ROTTERDAM 40 – “The Stoker” di Aleksei Balabanov (Spectrum)
Da Balabanov, una dose abbondante di gelida brutalità ce la si aspetta. Che il regista russo firmi uno dei film più clamorosamente langhiani degli ultimi tempi, no. Abbracciando in pieno la passività del suo protagonista, Balabanov ritrae un microcosmo di terrificante pochezza umana, e lo rinchiude in un labirinto senza uscita. Ma il suo fochista, per quanto a care prezzo, in qualche modo si salverà
Una dose abbondante di gelida brutalità, dopo Cargo 200 e (soprattutto) Morphia, da Balabanov ce la si aspetta. Che il regista russo firmi uno dei film più clamorosamente langhiani degli ultimi tempi (diciamo da Bellamy di Chabrol), non ce lo si aspetta affatto.
Eppure è proprio così. Il fochista del titolo è un vecchio generale dell'esercito sovietico, originario della Jacuzia, a suo tempo eroico ma cacciato dall'esercito per intemperanze e caduto in disgrazia. Ora, per sopravvivere, butta carbone tutto il giorno dentro una caldaia e, nei ritagli di tempo, scrive un libro sulle violenze che la sua gente lontana subiva quando gli toccava ospitare chi veniva deportato lì dal centro dell'impero. Intorno a lui, una deprimente fauna di killer, figlie, fidanzate e piccoli criminali: un microcosmo di appiccicaticcia e ordinaria mafiosità, dove appena sotto l'apparenza di un "legame sociale" che è poco più che un sospettoso aggrapparsi a vicenda, vige la più spietata legge del tutti-contro-tutti. Ed è per via di questo malfermo stato di cose che, neanche tanto raramente, al fochista arrivano dei cadaveri da bruciare. Un giorno, però, gli arriva il cadavere sbagliato, e la sua dimessa passività conoscerà un radicale, inatteso ribaltamento di ruoli. Nel frattempo, dal primo all’ultimo minuto di proiezione, una letale colonna sonora tecno-pop-trash tenta goffamente di mettere una pezza sopra al totale squallore di ciò che si vede, con il risultato di sottolinearlo ancora più drammaticamente.
Balabanov brilla soprattutto nel fare di un angoletto della Pietroburgo dei primi anni Novanta (non più di qualche cortiletto e qualche viuzza) un labirinto da cui nessuno scampo è concesso. Segue i personaggi nel loro muto vagare irrisolto nel corso di questa o quella commissione e questo o quel crimine. I luoghi che attraversano sono sempre gli stessi, e man mano che, a turno, i diversi protagonisti li calcano Balabanov li inquadra sempre dal medesimo punto di vista; i percorsi si ripetono sistematicamente e i loro incroci sono sempre distruttivi. In quella ragnatela spaziale cadono tutti: persino l'appartato e innocuo fochista ne verrà risucchiato. Ma sarà lui a sigillare col suo sangue la differenza etica rispetto all'ambiente che lo circonda: solo lui può dire (e di fatto dice) con fierezza di essere in guerra, perché non si sottrae al corpo a corpo mentre gli altri, nella loro meschinità, si accontentano di sparare da lontano. (Lo sosteneva spesso, qualche anno prima, anche quell’altro splendido eterno combattente che era Samuel Fuller).
Balabanov ha il merito di fare integralmente suo il rigore del protagonista, utilizzando la stessa freddezza cronachistica che il fochista sceglie per il romanzo che prova a scrivere a macchina. La finta indifferenza con cui osserva i suoi ometti e le sue donnette riecheggia la passività del suo eroe, che diventa uno stile di vita: il suo partito preso di passività viene abbracciato fino al punto in cui non può non rompersi e ribaltarsi in azione, automaticamente e pressoché proprio malgrado. Come chiarisce la magnifica sequenza finale, è una passività che “si lascia sfregiare”; ma questo lasciarsi sfregiare è nientemeno che una strategia di sopravvivenza morale. E questa strategia paga: al momento giusto, in fondo al tunnel obbligato dell’inazione, l’azione finisce per arrivare da sola. All’opposto, gli altri, il “mondo” o ciò che ne resta, si illudono di agire ma finiscono tutti nello stesso stretto imbuto di impotente passività.
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