Bif&st 2011 - "L'Erede" di Michael Zampino (Opere Prime)
La cosa che colpisce di più di questo buon esordio è la voglia matta di far percepire sensazioni e suggestioni solo per mezzo di immagini: attraverso calibrate scelte di regia (il brevissimo e tenebroso incipit, ad esempio, è una scintilla di cinema che non si dimentica) che dialoghino fertilemente con l’immaginario comune. Piccolo segnale di un cinema italiano “decentrato” e vitale

Una eredità improvvisa e una casa antica persa nei boschi degli Appennini. Il ritorno alle origini di un luogo ferino, condito dal ricordo di un padre che pesa sulle sorti di un figlio: L'Erede, appunto. E Bruno, il giovane eroe protagonista, deve “tornare” a scontrarsi con i fantasmi brutali della sua famiglia per legittimare una crescita sancita proprio dalla morte dell’ingombrate genitore. Quindi, tiriamo le somme: dopo appena un quarto d’ora di film il giovane regista italo-francese Michael Zampino ha già sciorinato, con l’enfasi di un entusiasta divoratore di cinema, una serie infinita di topos legati al genere (thriller, ma anche horror, noir e persino commedia grottesca) permettendosi addirittura di non contestualizzare o presentare nessun antefatto. Perché lo spettatore sa già: è già tutto nel passato del cinema.
Ecco, la cosa che colpisce di più di questo buon esordio è la voglia matta di far percepire sensazioni e suggestioni solo per mezzo di immagini: attraverso calibrate scelte di regia (il brevissimo e tenebroso incipit, ad esempio, è una scintilla di cinema che non si dimentica) che dialoghino fertilemente con l’immaginario comune. Certo: è una regia a tratti timida e forse priva ancora di una personalità forte che faccia decollare il film, ma pur sempre capace di “parlare” per mezzo di inquadrature mai banali. E, pensandoci bene, non è questo che manca come l’ossigeno al panorama italiano odierno? Zampino compie qui precise scelte: si affida ad una dilatazione temporale nel divenire del “male” (i campi lunghi e stranianti nei momenti clou, con sottili citazioni del primo cinema dei Coen, Blood Simple in testa) che a lungo andare crea una sgradevole sensazione di alterità e spaesamento sensoriale rifuggento da ogni facile effettismo. Spaesamento che è il nucleo forte del film e che riesce anche a far dimenticare qualche evidente ingenuità di sceneggiatura o eccesso nella recitazione: ciò che conta è la messa in scena che punta dritto ad un risultato e nel suo piccolo lo centra in pieno. "Piccolo” segnale di un cinema italiano (a basso costo e geograficamente decentrato rispetto ai luoghi canonici della cinematografia nostrana) ancora frizzante e battagliero.
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