SAN SEBASTIAN 58 – “Podslon - Shelter”, di Dragomir Sholev (Zabaltegi – New Directors)
La storia della famiglia Stoychev è la storia di un mondo in crisi, la Bulgaria, dove sia il vecchio che il nuovo hanno smarrito la strada, dove la generazione dei padri è un tempo superato che continua ad mentire a se stesso e dove i figli, scegliendo di cancellare la memoria, non sono in grado di confrontarsi con il presente. A San Sebastian nella sezione Zabaltegi New Directors
Padri e figli. E’ lo scontro generazionale che accompagna il mondo fin dalle origini dell’uomo a fornire la materia al gioco da camera diviso in tre atti che vede l’esordio dietro alla macchina da presa del bulgaro Dragomir Sholev. E tra il serio ed il faceto, come uno scherzo triste della vita da dove tutti escono da perdenti, si consuma il dramma di una famiglia. Il dramma di Rado, con tutta l’ingenuità cocciuta ed egoista dei suoi dodici anni, e di suo padre, il signor Stoychev, che non può e non vuole capire il linguaggio di suo figlio e continua ad errare in cerca di una risposta al suo fallimento. In uno scenario urbano in decomposizione che stride violentemente con i toni da commedia leggera del film, quasi fosse un personaggio silezioso che, sottotraccia, mostra le ferite di tutto un paese, la tranquillità della famiglia Stoychev è improvvisamente scossa dalla rivolta di Rado, che guidato dai suoi due nuovi ed indolenti amici punk, insegue un falso sogno di libertà e un nuovo credo anarchico/approfittatore, dove la diversità è solo una moda da indossare. Le contraddizioni irrisolte di due generazioni diventano, nella loro battaglia combattuta a suon colpi di piccoli mezzi, di sguardi truci, di silenzi, di attese nei corridoi di una stazione di polizia e di inutili bugie, come se fosse possibile ingannare la vita, lo scenario di una partita già perduta. La storia della famiglia Stoychev è la storia di un mondo in crisi, la Bulgaria, dove sia il vecchio che il nuovo hanno smarrito la strada, dove la generazione dei padri è un tempo superato che continua ad mentire a se stesso e dove i figli, scegliendo di cancellare la memoria, non sono in grado di confrontarsi con il presente. Viene voglia allora di perdonare a Dragomir Sholev le ingenuità di un film che non sa dosare del tutto l’insistenza delle trovate comiche e che perde verità nella ricerca di una composizione formale ridondante, come l’insistenza sull’immagine smembrata del nucleo famigliare proiettata attraverso un gioco di specchi, ma che, con grande semplicità ed efficacia e senza alcuna tentativo di facile drammatizzazione, riesce a riflettere l’immagine di un mondo alla deriva, riesce a raccontare, con la sinuosità delle oscillazioni prive di centro della macchina da presa, un universo instabile, popolato di satelliti isolati e incapaci di reagire.
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