KARLOVY VARY 44 - "Public Enemies", di Michael Mann (Horizons)
È un film che sembra provenire dagli anni Sessanta ma non vibra, e non fa vibrare chi lo guarda, Public Enemies. Anche se contiene l’essenza del cinema del cineasta americano, quella sfida infinita fra corpi in lotta emotiva e geometrica nel segno del Bene e del Male, e di come quei corpi Mann sa disporli negli spazi delle inquadrature
Collateral è ancora lassù, stella irraggiungibile, corpo e segno ultra-terreno di un film che esiste con gli occhi del coyote. Public Enemies, dopo Miami Vice, è invece il nuovo corpo e segno solo terreno di Michael Mann, presentato in proiezione unica, e con problemi tecnici, al Karlovy Vary International Film Festival, nella sezione Horizons.La filmografia del regista di Manhunter e L’ultimo dei Mohicani ricomincia dagli Stati Uniti degli anni Trenta, nel pieno della Grande Depressione e degli affari d’oro per i gangster. Riportando con Public Enemies sullo schermo la storia di John Dillinger, bandito carismatico dell’epoca, nemico pubblico insieme ad altri. E la lotta, che diventa vera e propria missione personale da concludere a qualsiasi costo, che ingaggia contro di lui l’agente dell’Fbi Melvin Purvis. Una sfida tra due personaggi e due attori carismatici, Johnny Depp/Dillinger e Christian Bale/Purvis, che si snoda nel corso di tutta la durata, oltre due ore, di un film che sembra provenire dagli anni Settanta, avvolto in colori cupi, abitato da una serie incredibile di facce di cinema, dagli interpreti principali a tutti i comprimari, d’altri tempi e da scene d’azione, di sontuosa violenza, o di momenti più intimi, ma mai memorabili, sempre e solo nel segno di una splendida professionalità.
È un film che non vibra, e non fa vibrare chi lo guarda, Public Enemies. Anche se contiene l’essenza del cinema del cineasta americano, quella sfida infinita fra corpi in lotta emotiva e geometrica nel segno del Bene e del Male, e di come quei corpi Mann sa disporli negli spazi delle inquadrature. Si pensa quindi soprattutto a Heat mentre le tappe della sfida tra Dillinger e Purvis prendono forma, solo raramente liberandosi del loro peso terreno, come nella scena in punta di piedi, a differenza di un film fortemente carnale e violento, in cui Dillinger percorre le stanze del commissariato, corpo reale e fantasma che gioca fino in fondo la vita e la morte. E che la morte la troverà proprio fuori da un cinema, dopo la visione di Manhattan Melodrama (Le due strade, gangster-noir di W.S. Van Dyke del 1934 con Clark Gable, William Powell e Myrna Loy), e dopo che Mann ha già dato al volto di Dillinger, e di Depp, una sua immortalità, filmandolo nella sala, spettatore con baffetti identici a quelli di Clark Gable sullo schermo, in un montaggio ripetuto di quelle due facce che si specchiano. Prima della morte e delle ultime parole consegnate a un agente di polizia e destinate all’amata Billie (Marion Cotillard), sul cui volto in lacrime, in un’inquadratura sublime, quasi si chiude il film. Ancora con un gesto molto fisico, la porta della prigione che si chiude come una tomba sui personaggi e sul testo.
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