Bif&st 2011 - "Il Buongiorno del Mattino (Morning Glory)", di Roger Michell
Morning Glory è una purissima operazione di genere. Un tipico esempio della forza dirompente del cinema medio/industriale americano: un cinema che riesce a creare “immaginario” e a servirsene nel contempo con una maestria stupefacente. Dove tempi comici e drammatici, plot e sub-plot amorosi, protagonisti e macchiette di contorno si intersecano con la precisione di un orologio a cucù svizzero (avrebbe detto appropriatamente Orson Welles…)
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“E se in un’altra vita Justin Timberlake fosse stato Abramo Lincoln?”… ci si chiede anche questo in uno studio televisivo odierno. Popolato da personaggi grotteschi e vecchie glorie piene di ego; boss crudeli sempre abbronzati e giovani disperati in cerca di futuro. E, naturalmente, il tutto rigorosamente condito con un’incrollabile fede all american nella “ricerca della felicità”: il dio audience regna sovrano e tutti vissero felici e contenti. Ma tanto vale riderci su, sembra dire il regista Roger Michell.
Sì perché questo Morning Glory si presenta veramente come una purissima operazione di genere. Operazione che intende spudoratamente rifarsi alla tradizione di certa screwball comedies anni ‘50 rinverdendola con tematiche e situazioni di strettissima attualità. E allora: la bella produttrice simpatica e sfigatella ha l’occasione della sua vita quando le viene affidato lo show del mattino di un’importante network statale; si trova ben presto a doversi scontrare con la burocrazia preesistente, ma ci mette poco a conquistare tutti con la sua solarità. Ma ora ha bisogno di un nuovo conduttore da affiancare alla storica e attempata star della TV (una Diane Keaton dai ritmi di battuta alleniani): e a chi rivolgersi se non al vecchio e burbero anchorman in crisi Harrison Ford? Ecco, il film è veramente costruito come una sceneggiatura da manuale per studenti di cinema: tempi comici e drammatici, plot e subplot amorosi, protagonisti e macchiette di contorno si intersecano con la precisione di un orologio a cucù svizzero (avrebbe detto appropriatamente Orson Welles…). Ma - siamo sempre al solito discorso - non si può fare a meno di notare la forza dirompente del cinema medio/industriale americano: un cinema che riesce a creare “immaginario” e a servirsene nel contempo con una maestria stupefacente (e in questo caso la produzione della premiata ditta J.J. Abrams/Bryan Burk si sente eccome). Che riesce a tenere incollato il pubblico allo schermo con dialoghi serratissimi, ripresentando ciclicamente situazioni a dir poco già viste. E, guarda caso, questo film configura e tematizza proprio questo: lo show perenne della banalità - dal buongiorno del mattino fino a sera - che deve, deve, deve coinvolgere quanta più gente possibile! E allora la principessa/produttrice Rachel McAdams (radiosa e bella come non mai) riesce ad essere il punto di fusione di ogni tensione spettacolare: "frulla" con una contagiosa frizzantezza tutta (post)moderna le drammatiche news dal mondo con le rubriche di cucina, i video folli di youtube con le inchieste giornalistiche di un vecchio leone anni ’70 (un Harrison Ford ingrugnito come solo Spencer Tracy sapeva essere). E, nel frattempo, trova persino il modo di trionfare in amore: (ri)vissero tutti felici e contenti quindi. Ma, ripetiamolo, forse è proprio questa la domanda sottopelle che insinua il bravo Roger Michell: al grottesco/tragico che ci divora le giornate ad ogni nostro ossessivo "clic", si può trovare risposta anche in un buon vecchio superficiale sorriso?
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