ROTTERDAM 39 - "Miyoko" di Tsubota Yoshifumi (VPRO Tiger Awards Competition)


La vita dell’autore giapponese di manga Abe raccontata attraverso l’intreccio che la stringe ai suoi fumetti. Nulla di veramente originale, ma dietro al sodalizio coniugale e artistico tra Abe e la moglie Miyoko si intravede ciò che è davvero in gioco nel riconoscersi reciproco di cinema e fumetto: l’agonismo irresolubile tra il tempo e lo spazio.

 

miyoko tsubota yoshifumiNon è più una novità: il cinema è portato in qualche modo inevitabilmente ad occuparsi del fumetto. La ragione più banale, imprecisa, ma anche più difficilmente aggirabile, di questo è da identificarsi nel comune impasto tra stasi e movimento, tra fotogramma fisso e illusione cinetica. Il loro punto di incontro è insomma quel punto dove il tempo è lì lì per bloccarsi e farsi spazio, e viceversa.
Sono già molti, infatti, gli esempi di film che intersecano il mondo del fumetto. A questi si aggiunge Miyoko, che tratta del disegnatore nipponico Abe con un misto tutto sommato convenzionale tra la sua biografia e la visualizzazione delle sue opere. Il mondo di Abe, del resto, era tanto più predestinato ad essere filmato dal momento che Abe, poco versato tecnicamente al disegno, scatta foto da ricopiare su carta.
Per la verità, il film è sulla moglie Miyoko tanto quanto è su di lui. Il suo rapporto con la moglie non solo si intromette pesantemente nella relazione ossessiva tra Abe e il fumetto, ma di quest’ultima relazione è, in fondo, la ragione essenziale. Come si vede già dalle prime incursioni nella vita del giovane Abe degli anni 70, i suoi fumetti riflettono innanzitutto una rincorsa timida, fragile ma inesausta alla conquista di un oggetto – che poi è la stessa Miyoko. E questa rincorsa è letteralmente inseparabile dal tentativo di fermare il tempo e piazzarlo, fisso, su carta.
Naturalmente, il tempo non si lascia afferrare, e tantomeno Miyoko. Sarà lei, infatti, a conquistare Abe, e a inghiottirlo con un amore “materno”, protettivo, discreto ma totale, lungo tutti i decenni che seguiranno l’oblio professionale del marito. E il film, oltre a darci un’idea piuttosto limpida delle contorsioni perverse di questo rapporto coniugale, ci restituisce abbastanza bene (pur senza grosse originalità) questa lotta per spazializzare il tempo, lotta che non può non soccombere all’onnipotenza del tempo stesso. Prevedibilmente, la fotografia affastella vignette su vignette con un ritmo piuttosto acceso, ma solo affinché possiamo condividere lo spaesamento del vecchio editore di Abe (il quale negli anni 90 si imbatte nel suo vecchio e leggendario album Miyoko Asagaya Kibun e comincia quell’indagine biografica retrospettiva che il film è) davanti alle voragini scavate da un tempo che non si vede, e che al massimo si fa sentire con le ellissi vertiginose che ci vengono lasciate alle spalle.
Le immagini che aprono il film, quelle di una Miyoko astrattamente idealizzata dal suo compagno/creatore, vengono così smentite, precisate dallo sguardo sulla loro origine e radice biografica. Ma il mistero di Miyoko, quello, non sparisce: ci viene solo detto che non era lì che dovevamo cercarlo, ma nel fluire di un tempo che non si lascia afferrare, e che solo il cinema può restituire alle tavole disegnate.

 

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