7° FESTIVAL DEL CINEMA EUROPEO - Ostaggi del/nel cinema
In concorso "Hostage" di Costantine Giannaris e "Keller" della giovane esordiente Eva Urthaler, due storie incentrate sul rapporto tra sequestratori e vittime, che dà vita a racconti amari e violenti.

La selezione di opere in concorso nella sezione principale del Festival di Lecce dimostra una certa omogeneità in quanto a voglia di raccontare storie drammatiche, che non temono di sfociare nella rappresentazione anche grafica della violenza. Titoli poco accomodanti e, fortunatamente, ancor meno "festivalieri" se con questo termine generalmente indichiamo quelle pellicole avvolte da un'aura autoreferenziale e compiaciuta, tipica di chi è convinto di dover per forza di cose realizzare un film "importante" e per questo algido, elegante e freddo. L'omogeneità si ritrova anche in alcune tematiche che ritornano di film in film e quindi due delle storie presentate si incentrano sulla figura dell'ostaggio: il greco Omiros/Hostage di Costantine Giannaris e il tedesco Keller (Teenage Wasteland il titolo inglese) di Eva Urthaler.
Programmatico fin dal titolo, Hostage è un film essenziale, riconducibile a una precisa direttrice narrativa: c'è un bus, in Grecia, con un giovane immigrato albanese armato e sette persone costrette a condividere con lui un viaggio fino al suo paese d'origine. Le motivazioni che spingono il protagonista a compiere il gesto disperato vengono svelate in corso d'opera e nascondono una storia di attese insoddisfatte, difficoltà legate al proprio essere straniero in terra straniera e al dover subire anche in patria le conseguenze degli errori commessi all'estero. Elion, questo il nome del giovane, è un outsider costretto tra due mondi che ugualmente lo rifiutano e che cerca con la forza di riappropriarsi di quel rispetto altrimenti negatogli. L'idea non è nuova né originale, alla base della storia narrata c'è peraltro una vicenda realmente accaduta in Grecia; nel prosieguo le storie personali dei passeggeri del bus si intrecciano a quella di Elion, facendo emergere contrasti, ma anche insperate solidarietà. Sullo sfondo un ruolo viene concesso anche ai mass media che tentano di raccontare la vicenda implementando però il caos.

Al di là della magmatica mole di informazioni che a tratti rischia di rendere il plot dispersivo o di trasmettere la sensazione di voler riempire una vicenda altrimenti troppo semplice, Giannaris governa a dovere la storia, raccontando tutto il film con una macchina a mano mai invasiva, dirige splendidamente gli attori e si affida a un montaggio efficace che mantiene alta la tensione e permette al finale di colpire duro.
Ad essere presa in ostaggio in Keller è invece una commessa di un mini-market (la nostra Elisabetta Rocchetti, che conferma di prediligere storie dall'immaginario ben marcato), succube dei giovanissimi protagonisti, Sebastian e Paul. La storia si incentra sul triangolo che si viene a creare tra vittima e carnefici, e sulle pulsioni sessuali che si innescano tra i due rapitori e tra loro e la ragazza: un rapporto fatto di disprezzo reciproco ma anche di palese desiderio sessuale volto alla mera dominazione dell'altro. Il film si connota in tal modo non già come spaccato sociologico sulle realtà preadolescenziali, ma come racconto amaro sul conflitto tra i sessi e tra le persone: risulta convincente nella scrittura e, anche in questo caso, nella direzione degli attori, anche se la regia della ventottenne Urthaler non riesce a rendere appieno la febbricitante pulsione che dovrebbe agitare i corpi dei protagonisti, pur insistendo molto su situazioni umorali dove abbondano sangue, urina e altri fluidi corporei. Per questo motivo l'insieme assume una valenza programmaticamente sgradevole che ne frustra le maggiori ambizioni. Resta comunque l'interesse per un esordio che il cinema nostrano, ostaggio com'è di immaginari sempre concilianti, dovrebbe quantomeno invidiare e la presenza di un'attrice italiana nel cast non fa che confermare tale sensazione.
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