7° FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO - Conflitti dell'anima in cerca dell'identità

L'ultima edizione del Festival di Lecce sembra fondare la propria traccia tematica sullo scontro tra affetti e culture in un'Europa che non riesce a trovare un proprio equilibrio. Ne emerge un quadro pessimista ma artisticamente fecondo.

Un cinema che riflette un'Europa in cerca della propria identità: è quanto emerge da molte pellicole proiettate al Festival di Lecce, ed è un tema che sembra accomunare le varie sezioni di cui si compone il programma. Se il cinema americano è storicamente fondato sulla palingenesi e la costruzione di un'identità comune (che ne fa in tal senso un cinema di aggregazione), viceversa quello europeo sembra attraversato da una profonda inquietudine, da una malinconia derivante dal proprio dover dipingere un'umanità disgregata, che nel crogiolo di razze e situazioni non riesce a trovare un suo equilibrio. In tal senso le storie proposte dalla terza giornata del Festival vengono a formare un unicum molto interessante, nonostante le differenti influenze e le epoche di realizzazione. Il mal di vivere accomuna infatti il Solaris di Andrej Tarkovskij (1972) e Gli sbandati di Citto maselli (1956), fino a trovare naturale sfogo anche nella sezione principale del concorso, con Fratricide, di Yilmaz Arslan (2005).

Presentato nella versione integrale di 161 minuti, il capolavoro di Tarkovskij rivela la natura ermetica di questo compianto Maestro: ricco di simbolismi e con un tocco visionario che non si contenta degli agi offerti dal genere fantascientifico nel quale è forzatamente ricondotto, il film riesce a parlare al cuore dello spettatore odierno grazie alla sua natura di fiaba malinconica, incentrata sullo scontro tra la fredda razionalità della scienza e i desideri d'amore dell'animo umano, che trovano forma grazie al potere del pianeta eponimo. La delicatezza del sentimento che lega lo psicologo Kris al fantasma della sua ex moglie è esemplare di una rappresentazione sobria eppure emotivamente partecipe, al punto da concretizzare la filosofia dell'autore, secondo il quale i miracoli non necessitano di spiegazioni e il cinema risulta perciò luogo deputato alla celebrazione dell'irrazionale.

Un cinema di differenze e conflitti dell'animo è anche quello rappresentato da Maselli (presente a Lecce) con Gli sbandati, potente racconto politico (e non ancora politicizzato, per fortuna), proposto nell'ambito dell'omaggio che il Festival tributa a Lucia Bosé. Gratificato da un eccellente bianco e nero, esaltato a sua volta dal bel restauro effettuato dalla Philip Morris, il film racconta le divisioni familiari e affettive che si consumano nell'ambito di una famiglia borghese ritrovatasi suo malgrado coinvolta negli orrori della Seconda Guerra Mondiale all'indomani dell'Armistizio. La capacità politica governata con abilità da Maselli sta tutta nella misura con la quale il conflitto generale viene ricondotto nell'ambito particolare e così anche in questo caso siamo di fronte a una dissertazione sulla natura del sentimento e sullo scontro tra i doveri imposti dal legame familiare e le aspirazioni che possono condurre l'uomo alla felicità. Un nodo conflittuale che vede opposti ragione di stato e morale, famiglia e sentimenti personali, amore per la madre e per la compagna. Troppo alta la posta in gioco per concedersi un lieto fine, che infatti manca del tutto, sancendo la natura radicale del discorso.

Proprio al cinema italiano guarda il regista Arslan nel narrare in Fratricide la storia di Azad, giovane curdo emigrato in Germania, che si ritrova coinvolto, a causa dei legami che lo uniscono a un fratello malavitoso, in una girandola di situazioni violente destinate a deprimere i suoi sogni di felicità. Introdotto da una didascalia che omaggia Pasolini (e infatti gli attori sono non professionisti), il film, prodotto da Francia e Germania, è un perfetto esempio di cinema a cavallo tra varie culture e proprio per questo interessa il pessimismo del discorso che, lungi dal voler assumere un'aria facilmente "militante", cerca di descrivere la difficoltà d'integrazione del protagonista, schiacciato tra odi etnici e sfiducia nella sua stessa gente, rea di ricondurre il disagio dei singoli in una battaglia politica autoreferenziale. Curiosamente il film guarda anche al cinema Usa, stemperando la violenza delle situazioni con una cifra grottesca più vicina ai generi americani che all'umanesimo del cinema europeo e per questo la compiutezza del discorso affrontato può destare perplessità, in un racconto generale che comunque si lascia seguire con interesse.

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