FANTAFESTIVAL 2009 - "12 Rounds", di Renny Harlin
Il film si assesta in maniera precisissima e quasi filologica sui canoni dello svolgimento del “genere” in pieno stile anni ’90, decennio centrale dell’action che ha visto proprio Harlin tra i principali fautori. Eppure c'è un piccolo slittamento nella percezione del pericolo e dell'azione: ed è il senso di allarme perenne, di emergenza costante, di allerta continua. Non è difficile capire che cosa è cambiato, che cosa sia successo da allora ad oggi. E Harlin sembra allora dire "ci siamo già passati": basta riguardarsi 20 anni di cinema "di genere", di film d'azione come questo
Ci siamo già passati, sembra dire Renny Harlin in questo suo ultimo film, ritorno del grande regista nei territori dell’action pura dopo le ultime sortite tra thriller e horror. Esaurendo infatti con la sequenza sui titoli di testa qualunque spunto ‘contemporaneo’ nella messinscena (sguardi digitali di videocamere nascoste e occhi satellitari che ci guardano dall’alto), 12 Rounds si assesta poi in maniera precisissima, chirurgica e davvero quasi filologica sui canoni dello svolgimento del “genere” in pieno stile anni ’90, decennio centrale dell’action non a caso aperto dal capitale 58 minuti per morire diretto proprio da Harlin. Se il detective Fisher vuole salvare la vita della sua amata Ashley, deve superare ben dodici prove mortali messe a punto contro di lui in giro per la città dal folle terrorista Miles Jackson, che la tiene in ostaggio. Siamo chiaramente dalle parti di Die Hard 3 o plot simili (lo stesso Cliffhanger di Harlin, da cui 12 Rounds recupera anche il duello finale in elicottero, presentava una somigliante progressione ‘a tappe’), e la pellicola si sviluppa seguendo i rassicuranti binari tracciati dagli esemplari. Si va dall’enigma rompicapo alla corsa contro il tempo, dall’attentato dinamitardo da sventare al roboante inseguimento con un camion dei pompieri, dalla dimostrazione di forza alla prova di coraggio (la scena madre vede Cena/Fisher sul tetto di un tram zeppo di passeggeri lanciato a velocità folle in mezzo alla città nel tentativo di frenarne la corsa, dati i freni rotti del mezzo). Eppure c'è un piccolo slittamento nella percezione del pericolo e dell'azione, che differenzia i prototipi da questo ultimo lavoro di Renny: ed è il senso di allarme perenne, di emergenza costante, di allerta continua. Non è difficile capire che cosa è cambiato, che cosa sia successo da allora ad oggi: non è dunque un caso se il film è tutto ambientato tra le strade di una caotica New Orleans post-Katrina, né che sia proprio tra i codici lasciati dalle unità di soccorso sulle porte delle abitazioni colpite dalle acque che Miles lasci il primo messaggio cifrato per il protagonista. Ed ecco che quella che poteva parere unicamente un'operazione nostalgica rivela una sua lucidità e forse anche una sua urgenza: perché il messaggio di Harlin, come dicevamo all'inizio, sembra essere che gli americani sono abituati da generazioni, alla sensazione di essere sempre sotto attacco – basta andarsi a riguardare 20 anni di
cinema d'azione, di film “di genere”, simili e opposti a 12 Rounds. Nella scena conclusiva, mentre si allontana verso l'orizzonte, abbracciato alla ragazza liberata dalle grinfie del folle, Fisher tranquillizza una coppia basita dalla distruzione lasciata dal Detective: “Niente di grave, è soltanto esploso un elicottero”. Niente di grave: la nostra gente, il cinema, i nostri sguardi, ci sono abituati. Allora l'unico rimpianto, per il regista finlandese artefice di due lustri di immaginario popolare americano, e che dopo questo film pare essere tornato a girare in patria per la prima volta dal 1980, è solo riguardo alla fine degli eroi – perché a salvare New Orleans da una nuova catastrofe stavolta non c'è Bruce Willis/John McClane, né il compare Stallone di due superbe sortite come Cliffhanger e Driven. Il volto di pietra del wrestler John Cena (alla seconda prova cinematografica dopo Presa mortale) si staglia allora come definitivo, ed inappellabile, segno di debolezza nell'ordine e nella difesa di uno scenario che a conti fatti sembra essere rimasto immutato.
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