LOCARNO 63 – “La Vida Sublime” di Daniel V. Villamediana (Cineasti del Presente)
Un road movie “immobile”, nella profondità calma del tempo più che lungo i percorsi dello spazio. Lo compie, sulla scia del nonno, il nipote di “El Cuco”, torero anarchico di Valladolid che, negli incandescenti anni Trenta spagnoli, compì un misterioso viaggio al sud. Ci si perde piacevolmente in chiacchiere - e soprattutto nel paesaggio, colto con uno sguardo ammirevolmente luminoso, pacato e limpido
Un road movie “immobile”, nella profondità calma del tempo più che lungo i percorsi dello spazio. Lo compie il nipote di “El Cuco”, torero anarchico di Valladolid che, negli incandescenti anni Trenta spagnoli, decise di compiere un viaggio al sud. Viaggio che rimase sempre avvolto nel mistero, anche per i famigliari.
Sulle tracce del nonno, il protagonista incontra svariati interlocutori, e soprattutto incrocia paesaggi. Non è un caso se la seconda tappa del viaggio è presso un amico critico cinematografico, che gli rivela entusiasta una sceneggiatura mai girata di Sud di Victor Erice. In qualche modo, infatti, la presenza dell’appartato e geniale) regista iberico si fa sentire: a furia di lunghi campi totali a inframmezzare le interviste, il film insiste molto sulla placida monumentalità del paesaggio – o meglio, sull’antecedenza del luogo, sulla consistenza trasognata degli scenari naturali, che da sola è capace di fare avvertire lo slittare reciproco del passato sul presente, la compresenza degli strati del tempo.
Perché è questo ciò che cerca il film e il suo personaggio principale: rincorrere quella Vida sublime confinata in un passato mitico e intoccabile. Per questo il nipote si mette a rifare pedissequamente quello che faceva il nonno: scrive in un bar delle lettere appassionate su un tovagliolo di carta, tenta di domare (con le dovute precauzioni) in una piccola arena un toro piuttosto male in arnese… I suoi risultati sono ironicamente maldestri, come alle volte è maldestro il film nel perseguire troppo didascalicamente questo suo gioco: è il caso per esempio dell’abbuffata di 90 (novanta) sardine che il nonno fece per scommessa, che il nipote ripete e che il film spiattella forse con poca grazia. Più in generale, il rimpallo continuo intervista/paesaggio è un po’ rigido. Ma sono sbavature perdonabili: per il resto, La vida sublime riesce a costruire un amabile andamento svagato; si perde piacevolmente in chiacchiere (sui colori della campagna, sulla frontiera americana, sul dissidio tra anarchia e comunismo, sulla follia fertile di Siviglia), e soprattutto nel paesaggio, colto con uno sguardo ammirevolmente luminoso, pacato e limpido.
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