FESTIVAL DI ROMA 2011 – “Babycall”, di Pål Sletaune (Concorso)
Il regista norvegese si muove nel genere thriller psicologico, con “deformazioni “ horror, partendo sempre da una impostazione solidamente ancorata alla tradizione stilistica del cinema nord europeo. Location alienanti, atmosfere rarefatte, messinscena minimalista, interpretazioni recitative glaciali. Nei confini espressivi dell’autore, la migrazione in alvei insoliti, riesce a fatica, pur dimostrando una certa predisposizione di sguardo verso l’ignoto
Anna (Noomi Rapace, protagonista della saga Millennium), è una madre ansiosa e iperprotettiva con suo figlio di otto anni. È separata dal marito violento che ha provato a uccidere il bambino annegandolo. Anna ha dovuto cambiare casa e la scuola del figlio, per sfuggire a possibili nuove ritorsioni. I fantasmi non si placano e la donna, per stare più tranquilla, acquista un “babycall” per tenere sotto controllo, durante la notte, il sonno di Anders. Dal babycall, però Anna comincia ad avvertire strane interferenze, di grida di bambino, apparentemente provenienti dallo stesso palazzo in cui vive. Da quel momento, tutto ciò che sembrava reale, si trasforma in un viaggio schizofrenico e paranoide. Il regista norvegese ( a Venezia nel 2002, nella sezione “Giornata degli Autori”, con Naboer e, prima ancora, autore nel 1997 di Posta celere), si muove nel genere thriller psicologico, con “deformazioni “ horror, partendo sempre da una impostazione solidamente ancorata alla tradizione stilistica del cinema nord europeo. Location alienanti, atmosfere rarefatte, messinscena minimalista, interpretazioni recitative glaciali. Nei confini espressivi dell’autore, la migrazione in alvei insoliti, riesce a fatica, pur dimostrando una felice predisposizione di sguardo verso l’ignoto, il colpo ad effetto, improvviso ed estemporaneo, l’uso certamente non scriteriato dei tipici segni cinematografici dei generi citati. Non è thriiller/horror d'atmosfera, e probabilmente neanche l'atmosfera del thriller/horror senza respiro che pervade gli spazi più intimi, come pulviscolo malefico e devastante che potrebbe lasciare storditi o delusi, dopo aver strofinato gli occhi in superficie e accorgersi di una voluta(?) puerilità di scrittura, di contenuti, oltre il terrore consumato, appena “scopri” il gioco narrativo. Anche Pal Sletaune, come molti registi di ultima generazione, sembra non volere essere "generato": è un urlo sordo, cinema anche giulivo, in fondo inoffensivo, innocuo e respinge ogni etichetta, smarcandosi appena possibile da ogni classificazione di genere. Ma i generi sono sempre esistiti... il cinema è un genere. C’è una scena particolare che metterebbe in qualche modo a nudo Babycall, una scena girata con la tecnica “effetto notte”, nel bosco, seguendo un indizio che porterebbe uno dei protagonisti del film alla scoperta finale. È proprio in questa sequenza che le “deformazioni” di forma inquinano le debolezze di contenuto: l’ermetismo prospettico (vedere quasi esclusivamente attraverso la mente di Anna), è una soggettiva forzata sull'ignoto che si riflette in anticipo o nell'occhio meccanico di una macchina fotografica, unica speranza di saldare il presente, il vero. Selezionare, isolare, braccare: tracciati emozionali che rimandano inevitabilmente ad un cinema amorfo per troppo tempo, che si rigenera nelle presenze del passato e nella fisicità del male estremo, tanto per regalare isolati palpiti di sopravvivenza.
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