VIII Festival del Cinema Europeo - Prosopopea

Parlano di 'dare alla luce', i film in concorso visti sinora al Festival leccese: dare alla luce un figlio, crescerlo; dare alla luce un romanzo - crescerlo, anch'esso. Storie di madri, di padri - e storie di scrittori: "The art of crying" di Schonau Fog, "The boy on a galloping horse" di Guzinski, "Reprise" di Trier, "Monkeys in winter" di Andonova

Parlano di dare alla luce, i film in concorso visti sinora in questa ottava edizione del Festival leccese: dare alla luce un figlio, crescerlo; dare alla luce un romanzo, un racconto - crescerlo, anch'esso. Storie di madri, di padri - e storie di scrittori. In qualche caso, succede che entrambe le cose capitino alla stessa persona: come Jerzy, scrittore protagonista di Chlopiec na galopujacym koniu ["il bambino sul cavallo al galoppo"] del polacco Adam Guzinski, che si trova contemporaneamente a dover fronteggiare il suo terribile 'blocco dello scrittore', la crisi coniugale con l'amatissima moglie, e la malattia che all'improvviso viene diagnosticata al suo figlioletto. Guzinski segue in un bianchenero un po' ruffiano il viaggio in città dalla casetta in campagna di Jerzy che porta il figlio ad operarsi in ospedale: ispirazioni fulminee buttate giù con la stilografica sui fazzolettini di un bar, flash improvvisi di un passato sereno con la donna amata, tensioni e paure. Quello dell'attore Piotr Bajor è un personaggio emblematico ed enigmatico, che parla poco ma registra tutte le immagini che vede, per poi frullarle in un montaggio interiore che è poi la parte più interessante ed innovativa della messinscena di Guzinski. Altro padre, ma di opposta specie, quello che il piccolo ma acutissimo e biondissimo narratore di Kunsten at graede i kor - The art of crying del danese Peter Schonau Fog osserva con la sua sagacia da bambino occhialuto: nel film, molto bello, la terribile vicenda del padre che abusa della sorella maggiore di Allan, il bambino protagonista, assume i contorni grotteschi e i colori luminosissimi del modo sorridente di guardare il mondo e la vita proprio di Allan - e questo rende il film di Schonau Fog parecchio commovente. Stessa commozione, e stessi colori accesi, uniti ad una colonna sonora di canti popolari bulgari irresistibile, che si incontrano in Maimuni prez zimata - Monkeys in winter, opera che in patria è stata pluripremiata nonché baciata dal successo di pubblico in sala, a firma di Milena Andonova, che realizza un affresco corale attraverso tre decenni, sorta di Heimat al femminile che incrocia le storie di tre donne in tre epoche diverse della storia bulgara, e delle rispettive gravidanze: difese con i denti e tutta la caparbietà possibile, non volute con fermezza, oppure desiderate in maniera ossessiva, maniacale. Tre storie che, come ha affermato la regista, "potrebbero essere la storia della stessa donna", che come le scimmie in inverno rischia la vita al freddo glaciale pur di difendere i propri figli. Di difendere invece i propri parti letterari, le proprie scelte di vita, i propri ideali, passando all'età adulta, parla invece il formidabile Reprise del norvegese Joachim Trier, storia di due giovani amici scrittori che vivono insieme gli amori per le ragazze ed i libri, i sogni di gloria, il successo inaspettato (per i rispettivi romanzi Immagini fantasma e Prosopopea), le serate a bere e ad ascoltare gruppi punk dal vivo con gli amici, ma anche la depressione, la malattia mentale, la voglia di scappare o di morire. Si tratta probabilmente del film dalla messinscena maggiormente 'contemporanea' visto in questi giorni qui a Lecce, seppure schiacciata sulla sua formula non poi così 'mai-vista', una specie di GusVanSantmeetsDannyBoylemeetsJulesetJim. Ma, comunque, uno dei tanti segnali positivi emersi dalle visioni del Festival, questa manciata di film in concorso che dimostrano di avere uno sguardo fresco e 'trasversale' sull'Europa di ieri e di oggi che non dimentica però di essere anche, in un certo qual modo, 'popolare'.

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