è immagine

“Pina 3D”, di Wim Wenders (di Massimo Causo, del 04/11/2011)

Vecchia storia quella di un film tra Wenders e la Bausch, coltivata per anni, infine realizzata sulla progettualità stereoscopica di un film in 3D, messo in cantiere proprio a pochi mesi dalla prematura scomparsa di Pina. Sullo schermo la coreografa tedesca appare in repertorio per non troppe battute, mentre a interpretare le sue più celebri coreografie ci sono i suoi danzatori storici, chiamati a rappresentare alcune delle più celebri coreografie tratte da suoi spettacoli: “Café Müller”, “Le Sacre du printemps”, “Vollmond” e “Kontakthof”. Un film che scompone la tetragona imagerie dell'ultimissimo Wenders in una ordinata dislocazione di gesti e scenari, figure e vissuti

"Larry Crowne - L'amore all'improvviso", di Tom Hanks (di Emanuele Di Porto, del 01/11/2011)

 Tom Hanks aveva una scelta: aggiornarsi alla nuova commedia romantica ed apparire patetico, oppure fare a modo suo insieme ad un'altra regina imbolsita come Julia Roberts? Più che una commedia romantica, L'amore all'improvviso è una commedia nostalgica. Non si riesce a capire se siano più passati gli attori, la visione del mondo che propongono o il cinema in cui credono. Per quanto se ne rendano conto, inseguono con ammirevole tenacia il regalo di un classico, prevedibile ed appagante lieto fine.

"Quando la notte", di Cristina Comencini (di Simone Emiliani, del 30/10/2011)

Ancora un altro romanzo della regista, esempio di una dipendenza parola-immagine specchio di uno sguardo borghese dove i problemi individuali sono i problemi del mondo, che parla senza ascoltare e trascina nel baratro anche attorti come Claudia Pandolfi e Filippo Timi, e che ci vuole dire anzi imporre quanto è profondo. Probabilmente lo è, siamo noi che non lo capiamo

 

"Le avventure di Tintin. Il segreto dell'unicorno 3D", di Steven Spielberg (di Simone Emiliani, del 29/10/2011)


Quasi un cortocircuito con Zemeckis dove il cineasta crea un impatto fisico con il 3D con l'acqua che buca lo schermo come in Salvate il soldato Ryan e la performing capture che è l'identità di un cinema in continua evoluzione, che ha una coerente linea di continuità con la magnifica avventura del precedente Indiana Jones ma che raggiunge David Lean, Federico Fellini e Alfred Hitchcock in altri fantastici incontri ravvicinati

"Insidious", di James Wan (di Giacomo Calzoni, del 28/10/2011)


Ne è passata di acqua sotto i ponti, rispetto ai tempi (non ancora maturi) di Saw: oggi il cinema di James Wan ripercorre i topoi del cinema horror della New Hollywood, aggiornandoli però al presente. Di fatto, una sorta di rifacimento non autorizzato di Poltergeist, che centra perfettamente l’obiettivo prefissato: quello di mettere paura. Peccato solamente che Wan si fermi alla superficie del genere, limitandosi a giocare con lo spettatore: ma è comunque un gioco che vale la pena provare.

“Johnny English – La rinascita”, di Oliver Parker (di Annarita Guidi, del 28/10/2011)


In questo sequel resta centrale il nucleo dell’entità Atkinson/Mr. Bean/007, quella capacità del tutto compulsiva di essere alieno, estraneo a tutti i contesti; resta centrale, quindi, tutto ciò che ne fa un unico: la mimica e il movimento. Ma questi elementi forti sono destinatati a scontrarsi, per lo più senza soluzione, non tanto con la dichiarazione di intenti iniziale quanto con una certa invadenza della scrittura

“La peggior settimana della mia vita”, di Alessandro Genovesi (di Sara Orazi, del 27/10/2011)

Il regista-sceneggiatore Alessandro Genovesi lavora – letteralmente – di sottrazione: via gli intrecci complessi e la vena surreale di Happy Family, via i sottotesti sociali e ogni accenno di satira di costume, via le crudeltà verbali e il linguaggio sboccato. Rimangono le convenzioni tipiche del genere regredite al grado zero, corredate di un umorismo dismesso, quasi patetico nella sua ingenuità

“Faust”, di Aleksandr Sokurov (di Massimo Causo, del 27/10/2011)


Il maestro russo conclude la sua tetralogia sulla natura del potere e dopo Hitler (Moloch), Lenin (Taurus) e Hirohito (Il sole) si affida alla rilettura del celebre mito di Goethe. Questo è un film che trasuda una strana vitalità, sospinto verso un gioco che non è solo la scommessa mefistofelica, né tanto meno l’estasi dell’attimo felice, ma ha quasi la portata fisica del gesto che libera i corpi, che scardina la rigidezza dell’esistere nella sua idealità. Arriva in sala il Leone d'Oro dell'ultima VENEZIA 68

"Paranormal Activity 3", di Ariel Schulman e Henry Joost (di Emanuele Di Porto, del 24/10/2011)


Da sempre, la saga di Paranormal Activity 3 si gioca su una sola idea: potrebbe sembrare poco per un film intero, ma è una scelta che continua a regalare qualche brivido onesto ed indimenticabile. Il problema non è il banale intreccio narrativo, ma l'idea stessa che una telecamera ossessiva scateni qualcosa che deve essere ripreso: questa volta, la definizione e la percezione di uno spazio sempre incerto senza il montaggio esterno costruisce dei momenti di tensione magistrali

"Parking Lot 3D", di Francesco Gasperoni (di Riccardo Moglioni, del 24/10/2011)

 Rivoluzione proletaria del 3D. Levare insomma il monopolio alle major e permettere ai produttori ma soprattutto ai registi indipendenti di potersi avvalere del prodigioso incedere della tecnologia. Merito di Francesco Gasperoni, regista esordiente ma, soprattutto, artigiano visionario, caparbio e passionale. Il suo piccolo horror è costato sotto i quattrocentomila euro. L'autore si è costruito la sua bella cinepresa in 3D. Costo totale? Un paio di migliaia di euro

"Super", di James Gunn (di Riccardo Moglioni, del 23/10/2011)

 Ciò che è assolutamente anomalo e inconsueto è assistere alla genesi di un supereroe attraverso la sceneggiatura di un film. Ci aveva già provato con buoni risultati Takashi Miike con Zebraman; ma questo Super va ben oltre le astruse e paradossali fantasie del geniale regista giapponese. James Gunn, regista e sceneggiatore, pone molto l’accento sulla satira e sulla parodia. Eppure, alla fine, la sensazione è che le risate lascino molto più il posto alla riflessione di quanto si potesse pronosticare

"Cavalli", di Michele Rho (di Valentina Gentile, del 23/10/2011)


Tratto dall’omonimo racconto di Pietro Grossi e presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia nella sezione Controcampo Italiano, Cavalli è un raro – nel panorama nostrano – caso di film epico. Epico nelle inquadrature e nei campi, che respirano il paesaggio aspro e immenso delle montagne che riprendono. Dal western prende il battito universale, il respiro profondo, la ricerca visiva di libertà. Qua e là addirittura qualche duello. E però il ritmo del racconto rimane quello cadenzato e lento dell’800 rurale italiano

 

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