TORINO 29 – “The descendants”, di Alexander Payne (Festa mobile – Figure nel paesaggio)
Payne semplicemente evita di girare le scene cardine, i momenti chiave della vicenda che sta cercando di raccontare. Fugge via dalle proprie responsabilità di metteur en scène, e fa baldanzosamente a meno dell’impegno morale di supportare i propri personaggi nei passaggi centrali e maggiormente problematici della loro parabola all’interno del film: gioca di ellissi, preferisce passare direttamente alla risoluzione del dramma (che dunque non c’è) attraverso clip di sovrimpressioni su brani folk strappalacrime hawaiani
Alexander Payne non sa sicuramente quale strada intraprendere, ma è altrettanto certo che conosca la via per svignarsela dal doversi assumere la responsabilità di sceglierla.
A dimostrazione della prima parte di questo assunto, il fatto che questo insostenibile The descendants inizi con una reiteratissima narrazione fuoricampo da parte del personaggio di Clooney (voce poi destinata a sparire del tutto nella seconda parte del film) che si scaglia contro la rappresentazione della vita alle Hawaii come tutta sole, surf, spiagge, oceano (mentre Payne ci mostra scene di quotidiano degrado urbano che sembrano appartenere più alle megalopoli statunitensi che alle isole dell’arcipelago); dopodiché il film si concede un secondo atto tutto ambientato ça va sans dire davanti all’oceano, in case sulla spiaggia, in giornate assolate. Ovviamente questo non è l’unico risultato della confusione che alberga prima di tutto nel Payne sceneggiatore (ah, giusto: premio Oscar) per poi trasmettersi al Payne regista, ma forse ne è una rappresentazione d’una certa valenza emblematica.
Così come lo sono sicuramente le due-tre situazioni (ad esempio quando alla piccola Scottie viene rivelato che il coma della madre è irreversibile, o il momento in cui Matt/Clooney deve dichiarare pubblicamente ai cugini che non è intenzionato a vendere la vasta proprietà comune di famiglia) in cui Payne semplicemente evita di girare una scena cardine, un momento chiave della vicenda che sta cercando di raccontare – e qui arriviamo appunto alla questione del fuggire via dalle proprie responsabilità di metteur en scène. Payne fa baldanzosamente a meno dell’impegno morale di supportare i propri personaggi nei passaggi centrali e maggiormente problematici della loro parabola all’interno del film: gioca di ellissi, preferisce passare direttamente alla risoluzione del dramma (che dunque non c’è) attraverso clip di sovrimpressioni su brani folk strappalacrime hawaiani (in colonna sonora fenomenali tracce eseguite da, tra gli altri, Gabby Pahinui, Sonny Chillingworth, Ray Kane, Keola Beamer).
Ecco allora un cinema che, ingarbugliandosi senza alcun beneficio ad un certo punto in un contorto passaggio da tresca tragica e familiare a tresca grottesca e finanziaria/immobiliare, come spesso succede ai personaggi di Clooney vuole dar mostra di un’umanità e d’una onestà sentimentale recuperate quando tutto pareva spacciato, per poi malauguratamente naufragare al contrario in un imperdonabile manifesto di disonestà autoriale e creativa.
L’attore, che resta sempre tra i più “svegli”, non tarda a capirlo, e sembra portarsi il film sulle spalle con una certa rassegnata stanchezza. Payne gli evita quasi per tutto il film di avere qualcuno con cui dividere l’inquadratura, preferendo agire di controcampo: e così Clooney ci sembra disperatamente lasciato solo non tanto dalla sua ambigua moglie, quanto dal suo inefficace regista.
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