LOCARNO 63 – “Curling” di Denis Côté (Concorso)
Tra i film migliori del concorso, un film di controllatissimo e inquieto minimalismo. Angosciosi senza la minima traccia di morbosità, come gravati da un’ombra minacciosa e imprecisata e tuttavia impassibili, i piani fissi di Côté fanno galleggiare i personaggi in un’atmosfera sospesa, insistentemente rarefatta, stranamente ovattata. A dispetto delle attese, nessun trauma, ma solo una superficie che si increspa di continuo
C’è tanto Canada, in questo Festival di Locarno 2010. Non sempre con buone cose. Curling, però, abbastanza inaspettatamente finisce per essere uno dei lavori migliori del Concorso. Un padre e una figlia, da soli, in una casa sperduta nella pianura innevata a sud di Montreal. Lui, Jean-François, lavora in un bowling, e arrotonda in un motel. Lei, dodici anni, non appare molto sveglia, e c’è un motivo. Il padre, un uomo riservato e torvo, ha deciso che mandarla a scuola comportava troppi rischi di contaminazione, e allora l’avrebbe tenuta in casa educandola lui. I risultati sono, naturalmente, quanto meno dubbi.
Nel frattempo, nel bosco circostante, compare qualche cadavere qua e là. Lui li vede, lei li vede, ma tra loro non ne parlano. Lui scopre pure una corposa scia di sangue nel motel per cui lavora. Ma non ha importanza.
Ci si aspetta un horror da quasi subito; ci si aspetta che tutta quella macelleria contagi la pace un po’ sinistra di quell’ambiente. Anche perché, da questa bizzarra coppia padre-figlia che vive da sola, ci si aspetta chissà quale nefandezza incestuosa (la madre, che a metà film vediamo all’improvviso in carcere, lo sospetta pesantemente). E invece no.
Oppure sì, l’horror c’è – ma solo perché l’orrore è dappertutto. È, come dire, connaturato alla realtà, la quale sembra traspirare da sé l’orrore, per tranquille e inerti che siano le situazioni. Proprio come pensa il timidamente paranoico e misantropo Jean-François: la realtà è terribile. Notevole: il film fa di tutto per farci sospettare di lui, ma in quest’altro senso gli dà, per così dire, ragione – fermo restando che, costretto a scontrarsi con l’evidenza dei suoi fallimenti (di padre innanzitutto), Jean-François deve comunque cambiare rotta.
La mutazione decisiva avrà la forma di una zampata perfettamente invisibile, e di cui a malapena ci si accorge. Nessun trauma: uno spostamento (che non riveliamo) clamorosamente minimo. Il che la dice lunga sul film: è il suo freddo, scrupoloso minimalismo a far traspirare l’orrore da ogni inquadratura. Angosciosi senza la minima traccia di morbosità, come gravati da un’ombra minacciosa e imprecisata e tuttavia impassibili, i piani fissi di Côté fanno galleggiare i personaggi in un’atmosfera sospesa, insistentemente rarefatta, stranamente ovattata. Ovunque ci si trovi, la compostezza squisitamente visuale (ma senza strafare) di Côté sembra costantemente scricchiolare. Non c’è che una serie infinita di dettagli quotidiani (padre e figlia che ascoltano un disco in salotto, un’impiegata del bowling che arriva e si piazza dietro la cassa), ma ognuno di essi viene isolato, e collocato nella cornice immobile dell’ambiente “più grande” che gli sta intorno. E così, tutto, ma proprio tutto (anche dei cadaveri maciullati) appare a uguale titolo come una passeggera increspatura della superficie. Come una tigre sui ghiacci – cosa che nel film puntualmente compare.
Ci vuole molto, molto controllo della messa in scena per toccare questo strano senso di equilibrio appena tremante. Una maniacalità tutt’altro che lontana dalla testardaggine di Jean-François di seguire ogni passo e quasi ogni respiro dalla figlia. E anche al film, fortunatamente, calza a pennello la (geniale) metafora sulla paternità che folgora Jean-François. È la metafora del curling: per quanto accurato sia il lancio della pietra, le sue sorti sono in mano ai due che spazzano il ghiaccio man mano che essa scivola. Per quanto maniacale sia il controllo (di una figlia come di un film), esso deve rassegnarsi ad essere aperto sul proprio limite.
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