RAPPORTO HOOVER - 5. Lettere d’amore


In J. Edgar la reminiscenza è lo strappo che allarga i limiti dell’immagine, che ne mina l’unità e la chiusura. Raccontare la propria versione non basta, ai margini si agita sempre qualcos’altro. Cos’è il passaggio dell’ombra indistinta di Clyde Tolson dietro la porta a vetri dell’ufficio di Hoover se non un buco del reale, l’apparizione di un mondo oltre lo specchio?

eleanor roosevelt e lorena hickokHick cara,
desidero ardentemente di tenerti stretta a me. L’anello che mi hai dato è di grande conforto. Guardandolo non smetto di convincermi che tu devi amarmi, altrimenti non potrei indossarlo.
 
Per Clint Eastwood gli oggetti sono segni ambigui, instabili. La collana che, ne I Ponti di Madison County, il fotografo Richard Kincaid appende sullo specchietto della sua macchina non è diversa dal carteggio tra Lorena Hickok ad Eleanor Roosevelt raccolto da Hoover nel fascicolo sulla first lady.
Le cose nascondono qualità prigioniere che proiettano sul mondo un’ombra sfuggente e, come il cappello del gemello scomparso che Marcus custodisce gelosamente in Hereafter, si fanno portatori di una realtà alterata, di una possibilità ancora da compiere da qualche parte nel tempo e, nello stesso istante, per sempre incompiuta. Le anime nascoste del mondo non smettono mai di parlare, di farsi immagine, è questo che Clyde Tolson pre-vede sin dal suo secondo incontro con Edgar Hoover, quando, prima ancora di sapere che entrerà nella sua vita senza più uscirne, gli restituisce quel fazzoletto/pegno d’amore dimenticato sul davanzale di una finestra che diventerà l’ultima dichiarazione silenziosa consegnata da Hoover nelle mani di Tolson prima di scomparire.
Eastwood ricerca la qualità incorporea delle cose, delle apparizioni che abitano gli oggetti, aprendo lo sguardo alle tensioni delle superfici, divise tra rivelazione e desiderio di rimozione. E’ per questo che Hoover colleziona il mondo, lo raccoglie nei suoi fascicoli, per manipolarne i segni, per imprigionarne le molteplici apparizioni in un’apparenza univoca, custodita in una teca, il mausoleo che Edgar erige attorno a sé e che scandisce il movimento speculare e contrario che apre e chiude J. Edgar. Catalogare, schedare, organizzare, prima i titoli contenuti nella libreria del Congresso, poi l’America stessa e infine la sua stanza da letto, il sogno di Hoover è quello di fondare una società panottica, vedere gli altri per non ri-vedere il riflesso di se stesso. L’osservazione dell’altro da sé in opposizione alla sensibilità. A Hoover, Eastwood oppone Clyde Tolson.
 
j edgarStrano come anche il viso più caro si dissolva nel tempo. Ricordo soprattutto i tuoi occhi con dentro quel tuo sorriso canzonatorio e la morbidezza del soffice neo a nordest della tua bocca a contatto con le mie labbra.
 
Alla morte di Hoover, seduto sul letto del compagno della sua vita Clyde Tolson posa lo sguardo sulle parole scritte dalla Hickok a Eleanor Roosevelt e, insieme a Meryl Streep/Francesca Johnson, che stringe forte nella mano quella collana che, nello spazio di un semaforo rosso, era stata una fuga d’amore mai avvenuta, restituisce al mondo la sua potenzialità, disegnando un movimento più ampio che, finalmente, deterritorializza il tempo perduto e lo strappa alla sua linearità.
Il Tempo è un edificio dai molteplici ingressi e nessuna via d’uscita, un hereafter di attimi distanti e compresenti insieme che prolungano la loro risonanza gli uni sugli altri fino a liberare gli spettri intrappolati tra gli intervalli che le immagini lasciano al loro passaggio.
Il fanalino di coda della macchina di Richard Kincaid sta ancora lampeggiando nella pioggia e, nella solitudine della sua stanza da letto, Francesca non stringe più in mano la collana ma il sogno di un mondo ancora da compiere. Clyde Tolson rilegge la lettera che aveva messo sotto scacco un presidente e davanti ai suoi occhi appaiono le parole d’amore mai dette ad Edgar. A resistere non è la versione di Hoover, ma la lettera d’amore di Tolson.
edgar hoover e clyde tolson In J. Edgar la reminiscenza è lo strappo che allarga i limiti dell’immagine, che ne mina l’unità e la chiusura. Raccontare la propria versione non basta, ai margini si agita sempre qualcos’altro. Cos’è il passaggio dell’ombra indistinta di Tolson dietro la a porta a vetri dell’ufficio di Hoover se non un buco del reale, l’apparizione di un mondo oltre lo specchio? La luce che Clyde riporta nella stanza di Edgar sistemando la sua finestra sfronda le ombre, diventa un discorso d’amore che non smette di parlare alle regioni nascoste nei mondi sommersi che l’amato porta dentro di sé. Ecco perché Edgar non può sopportarne la vista e intima a Clyde di andare via.
I corpi, gli oggetti, gli incontri scivolano sempre altrove, ci portano ad oltrepassare la soglia del visibile a rivolgere lo sguardo verso un’altra versione e poi un’altra ancora. Tolson e Hoover sono prossimità non comunicanti che attraversano le Storie del mondo.
 
Hick cara,
stasera mi sento come se qualcosa di me mi avesse abbandonato. Sei diventata una parte così importante della mia vita tanto da farla apparire vuota senza di te.
 
j. edgarSe la madre è la veggente che ne pre-dice la grandezza ma continua a guardare il figlio ad occhi chiusi e Miss Gandy è la tana che custodisce Hoover così come custodisce i suoi oggetti, i fascicoli, facendone portatrice senza vederli veramente, Tolson, l’ipotenusa del triangolo amoroso della vita di Edgar, è l’unico a rivelare il contenuto svuotato di vita del mondo ordinato, oggettivato nel quale si è perduto il fondatore dell’FBI. L’immagine di Hoover crolla di fronte allo stato d’animo, la colpevolezza, che l’ha creato e si lascia attraversare da uno sguardo, quello di Tolson, che oltrepassa, fino a mandarlo in frantumi, lo specchio davanti al quale ha costruito i suoi fragili contorni.
Il primo contatto tra Edgar e Clyde è un’apertura che non può più essere chiusa. L’apparizione di Tolson è l’accadimento di uno strappo irreversibile, la Storia murata di Edgar si squarcia di fronte all’apparizione dei mondi possibili che Clyde dischiude. Per questo la sua versione non può che continuare a negare a se stessa, non può che essere senza titolo. Il vero prigioniero non è Clyde ma Edgar, perchè senza Tolson non ci sarebbe mondo, perchè Hoover, con quel movimento di mani che Eastwood non smette di indagare, tocca il mondo unicamente attraverso di lui e solo attraverso Clyde può essere ancora toccato dal mondo. Gli occhi di Tolson, occhi che sono sempre lì, accanto, dietro, di fronte ad Edgar a doppiarne lo sguardo e, infine, a correggere la sua curvatura, sono gli unici capaci di vedere l’idealizzazione imperfetta di Hoover, la persona che tradisce la sua menzogna nell’eccesso di verosimiglianza al personaggio.
edgar hoover e clyde tolsonPersonaggio e persona. Hoover e Tolson. Le immagini di J. Edgar non fanno che riunire nella loro materia opaca le forme equivoche e mutanti di un doppio e la sua opposizione instabile, come la specularità delle serie ritornanti che Eastwood dissemina lungo il film, frammenti contigui e allo stesso tempo discordanti che continuano a contraddirsi l'un l'altro. L’oscurità che circonda Edgar e ne cancella sempre più i connotati, al pari del della decomposizione operata sulla carne dalla maschera del tempo, porta con sé una contraddizione che allo stesso momento nasconde e rivela, il cuore nero di Hoover è il cuore del Potere ma anche l’apparizione di un paesaggio vuoto. Nel buco nero della Storia si nasconde il buco nero di un’anima. Apporre l’allucinazione della propria immagine sul mondo non basta a renderla reale. La Verità è un solo luogo svuotato di senso.
Senza Clyde resta solamente il nulla, Edgar lo sa bene.  L'importante è che ci sia ancora un giorno alle corse da trascorrere insieme. Insieme...

Sarebbe stato molto meglio se non ti avessi amato così tanto, non è forse così?

  

 

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