Bif&st 2011 - "Senna", di Asif Kapadia (Anteprime)
Sarebbe stato un sogno vedere un documentario su Senna diretto da Herzog, con quel potente controcampo filmico/etico che oppone sempre l’immenso cineasta tedesco ai suoi personaggi che sfidano i propri limiti terreni. Qui invece, pur dando atto ad Asif Kapadia di aver fatto scelte di regia coraggiose ed ammirevoli, la leggenda supera l'uomo e le imprese sportive catturano l’ammirazione dello spettatore imbrigliando un pò troppo una straordinaria e complessa parabola umana
Ayrton Senna. Un nome che ormai ha trasceso la persona, che è diventato patrimonio dell’immaginario comune, dei ricordi condivisi, dell’iconizzazione culturale che accomuna un intero pianeta. E sono passati appena 17 anni dalla sua tragica morte in quell’incredibile week end del primo maggio 1994. Parlare di Ayrton, raccontare Ayrton, “mostrare” Ayrton al cinema si presenta come un’impresa assai complicata quindi: perché l’universo/cinema va irrimediabilmente a sovrapporsi con l’altrettanto strutturato universo/Senna, e far emergere il lato profondamente umano della persona diventa una sfida quasi improba. A provarci ora è Asif Kapadia (regista britannico dell’apprezzatissimo Far North e de L’incubo di Joanna Mills) che con l’appoggio della Famiglia del pilota - avendo quindi a disposizione anche una serie di rarissimi documenti video privati - realizza un film che intende dichiaratamente scavare nell’uomo Senna più che nella leggenda sportiva. E si parte dalle sue prime gare in Kart per arrivare ai trionfi in Formula 1, passando per i leggendari scontri con Prost e col potere politico della Fia che appoggiava dichiaratamente il rivale. Ma il close up di questo documentario rimane sempre e solo lui: non ci si discosta mai dalle immagini di repertorio, dalle gare in pista, dalle sue apparizioni TV e ad accompagnare il tutto solo voci off, testimonianze e vecchie interviste che intendono “scavare” nell’uomo. Ma è paradossalmente qui che il meccanismo si inceppa. Questo film, purtroppo, non riesce appieno ad aggirare quelli che sono i classici limiti di un documentario biografico: un certo approccio agiografico al soggetto che tende all’accumulo di troppe informazioni, procedendo rigorosamente in modo cronologico e concedendo troppo spazio agli “eventi” (tra l’altro già notissimi in questo caso…). Ayrton Senna invece è uno straordinario e commovente esempio di uomo che testava ossessivamente i propri limiti, sfidandoli fino ad un affascinante valzer con la pista e con la morte che ne ha fatto ingigantire il mito. Per statura
filosofica quindi è quasi un personaggio herzoghiano: un uomo che inscenava duelli pubblici con la “natura” uscendone spesso vincitore. Fino alla sua tragica/epica fine. Ecco, forse sarebbe stato un sogno vedere un documentario su Senna diretto da Herzog, con quel forte controcampo filmico/etico che oppone sempre l’immenso cineasta tedesco ai suoi personaggi riuscendo miracolosamente a svelarne sempre l’essenza. Qui invece, pur dando atto a Kapadia di aver fatto scelte coraggiose ed ammirevoli (concentrarsi solo sugli ultimi anni o eliminare i volti dei testimoni confinandoli in furtive voci fuori campo) la regia a lungo andare smentisce suo malgrado quello che si era prefissato: la leggenda supera l’uomo, e le imprese sportive catturano l’ammirazione dello spettatore che resta estasiato ancora oggi dalla grandezza di quei risultati ottenuti. L’immaginario resta probabilmente ancora troppo forte, ma…per fortuna c’è Ayrton: che si dimostra ancora una volta più veloce di tutti (sceneggiatori e registi compresi). Il suo sguardo catturato in furtive riprese ai box o i suoi occhi sofferenti dopo la mostruosa impresa del gran Premio del Brasile 1993 limitano e per qualche attimo “sorpassano” ogni costruzione o sovrastruttura filmica, riuscendo a scrollarsi di dosso il mito e imponendosi solo per quel che sono: gli occhi di un uomo a volte tanto impaurito da se stesso. Una sincerirà rara, che fa ancora oggi destare la calda attenzione di chiunque appena si pronuncia semplicemente un nome: Ayrton Senna.
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