ROTTERDAM 39 - "At the End of Daybreak" di Ho Yuhang (Films 2010)


Ho Yuhang abbandona i tentativi del suo precedente Rain Dogs di ritrovare quella magica intesa tra ironia e tragedia che fu del grandissimo Edward Yang. L'ironia balza ora in primo piano, in modo forse irrisolto ma sottilmente affascinante

AT THE END OF DAYBREAKHo Yuhang si era fatto notare a Venezia 2006 con Rain Dogs, un film che guardava piuttosto riconoscibilmente a certe recenti new waves orientali - quella taiwanese in particolare. E a Edward Yang, ancora più specificamente.
Anche questo At the end of Daybreak (già visto a Locarno) sembrava, sulla carta, corrispondere a queste premesse. Questa banale storiaccia che vede degenerare tragicamente la relazione illecita tra un indigente ventitreenne che vive con la madre, e una sedicenne di buona famiglia, sembrava avere tutte le carte in regola per riproporre il magico equilibrio tra ironia e tragedia delle opere di Yang (o simili). E invece no. Invece di fare il filmone definitivo, Ho Yuhang ha provato a camminare con le proprie gambe. Probabilmente non c'è riuscito fino in fondo, probabilmente zoppica ancora un po'. Il risultato, però, è tutto sommato apprezzabile.
In cosa consiste questo tentativo? Consiste nel tentare di scrollarsi di dosso la meravigliosa forma trovata da Yang per accordare l'ironia alla tragedia. Qui questo legame si spezza, e il confronto diventa impari: l'ironia balza in primissimo piano. Per due terzi del film, quasi tutte le scene (tutte capziosamente concertate) vengono raffreddate inserendo nell'azione un dettaglio inaspettato, un commento caustico della regia: si inquadra improvvisamente un enigmatico gatto messo in un angolo, una pompa di benzina, o quant'altro manifesti una distanza immediata da quello che si stava raccontando un attimo prima. Del resto, nessuno dei personaggi gode di particolare stima agli occhi di Ho e (quindi) dello spettatore. E così, man mano che le famiglie dei due ragazzetti vengono ai ferri corti, non ci sfiora nulla che assomigli a una qualche partecipazione per il triste destino del loro amore votato alla separazione. E la cosa, in effetti può innervosire.
Verso la fine del film, però, questa opaca ritrosia in cui si tiene Ho assume contorni più chiari. La sedicenne muore, lui scappa di casa, tenta il suicidio, viene braccato, la madre viene fermata dalla polizia. Siamo finalmente alle prese con la tragedia? Nemmeno per sogno. Con questa moltiplicazione a catena di sfighe, Ho letteralmente cerca la tragedia per non trovarla. Il protagonista che si butta con la moto contro una macchina e si rialza quasi indenne è un momento quasi programmatico in questo senso. Attenzione: Ho non ironizza sulla tragedia, non sbeffeggia i suoi resistibili eroi. Piuttosto, l'ironia non emerge da nient'altro che dal trovarsi sempre un passettino più in qua o più in là rispetto alla tragedia. Nient'altro: solo questo strano distacco che Ho trova nel raccontare anche le vicende più incandescenti, dall'interno di esse, eccedendo la precisione pur impeccabile del loro resoconto. Senza bisogno di esibire il distacco, senza campi o tempi lunghi, senza ieratismi, ci si butta nel tutto-pieno di un racconto di cui nessuna piega ci viene risparmiata, ma che è anche sottilmente pervaso da spunti piccoli ma costanti di discreta ironia, spunti di cui è solo l'impersonalità della macchina da presa, da narratore "ultra-esterno" che è, a farsi titolare.
Del resto, quando il nostro giovane fuggiasco si ferma a telefonare (a chi?), non trova niente e nessuno, solo una carrellata di ambienti completamente vuoti. È questo strano vuoto, questa inquietante e poco collocabile indifferenza che rende un film sbilanciato e forse anche sbagliato come At the end of daybreak subdolamente affascinante.

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