KARLOVY VARY 44 - Focus sull'Iran

Il cinema di questo paese è protagonista con tre film. Bist è presentato nel concorso principale mentre Ein Augenblickt Freiheit nella sezione “Another View”. In “Horizons” è presente Darbareye Elly premiato quest'anno al Festival di Berlino con l’Orso d’argento per la migliore regia

 

bistL’Iran è sugli schermi della quarantaquattresima edizione del Karlovy Vary International Film Festival. Con un film nel concorso principale (Bist), uno nella sezione “Another View” (Ein Augenblickt Freiheit) e uno in quella “Horizons” (Darbareye Elly, già presentato a Berlino dove Asghar Farhadi, autore di due fra le migliori opere del recente cinema iraniano, Beautiful City e Fireworks Wednesday, ha ricevuto l’Orso d’argento per la migliore regia).
Film, Bist e Ein Augenblickt Freiheit, che raccontano personaggi, situazioni, storie coraggiose di determinazione, riscatto, ribellione alle forme più brutali del potere, nel corpo della Tehran di oggi o nella fuga dall’Iran verso l’Europa. Ma che quelle storie e quei personaggi non riescono a sciogliere in immagini fuori dagli stereotipi (Ein Augenblickt Freiheit) o a liberarle da un formalismo estenuante (Bist). Sono due film molto diversi, quasi agli opposti, quelli di Abdolreza Kahani e Arash T. Riahi, registi rispettivamente di Bist e Ein Augenblickt Freiheit.
Bist (Twenty) è una produzione indipendente ed è il nuovo lungometraggio di un giovane cineasta che dal 2002 sta lavorando in maniera originale, e molto ambiziosa, ma dai risultati discutibili, a un’idea di cinema da ribadire in ogni inquadratura con una scrittura visiva talmente esposta da mostrare sempre il dispositivo che la muove e la rinchiude. Bist è un dramma, e una commedia, corale che ha luogo negli spazi di un ristorante che il suo proprietario sta per vendere. Il film documenta gli ultimi venti giorni di quel luogo al tempo stesso pubblico e privato e le storie, singole e intrecciate, di chi in quel posto ha lavorato e vorrebbe non vedere morire. Cinema, da una parte, di attori e attrici, di forte presenza scenica (in particolare Parviz Parastui, nel ruolo del proprietario che infine non cede l’attività, e Mahtab Karamati, in quello della vedova con bambina che alla fine del film si risposa proprio nella sala cerimonie del ristorante). E dall’altra parte, appunto, di una costruzione figurativa che ingabbia le immagini in zoom, carrelli, disposizione rigorosa dei corpi in un’esibizione, pur minimalista, ma forse per questo ancor più connotata, del gesto compiaciuto.
È invece abbastanza transandato, e approssimativo nella struttura narrativa, Ein Augenblickt Freiheit (For a moment, Freedom), che di iraniano ha il regista, ma trasferitosi in Austria ancora bambino, gli interpreti, il set, almeno in parte, ma non la produzione, divisa fra Austria e Francia. Narra l’odissea di un gruppo di personaggi, compresi alcuni bambini, in fuga dall’Iran e dalla repressione (il film si apre sull’esecuzione di due uomini e una donna), attraverso le montagne, da percorrere in pullman e a piedi, sempre a rischio di cattura. E in Turchia, e nelle tappe verso l’Europa, non sarà diverso per chi cerca di riunirsi ai familiari o un asilo politico. Film politico e on the road, Ein Augenblickt Freiheit non riesce a uscire dalle convenzioni di un cinema di genere e a trovare una sua personale identità.
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