Courmayeur Noir in festival 2010 – I primi film della Selezione ufficiale

In questi primi giorni di festival, quattro sono i film finora visionati nel concorso lungometraggi e poco il noir “puro” intravisto: forse una scelta obbligata (e pensata con estrema attenzione) dovuta alla velocità vertiginosa dei cambiamenti (sociali, economici e tecnologici) a cui il mondo contemporaneo è sottoposto.

 

kosmosPoco noir “puro” finora visto a Courmayeur nella sezione Selezione ufficiale. I quattro film del concorso che abbiamo seguito si discostano sensibilmente dalle tematiche di genere per subire contaminazioni con altri stili, dovute forse alla velocità vertiginosa dei cambiamenti (sociali, economici e tecnologici) a cui il mondo contemporaneo è sottoposto.
Kosmos narra le vicende di un ladro e guaritore (Kosmos appunto) in fuga da qualcuno (o qualcosa) il quale giunto in un piccolo villaggio guarirà da gravi malattie diverse persone; amato e rispettato dovrà nuovamente fuggire a causa della morte di un bambino da lui miracolato. Il regista turco Reha Erdem realizza un film dalla traiettoria circolare, l’inizio e la fine coincidono infatti con la fuga della “creatura” sola contro il mondo. In mezzo, paesaggi cupi ed innevati, guarigioni miracolose, l’ombra di una guerra che si intravede solo nel fuoricampo ed un amore che non ha il tempo di sbocciare. Erdem vaneggia un cinema “alto” e messianico ingolfando il racconto con immagini che vorrebbe suggestive, riduce i dialoghi (a parte le farneticazioni mistiche di Kosmos)  “librando” la mdp come a voler togliere gravità ai corpi che riempiono  le inquadrature. Ma quello che traspare dallo schermo, ciò che si presenta dinanzi ai nostri occhi risulta freddo, eccessivo nelle sue metafore – il montaggio alternato di oche e uomini, l’abbattimento di bovini quali vittime sacrificali predestinate – e privo di quella empatia emozionale capace di accendere lo sguardo.
Simon Werner a disparu…  del francese Fabrice Gobert si presenta più agile nella struttura. Siamo nel 1992, in una cittadina alle porte di Parigi, un gruppo di studenti liceali durante una festa trova il corpo apparentemente senza vita di Simon, un loro compagno di classe scomparso giorni prima: è l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo per comprendere le ragioni di quella misteriosa scomparsa. La ricerca del ragazzo appare quasi un pretesto per realizzare invece una sorta di analisi sociologica mostrando le dinamiche ed i rapporti che intercorrono all’interno di un microcosmo – la classe di un liceo – ed ecco che spuntano rancori, amori non corrisposti e gelosie. Film corale sempre in bilico tra dramma e commedia, Gobert lavora discretamente sulla caratterizzazione dei giovani protagonisti, non riuscendo però a dar piena forma ai loro turbamenti ed alle loro paure, rimanendo in una dimensione neutra e superficiale.
Sound of noise è un film svedese diretto da Ola Simonsson e Johannes Nilsson L’aspetto più interessante di questa commedia stralunata sta tutto nell’originalità del soggetto che vede un gruppo di musicisti decisi a portare il caos in città utilizzando cose e persone come strumenti musicali. Ed ecco che allora gli oggetti diventano il centro di una musica (o meglio, di un suono) destabilizzante: i macchinari di una sala operatoria, i computer di una banca, i cavi della corrente elettrica. Ma il film fatica nel ritmo perché non supportato da una sceneggiatura brillante, le immagini mancano di plasticità e dinamismo, facendo perdere a questa sorta di continua sperimentazione sonora, incisività e coinvolgimento.
Il coreano Hanyo è l’opera più interessante che abbiamo finora seguito. Una ragazza viene assunta come governante e bambinaia presso la casa di una ricca famiglia. I rapporti con la padrona di casa vanno a gonfie vele, fino a quando la giovane non allaccia una relazione con il marito, importante uomo d’affari. Remake dell’omonimo film del 1960 di Kim Ki-young è una lucida incursione nella società coreana contemporanea, dove viene analizzato il rapporto di potere tra persone appartenenti a differenti classi sociali. Il lungometraggio di Im Sang-soo è formalmente ineccepibile e la mdp segue con estrema precisione lo sviluppo e potremmo aggiungere, lo svelamento, dei personaggi. Im Sang-soo - ed il finale agghiacciante sta lì a dimostrarcelo - sembra dare poche speranze al futuro della sua nazione, almeno finché sarà governata da una classe dirigente come quella vista nell'opera del regista coreano.  
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