ROTTERDAM 40 – “Virgin Goat” di Murali Nair (Spectrum)
Straordinaria parabola sul desiderio e sulla sua automatica intercettazione da parte del potere, Virgin Goat è il film migliore di Murali Nair, perché arriva finalmente (grazie anche al digitale) a un’affabulazione allegorica così lieve e spigliata da sconfessare definitivamente qualsiasi sospetto di rigidità didascalica
Con Throne of Death (1999), Dog’s Day (2001) e Arimpara (2003), Murali Nair aveva già dimostrato doti non comuni nel gestire un genere probabilmente non troppo cinematografico: la parabola. Negli schemi (non troppo) elementari che regolano vite e sconvolgimenti delle sue contrade rurali indiane, virtualmente ed allegoricamente veniva inghiottito il mondo intero e le sue leggi non scritte. Bush contro l’Islam non era che un banale litigio tra villaggi confinanti. Unni (2006) era un bizzarro, apprezzabile ma non completamente riuscito tentativo di rendere più fluide queste ambizioni simboliche. Un mezzo passo falso nella direzione giusta, perché questo nuovo, bellissimo Virgin Goat denota un notevole e divertentissimo alleggerimento dell’intelaiatura parabolica (anche grazie alla provvidenziale prosaicità e maneggevolezza del digitale), ora definitivamente estranea a qualunque sospetto di pesantezza didascalica.
Un uomo vuole a tutti i costi che la sua riluttante capra concepisca e partorisca (è l’unico retaggio residuo del passato semi-nobiliare dei suoi antenati), e per facilitare la cosa è disposto a farsi chilometri a piedi (pur con un alluce semidistrutto) quando l’animale miracolosamente va in calore, proprio il giorno in cui la regione è messa in soqquadro dall’arrivo di un potente leader politico: non troverà che la più completa autodistruzione. Di nuovo pochissimi elementi in gioco, ma la loro articolazione narrativa è tutt’altro che anchilosata: sia perché sferzata qua e là da salutari impennate stranianti (soprattutto per quanto riguarda gli inattesi, estemporanei costumi di alcuni personaggi), sia perché ravvivata dalla freschezza di una regia veloce e aperta a una certa varietà di soluzioni; in questo senso, si fa notare la frequenza di panoramiche a 360° che rinserrano il protagonista nella propria ossessione e nella situazione priva di uscita in cui si è chiuso: in una parola, nel suo destino.
Per quanto, però, il suo sia un destino irreversibile, non si può affatto parlare di tragedia. Siamo infatti molto più vicini alla commedia, perché Nair punteggia questo cammino verso l’autodistruzione con altrettanti comici “riflessi invertiti” dell’ossessione del protagonista. Più lui cerca di far procreare la sua capra (naturalmente, il metodo migliore per non riuscirci), più vede intorno a sé coppiette in amore. E soprattutto, più si intestardisce nel suo proposito, più gli sbarra la strada un potere che, nella sua ossessività molto oltre i limiti dell’assurdo, è inquietantemente simile a lui stesso e alla propria impotenza. Automaticamente e quasi per statuto, appena si dà come tale, il desiderio si ritrova requisito dal Potere – così come, ugualmente, dal suo simmetrico Contropotere. Ma ancor di più, il desiderio è per propria natura destinato ad ostacolare e bloccare il desiderio stesso.
Tutto questo ci dice l’ultima straordinaria parabola di Murali Nair, con un’immediatezza di toni e con una semplicità sorprendenti. E si direbbe anche con un certo ottimismo: sì, il film è una commedia, perché inaspettatamente finisce bene: quell’essere non più umano, malridotto, in mezzo al deserto e senza più nulla, che ride di sé e della propria vanità, finalmente al di là di un’ossessione che lo ha completamente distrutto, è a suo modo un segnale vitale a cui è bene tenersi stretti.
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