BERLINO 56 Sovversiva fuga prospettica: "V for Vendetta", firmato Whachowski Bros.
Presentato in prima mondiale (e fuori concorso) il film diretto da James McTeigue e tratto dalla graphic novel di Alan Moore. In una Londra fuori dal tempo la riscossa del popolo contro un governo reazionario, la cui politica ricorda non poco quella di chi esporta la democrazia con le bombe...
BERLINO - La distopia al potere... Era il 1948 quando Orwell s'inventava l'utopia al contrario di "1984"; era il 1981 quando Alan Moore scriveva per le chine di David Lloyd la sua personale rilettura del celebre romanzo orwelliano; è il 2006 quando i Whachowski Bros. e Joel Silver la traducono in questo imprevedibile blockbuster hollywoodiano in sovversiva fuga prospettica... C'è più di mezzo secolo a tenere insieme i fantasmi purtroppo sempre più reali della tirannide vestita da democrazia che si agitano in V for Vendetta: la Storia che tradisce se stessa nel cortocircuito tra potere e immaginario, in un delirio di teleschermi e sguardi in macchina di "grandi fratelli" che predicano in diretta. Il popolo non più popolo che si ritrova prono di fronte all'invasivo potere delle immagini onnipresenti. Il pensiero che si fa propaganda populista e tradisce la libertà nel nome delle false sicurezze... Già Matrix lo proclamava in chiave messianica, propugnando una resistenza nel segno dell'umanità che s'insinuava nella grana mitologica dell'immaginario; ora i Whachowski elaborano la distopia nell'utopia della riscossa, prendendo a prestito dalla fantasia di Alan Moore un eroe che tracima dal passato in una Londra del presente/futuro con furore d'antan, cappa e spada da D'Artagnan, maschera, eloquenza e spirito di vendetta da Fantasma dell'Opera... L'immaginario è passatista, ma le risonanze (sociali e politiche) sono ben radicate nel nostro presente, come se i Whachowski proprio non ce la facessero a mordere il freno e si fossero lasciati andare a una parabola propriamente politica.
V for Vendetta arriva in prima mondiale alla 56.ma Berlinale con radicale potere rivoluzionario: "Non dovrebbe essere il popolo a temere i suoi governanti, dovrebbero essere i governati a temere il proprio popolo", recita la frase di lancio internazionale del film, ed è tutto dire... Si parte con un attentato e si finisce con un ancor più simbolico attentato, di mezzo il sospetto di un potere assoluto e dispotico assunto dal reazionario governo di un Cancelliere/Grande Fratello (programma: in alto la chiesa e i militari, via gli stranieri, gli omosessuali, i dissidenti...) sulla scia della grande paura instillata nel popolo con un attentato biologico (una grande epidemia, centinaia di migliaia di morti...) artatamente attribuito ai terroristi islamici, ma in realtà ordito dai servizi segreti... I due poli del plot sono "V", il misterioso spadaccino che si muove nella notte di una Londra soggetta a corpifuoco, il volto coperto da una maschera da moschettiere; e il Cancelliere, capo unico e assoluto di un governo che, nel nome della sicurezza nazionale, ha abolito ogni libertà (ad interpretarlo, in geniale crossing del casting, c'è quel John Hurt che nel 1984 di Radford era Winston Smith...). Tra i due c'è Evey (da leggersi simbioticamente col protagonista: "I V"...), figlia di dissidenti fatti sparire nel nulla dal potere e intimamente pronta a una rivolta che, del resto, gran parte del popolo potrebbe condividere. Ma il controllo è totale e ci vuole il vindice esempio di V per sollevare gli animi...

Il film mette in scena exempla di dispotismo e di riscossa popolare, dà segnali chiari e forti sul presente, elabora l'immaginario cappa e spada con lucida tensione ideale. Quello che manca, però, è l'assalto al cinema, la capacità di elaborare una funzionalità testuale per la parabola: i Whachowski scrivono ma non dirigono, mettono sul set James McTeigue, già loro assistente per la trilogia di Matrix, che esegue diligentemente, ma senza consapevolezza alcuna. Se solo dietro la macchina da presa ci fosse stato un Alex Proyas o magari un David Fincher in stato di grazia, V for Vendetta avrebbe avuto un altro spessore. Così com'è resta un'opera forte e preziosa, per la capacità di portare al grande pubblico un blockbuster inauditamente rivoluzionario (sovversivo potrebbe dire qualcuno...). Quello che manca, purtroppo, è la portante del mito che si incarna, il doppiofondo di uno spirito che si limita ad esser quello immediatamente politico, senza far vibrare gli eroi di umanità, né gli antieroi di crudeltà. E' come se tutto fosse raggelato nella smorfia assurda e irridente di V, maschera dietro la quale non scorgeremo mai un volto, al massimo la sagoma in fiamme dell'uomo che un tempo è stato e che è uscito invincibile dal fallimento delgi esperimenti su di lui realizzati dal governo. Natalie Portman ci mette la sua dolcezza e la sua forza di spirito, ma si trova tra le mani un personaggio che non ha corpo. L'occasione è sprecata cinematograficamente, ma notevole sul piano dell'impegno civile. Un altro mondo è possibile...
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