LOCARNO 63 - “Rammbock” di Marvin Kren (Piazza Grande)
Uno zombie movie tutto compresso nello spazietto sempre più labirintico di un caseggiato berlinese. La confezione c’è, e si fa sentire: la musica industrial d’ordinanza, un’efficace dominante cromatica verdognola, il montaggio accelerato dove serve… Sotto il bel vestito però c’è qualcosa: un ritmo “vero”, che tritura in poco più di un’ora il gruppetto degli assediati in un disegno narrativo gloriosamente schematico
A rincorrere il B-movie a tutti costi, oggi, c’è il rischio di cadere nella retorica, nella nostalgia un po’ facile di modelli poco recuperabili. Rammbock è uno zombie movie che, tutto sommato, in questo rischio non ci cade. E, di converso, non prova nemmeno (con giusta umiltà) ad avvicinarsi alla lentezza romeriana dei morti viventi, e alle loro inusitate vette speculative recenti (almeno da La terra dei morti viventi in poi). No: gli zombi di Rammbock vanno velocissimi, sono rabbiosissimi e irrompono nel film dopo due secondi. Cioè quando Michael, un trentenne che non è esattamente un fulmine di guerra, entra in un caseggiato berlinese dalla sua amata Gabi, che l’ha lasciato, per tentare la riconciliazione col (solito) pretesto della restituzione delle chiavi. Gabi però se n’è già andata: gli zombie (che diventano così quando li contagia un virus che trova modo di entrare in circolo solo quando si alza l’adrenalina) hanno già invaso Berlino, costringendo lui e un teenager appena incrociato lì dentro ad asserragliarsi nell’appartamento dell’ex fidanzata.
La confezione c’è, e si fa sentire: la musica industrial d’ordinanza, un’efficace dominante cromatica verdognola, il montaggio accelerato dove serve… Fortunatamente, però, sotto il bel vestito c’è qualcosa: un ritmo “vero”, che tritura in poco più di un’ora il gruppetto di inquilini “resistenti” in un disegno narrativo gloriosamente schematico. Marvin Kren sfrutta bene gli spazi angusti in cui è confinata l’azione, trasformando ben presto la loro ristrettezza in un labirinto. E sa che progetti del genere si salvano anche trovando un’angolazione capace di imprimere la massima “rotazione” con il minimo sforzo: in questo caso, la scelta di aderire caparbiamente al punto di vista del più ottuso e “lento” dei due protagonisti – quello più giovane e sveglio è preso meno in considerazione. Ovvio ma efficace: condividendo il suo “ritardo” nell’inserirsi negli eventi, l’azione è automaticamente più rapida e improvvisa.
E proprio questa “schiza” tra i due protagonisti, ulteriormente divaricata dall’opposta sorte cui sono destinati, lascia trasparire appena dietro la schematicità del racconto qualcosa di più. Che il ragazzetto che si salva, molto più giovane dell’altro, sia il segnale per così dire “invertito” dell’endemica immaturità sessuale e affettiva di Michael, attaccato alla sua Gabi fino alla morbosità e fino a preferire la morte piuttosto che staccarsi? In altre parole (ed è per così dire il sottotesto “generazionale” del film): che non sia, il giovincello più maturo di lui, il sintomo appena appena nascosto (diciamo “condensato e spostato” simbolicamente) dell’incapacità di Michael di accedere alla paternità?
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